Giordino stava usando gli attrezzi trovati nel portabagagli per togliere la marmitta e il tubo di scappamento, in modo che la macchina non urtasse il suolo. Avevano già ridotto la pressione dei pneumatici per migliorare la trazione nella sabbia. Fino a quel momento la vecchia Voisin s’era mossa in quel panorama inospitale come un’anziana regina di bellezza che si aggira nel Bronx di New York… elegante ma del tutto fuori posto.
Avevano viaggiato durante le ore fresche della notte, sotto la luce delle stelle, procedendo a tentoni sulla distesa brulla a dieci chilometri orari. Ogni ora si erano fermati per alzare il cofano e far raffreddare il motore. Era impossibile pensare di accendere i fari. I fasci luminosi sarebbero stati avvistati facilmente da un osservatore attento a bordo di un aereo anche lontano. Avevano dovuto scendere più volte per esaminare il terreno: in un’occasione per poco non erano finiti in un burrone, e per due volte erano stati costretti a scavare per uscire da tratti di sabbia troppo soffice.
Senza bussola né mappa, dovevano affidarsi alle stelle per identificare la loro posizione mentre seguivano l’antico letto del fiume che, dal Niger, risaliva a nord addentrandosi sempre più nel Sahara. Di giorno s’erano nascosti nelle gole e nei burroni, dove avevano coperto la macchina con uno strato di sabbia e cespugli, perché si confondesse con il fondo del deserto e, dall’alto, sembrasse una piccola duna dove cresceva qualche pianta.
«Vuoi un bel bicchiere d’acqua di fonte del Sahara o una frizzante bibita maliana?» chiese Giordino con un sorriso, mostrando una bottiglietta di bevanda analcolica locale e un bicchiere di liquido tiepido e solforoso prelevato dal rubinetto del garage.
«Non sopporto quel sapore», disse Pitt. Prese il bicchiere e arricciò il naso. «Ma è meglio che beviamo almeno tre litri ogni ventiquattr’ore.»
«Non pensi che dovremmo razionarla?»
«No, finché ne abbiamo una scorta abbondante. La disidratazione sopravverrà più in fretta se beviamo un sorso alla volta. È meglio bere quanto ci serve per placare la sete, e preoccuparci quando avremo finito l’acqua.»
«Gradiresti una sardina per cena?»
«Mi sembra un’ottima idea.»
«L’unica cosa che manca è un’insalata alla Cesare.»
«Tu stai pensando alle acciughe.»
«Non sono mai riuscito a capire la differenza.»
Giordino finì la sardina e si leccò le dita. «Mi sento molto cretino, a starmene qui in mezzo al deserto a mangiar pesce.»
Pitt sorrise. «Ringrazia il cielo perché hai almeno quello.» Poi alzò la testa e ascoltò.
«Senti qualcosa?» chiese Giordino.
«Un aereo.» Pitt si portò le mani dietro le orecchie. «Un reattore a bassa quota, a giudicare dal suono.»
Si issò sul fianco del burrone strisciando bocconi e si nascose dietro un piccolo tamerisco, in modo che la testa e la faccia si confondessero nell’ombra. Poi incominciò a scrutare il cielo con attenzione.
Il rombo gutturale del reattore giungeva molto chiaro, adesso, mentre scrutava nella direzione da cui provenivano le onde sonore. Socchiuse le palpebre per studiare il cielo azzurro ma in un primo momento non vide nulla. Abbassò lo sguardo e scorse un movimento improvviso sul terreno del deserto. Lo riconobbe: era un vecchio Phantom di costruzione americana con le insegne dell’Aeronautica militare del Mali. Era a circa sei chilometri in direzione sud e volava a meno di cento metri d’altitudine. Sembrava un grande avvoltoio bruno che spiccava sul giallo-grigio del paesaggio e volava in grandi cerchi pigri: come se un sesto senso gli dicesse che c’erano prede nelle vicinanze. «Lo vedi?» chiese Giordino.
«Un Phantom F-4», rispose Pitt.
«In quale direzione?»
«Si avvicina da sud volando in cerchio.»
«Credi che ci stia cercando?»
