Nella parte posteriore della fusoliera si abbassò all’improvviso una rampa, e il movimento fu accompagnato dal rombo smorzato del motore di una macchina. Poi qualcosa che a Gunn sembrò una dune buggy sfrecciò dalla stiva e scese la rampa. L’autista sterzò e puntò verso la baracca delle guardie, nella parte dell’aeroporto riservata ai militari.
Una volta Gunn aveva fatto parte della squadra di assistenza ai box quando Pitt e Giordino avevano partecipato a una gara per fuoristrada in Arizona; ma non aveva mai visto un veicolo come quello, adatto a ogni tipo di terreno. Non aveva uno chassis o una carrozzeria normale: era un labirinto di supporti tubolari saldati insieme e mossi da un motore sovralimentato V-8 Rodeck da 541 pollici cubi, usato nei dragsters americani. Il guidatore era in un piccolo abitacolo nella parte anteriore, davanti al motore che era montato al centro. Un po’ più in alto stava un artigliere, piazzato a una mitragliatrice leggera a sei canne del tipo Vulcan. Un altro artigliere stava sopra l’asse posteriore: era rivolto all’indietro e aveva una mitragliatrice Stoner 63 da 5,56 millimetri. Quel tipo di veicolo, Gunn lo ricordava, s’era dimostrato molto efficiente durante la guerra nel deserto, dove era stato usato dalle squadre delle forze speciali americane operanti dietro le linee irachene.
Fu subito seguito da un plotone di uomini armati che indossavano uniformi sconosciute e che accerchiarono prontamente i maliani sbalorditi e s’impadronirono del terminal.
Le due guardie dell’Aeronautica del Mali che stavano nella parte riservata ai militari rimasero a guardare mentre lo strano veicolo correva verso di loro. Solo quando fu a meno di cento metri si scossero e compresero che rappresentava un pericolo. Alzarono le armi per sparare, ma furono falciati da una raffica fulminea della Vulcan.
Poi il guidatore sterzò bruscamente e gli artiglieri incominciarono a concentrare il fuoco sugli otto caccia a reazione maliani parcheggiati sulla pista. Gli aerei, poiché non c’erano minacce di situazioni belliche d’emergenza, non erano sparpagliati; bensì disposti in due file ordinate come se attendessero un’ispezione. Il veicolo continuò ad avanzare sparando brevi raffiche devastanti con le armi automatiche. In rapida successione, gli aerei esplosero tra le fiamme e i neri vortici di fumo, mentre torrenti di proiettili martellavano i serbatoi. Nel volgere di un istante, un caccia a reazione dopo l’altro si trasformava in un rottame incendiato.
Gunn assisteva alla scena in preda allo sbalordimento. Stava acquattato dietro un’acacia, come se il tronco esile fosse uno scudo di cemento. L’intera operazione si era svolta in poco più di cinque minuti. Il veicolo armato tornò a tutta velocità verso l’aerobus e si piazzò in posizione all’ingresso del terminal. Poi un uomo in uniforme da ufficiale scese la scaletta. Teneva fra le mani un megafono.
L’ufficiale se lo portò alle labbra e la sua voce echeggiò al di sopra della devastazione fiammeggiante sull’altro lato della pista. «Signor Gunn! Venga avanti, per favore. Non abbiamo molto tempo.»
Gunn era allibito. Esitò. Non riusciva a decidere se quella era una specie di trappola complicata, ma escluse quasi subito quell’eventualità. Il generale Kazim non avrebbe distrutto i propri aerei solo per catturare un uomo. Restava il fatto che non lo entusiasmava l’idea di correre allo scoperto di fronte a quella potenza di fuoco.
«Signor Gunn!» tuonò di nuovo l’ufficiale. «Se mi sente, la prego, si sbrighi o sarò costretto a ripartire senza di lei.»
L’esortazione fu sufficiente. Gunn balzò dal nascondiglio e si mise a correre verso l’airbus agitando le mani e urlando come un pazzo.
«Mi aspetti! Sto arrivando!»
