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Giordino girò da un paraurti all’altro e studiò le linee della macchina. Notò le maniglie fuori del comune, i tre tergicristallo montati sul parabrezza, i tiranti cromati che andavano dai parafanghi anteriori al radiatore, e il simbolo alato sul tappo. «A me sembra molto strana.»

«Stai buono. Questo catorcio di gran lusso è il nostro biglietto per uscire da qui.»

Pitt si mise al volante, che era a destra, e si assestò sul sedile stile art déco. La chiave era nell’accensione. La girò e seguì con gli occhi l’ago dell’indicatore del carburante che saliva fino alla linea del pieno. Poi premette il pulsante che metteva in funzione il motorino elettrico in fondo al radiatore e che serviva come avviamento e come generatore. Non si avvertì il minimo suono mentre il motore entrava in funzione. L’unica indicazione fu una specie di colpo di tosse appena udibile, poi uno sbuffo lieve di vapore uscì dal tubo di scappamento.

«È molto silenziosa», commentò Giordino, impressionato.

«Diversamente dalla maggior parte dei motori moderni», commentò Pitt. «Questo è un motore Knight con le valvole a manica, ai suoi tempi famoso per la silenziosità.»

Giordino continuò a guardare con aria scettica la vecchia macchina d’epoca. «Hai davvero intenzione di guidare questa vecchia reliquia attraverso il Sahara?»

«Abbiamo il serbatoio pieno, ed è sempre meglio che viaggiare in groppa a un dromedario. Cerca qualche recipiente pulito, riempilo d’acqua, e vedi se puoi rimediare qualcosa di commestibile.»

«Non credo che in questa officina ci sia un distributore automatico di bibite analcoliche e di tavolette di cioccolato», disse Giordino guardandosi intorno.

«Fai quello che puoi.»

Pitt aprì la porta posteriore del capannone e spinse il cancello quanto bastava per far passare la macchina. Poi la controllò per assicurarsi che ci fossero l’olio e l’acqua e che le gomme, soprattutto quella di scorta, fossero ben gonfiate.

Giordino tornò con una mezza cassetta di bibite analcoliche di produzione locale e diverse bottiglie di plastica piene d’acqua. «Per qualche giorno non soffriremo la sete, ma in fatto di viveri non ho trovato di meglio di due scatole di sardine e un intruglio che sembra una sbobba bollita.»

«È inutile aspettare ancora. Carica il bottino sul sedile posteriore e muoviamoci.»

Giordino obbedì e salì a fianco di Pitt mentre questi azionava la leva del cambio Cotal, una specie d’interruttore montato su un braccio che sporgeva dall’albero. Innestò la prima, premette l’acceleratore e mollò la frizione. La sessantenne Voisin si mosse senza far rumore.

Pitt avanzò fra le macchine demolite, uscì dal cancello e procedette guardingo lungo un vicolo fino a quando arrivò a una stretta strada sterrata che andava verso ovest, in un percorso parallelo a quello del fiume Niger. Svoltò e seguì le tracce senza superare i venticinque chilometri orari, fino a quando non perse di vista la città. Soltanto allora accese i fari e accelerò.

«Sarebbe bello avere una carta stradale», disse Giordino.

«Sarebbe più pratica una carta delle piste per dromedari. Non possiamo correre il rischio di immetterci sull’autostrada.»

«Andrà tutto bene finché questo viottolo continuerà a fiancheggiare il fiume.»

«Appena raggiungeremo la gola dove gli strumenti di Gunn hanno rilevato la contaminazione, svolteremo e là proseguiremo verso nord.»

«Non vorrei essere presente quando l’autista riferirà a Kazim che la sua preziosa macchina è stata rubata.»

«Il generale e Massarde penseranno che siamo diretti verso il confine più vicino, quello con il Niger», disse Pitt in tono sicuro. «L’ultimo posto al mondo dove potrebbero sospettare che siamo andati è il cuore del deserto.»

«Devo dire», borbottò Giordino, «che la prospettiva del viaggio non mi entusiasma.»

Non era entusiasta neppure Pitt. Era un tentativo pazzesco e non garantiva certo speranze di campare fino alla più tarda età. I fari mostravano che il terreno era piatto, cosparso a tratti di piccole rocce brune. I fasci luminosi inquadravano ombre minacciose gettate ogni tanto dagli alberi della manna che sembravano sfrecciare nel buio come fantasmi.