Pitt si voltò a guardare le fronde di palma legate ai paraurti posteriori: quando la macchina era in moto strusciavano per terra e cancellavano le impronte dei pneumatici. I segni impressi nella sabbia al centro della gola erano spariti quasi del tutto. «Una squadra a bordo di un elicottero potrebbe scoprire le nostre tracce… Ma non ci riuscirebbe certo il pilota d’un caccia a reazione. Non può vedere direttamente sotto l’apparecchio, e se vuole osservare qualcosa è costretto a virare. E vola troppo veloce e a quota troppo bassa per scorgere una coppia indistinta di solchi lasciati dalle gomme.»
Il reattore avanzò ruggendo verso la gola. I disegni mimetici chiazzavano l’azzurro puro del cielo. Giordino si infilò sotto la macchina mentre Pitt si tirava sulla testa i rami del tamerisco. Vide il pilota del Phantom compiere una virata e scrutare il mondo apparentemente vuoto del Sahara.
Pitt si tese e trattenne il respiro. Il movimento dell’aereo lo stava portando direttamente sopra la gola. Poi passò saettando su di loro; l’aria turbinò oltre le ali come l’onda tagliata dalla prua di una nave, e sollevò vortici di sabbia. Pitt sentì il caldo ardente passare su di lui. Sembrava che l’apparecchio si fosse quasi materializzato sopra la gola, così basso che Pitt avrebbe potuto centrare con un sasso una delle prese d’aria. E poi sparì.
Pitt temette il peggio quando lo vide allontanarsi. Ma il caccia continuò la ricerca come se il pilota non avesse avvistato nulla d’interessante. Dopo che lo ebbe visto scomparire oltre l’orizzonte, rimase in osservazione ancora per qualche minuto: il pilota poteva aver notato qualcosa di sospetto e aver deciso di compiere un ampio giro prima di passare nuovamente sulla gola nella speranza di cogliere la preda alla sprovvista.
Ma il rombo si perse in lontananza e sul deserto ridiscese un silenzio di morte.
Pitt si lasciò scivolare lungo il pendio e tornò all’ombra della vecchia Voisin, mentre Giordino usciva allo scoperto.
«C’è mancato poco», commentò Giordino scuotendosi da un braccio un plotoncino di formiche.
Pitt scribacchiò sulla sabbia con un fuscello secco. «O non abbiamo imbrogliato Kazim dirigendoci verso nord, oppure ha deciso di non correre rischi.»
«Deve essere fuori di sé all’idea che una macchina colorata come questa risulti introvabile in un deserto, su uno sfondo così piatto e incolore.»
«Non credo stia facendo salti di gioia», riconobbe Pitt.
«Scommetto che è esploso quando ha saputo che era stata rubata e ha capito che i colpevoli eravamo noi», rise Giordino.
Pitt alzò una mano per schermarsi gli occhi e scrutò il sole che declinava a occidente. «Fra un’ora sarà buio e potremo riprendere il viaggio.»
«Come si presenta il terreno più avanti?»
«Quando usciremo dalla gola e torneremo nel letto prosciugato del fiume, non dovremmo incontrare altro che sabbia, ghiaia e qualche macigno. Potremo procedere senza problemi se terremo gli occhi aperti ed eviteremo le pietre aguzze che possono squarciare le gomme.»
«Credi che abbiamo fatto molta strada dopo aver lasciato Bourem?»
«Centosedici chilometri, secondo il contachilometri, ma calcolando in linea d’aria ci siamo allontanati di una novantina.»
«E non ci sono ancora tracce di una produzione chimica o di un deposito di rifiuti.»
«Neanche un bidone vuoto.»
«Non ha senso andare avanti», disse Giordino. «È impossibile che una sostanza chimica possa scorrere per novanta chilometri nel letto asciutto d’un fiume sino a gettarsi nel Niger.»
«Mi sembra una causa persa», ammise Pitt.
«Possiamo ancora tentare di raggiungere il confine con l’Algeria.»
Pitt scosse il capo. «Non ci basterebbe la benzina. Dovremmo percorrere a piedi gli ultimi duecento chilometri fino alla pista Transahariana per trovare qualcuno che ci dia un passaggio e ci porti nel mondo civile. Moriremmo di caldo prima di arrivare a metà percorso.»