L’ufficiale che l’aveva chiamato camminava avanti e indietro come un passeggero impaziente e irritato dal ritardo del suo volo. Quando Gunn lo raggiunse, lo squadrò come se fosse un mendicante. «Buongiorno. Lei è Rudi Gunn?»
«Sì», rispose Gunn che ansimava per lo sforzo e il caldo. «Lei chi è?»
«Il colonnello Marcel Levant.»
Gunn girò lo sguardo con ammirazione sulla squadra speciale che montava la guardia intorno all’aereo. Sembravano tutti uomini decisi e duri che non esitavano a uccidere. «Che squadra è?»
«Una squadra tattica dell’ONU», rispose Levant.
«Come conosceva il mio nome e il posto dove mi avrebbe trovato?»
«L’ammiraglio James Sandecker ha ricevuto da un certo Dirk Pitt l’informazione che lei si nascondeva nei pressi dell’aeroporto e che era urgente portarla via.»
«È stato l’ammiraglio a mandarla?»
«Con l’approvazione del segretario generale», precisò Levant. «E io come faccio a sapere che è proprio Rudi Gunn?»
Gunn indicò con un gesto il territorio desolato che li circondava. «Quanti Rudi Gunn pensa che si stiano aggirando in questa parte del deserto in attesa di una sua chiamata?»
«Non ha documenti? Nulla che provi la sua identità?»
«I miei documenti personali sono probabilmente in fondo al Niger. Deve credermi sulla parola.»
Levant consegnò l’altoparlante a un subordinato e indicò l’aereo. «Tutti a bordo», ordinò. Si rivolse di nuovo a Gunn e lo guardò con scarsa cordialità. «Salga, signor Gunn. Non abbiamo altro tempo da perdere in conversazioni oziose.»
«Dove mi porta?»
Levant lanciò uno sguardo irritato al cielo. «A Parigi. Poi raggiungerà Washington con il Concorde. È atteso da molte persone importantissime che vogliono parlarle. Non c’è bisogno che lei sappia altro. Si muova, prego. Non c’è tempo.»
«Perché tanta fretta?» chiese Gunn. «È chiaro che avete distrutto le forze aeree maliane.»
«Solo una squadriglia, purtroppo. Ce ne sono altre tre di base intorno a Bamako, la capitale. Una volta messe in allarme, potrebbero ancora intercettarci prima che lasciamo lo spazio aereo del Mali.»
La dune buggy armata era già risalita a bordo, seguita dagli uomini. La hostess che era andata coraggiosamente a tranciare i cavi della torre di controllo prese il braccio di Gunn e lo spinse su per la rampa.
«Non abbiamo la prima classe con buffet di lusso e champagne, signor Gunn», gli disse allegramente. «Però possiamo offrirle birra ghiacciata e sandwich alla mortadella.»
«Uhm, delizioso.» Gunn sorrise.
Avrebbe dovuto provare un profondo senso di sollievo mentre saliva la scaletta; invece fu assalito da un’ondata di angoscia. Grazie a Pitt e a Giordino adesso stava per spiccare il volo verso la libertà. Si erano sacrificati per salvarlo. E non riusciva a immaginare come fossero riusciti a trovare una radio e a contattare Sandecker.
Rimanere in quella terra bruciata era una vera pazzia, pensò. E cercare di trovare la fonte della contaminazione non era un’azione meno delirante. Kazim avrebbe sguinzagliato le sue forze del servizio di sicurezza per stanarli. Se il deserto non avesse divorato Pitt e Giordino, l’avrebbero fatto i maliani.
Esitò prima di entrare nell’aereo, si voltò e girò lo sguardo sulla distesa di sabbia e di rocce. Di lassù si scorgeva il fiume Niger, verso ovest, a poco più di un chilometro.
Dov’erano in quel momento? E in quale situazione si trovavano?
Si voltò ed entrò nella cabina. L’aria condizionata lo investì come un’onda. Gli occhi gli bruciavano mentre l’airbus decollava passando a fianco dei caccia in fiamme.
Il colonnello Levant sedette accanto a lui e notò la sua espressione malinconica. Lo guardò negli occhi ma non trovò una spiegazione. «Non mi sembra molto soddisfatto di uscire da questo pasticcio.»