Era un posto molto solitario per morire, pensò Pitt.

26.

Il sole si alzò già caldo; alle dieci c’erano 32 gradi centigradi. Da sud incominciò a soffiare un vento che portò un vantaggio discutibile a Rudi Gunn. La brezza gli rinfrescava la pelle sudata, ma gli riempiva di sabbia il naso e le orecchie. Si avvolse più strettamente il telo intorno alla testa per proteggersi e si assestò gli occhiali scuri per riparare gli occhi. Prese dallo zaino una borraccia di plastica piena d’acqua e ne bevve la metà. Non era necessario razionarla, pensò: aveva visto un rubinetto sgocciolante accanto al terminal.

L’aeroporto sembrava morto come la notte precedente. Sul lato riservato ai militari c’era stato un cambio della guardia, ma negli hangar e sulla pista non si svolgeva nessuna attività. Al terminal commerciale, vide un uomo che arrivava in moto e saliva sulla torre di controllo. Era un buon segno. Nessuno con il cervello a posto sarebbe andato a soffrire in una cabina sopraelevata con le pareti di vetro sotto il sole a picco, a meno che stesse per arrivare un aereo.

Un falco volava in cerchio sopra la postazione di Gunn. Lo seguì per un po’ con lo sguardo prima di ripararsi con qualche asse consunta. Poi scrutò di nuovo l’aeroporto. Un camion s’era fermato sulla pista davanti al terminal. Due uomini scesero e scaricarono una serie di zeppe di legno e le piazzarono a terra per bloccare le ruote dell’aereo dopo l’atterraggio. Gunn s’irrigidì e cominciò a preparare mentalmente un approccio strategico al punto in cui si sarebbe fermato. Si impresse il percorso nella mente, scegliendo come copertura i fossati poco profondi e la vegetazione rada.

Poi si ridistese, deciso a sopportare il caldo crescente, e alzò lo sguardo al cielo. Il falco stava piombando su un piviere che sfrecciava verso il fiume. Poche nuvolette candide veleggiavano nell’immenso cielo azzurro. Gunn si chiese come potevano sopravvivere in quell’atmosfera rovente. Era così intento a guardare le nubi che in un primo momento non sentì il ronzio sordo che segnalava l’arrivo di un reattore. Poi un riflesso attirò il suo sguardo. Si sollevò a sedere. Il sole aveva lampeggiato su un puntolino in movimento nel cielo. Attese e osservò fino a quando il brillio si ripeté: ma questa volta era più basso sull’orizzonte brullo. Era un aereo che si apprestava ad atterrare, ma ancora troppo lontano per essere riconoscibile. Doveva essere commerciale, pensò Gunn, altrimenti non l’avrebbero aspettato nella zona dell’aeroporto riservata al traffico civile.

Rimosse le tavole di legno che lo schermavano dal sole, si caricò lo zaino sulle spalle e si acquattò, pronto ad avvicinarsi furtivamente. Socchiuse gli occhi per scrutare il cielo fino a che l’aereo fu a un chilometro di distanza. Il cuore incominciava a battergli forte per l’ansia. I secondi trascorrevano lentamente: e alla fine riuscì a distinguere il tipo di apparecchio, i simboli e le sigle. Era un airbus civile francese con le fasce verdechiaro e verdescuro dell’Air Afrique.

Il pilota superò il bordo estremo della pista, toccò terra e frenò. Poi proseguì lentamente verso il terminal e si fermò. I motori continuarono a girare mentre i due assistenti a terra spingevano i cunei sotto le ruote e accostavano una scaletta all’uscita principale.

Finalmente il portello anteriore passeggeri si aprì lateralmente, e una hostess scese i gradini. Passò accanto ai due maliani senza guardarli e s’incamminò verso la torre di controllo. I maliani distolsero l’attenzione dall’aereo e si voltarono a osservarla con interesse. Quando la ragazza arrivò alla base della torre, prese dalla borsa a tracolla un piccolo tagliafili e, con la massima calma, tranciò i cavi dell’energia elettrica e delle comunicazioni che andavano dalla torre al terminal. Poi agitò una mano per dare un segnale.