«La Texas era stata costruita per svolgere operazioni militari sul fiume James. Aveva il fondo piatto e pescava poco. Non era un problema, per il suo equipaggio, affrontare le anse e la scarsa profondità del fiume. Il miracolo, se mai, era che fosse riuscita ad attraversare l’oceano senza affondare nelle acque agitate e senza farsi abbattere dalle tempeste, come il Monitor.»
«A quell’epoca una nave avrebbe potuto raggiungere moltissime regioni disabitate sulle coste dell’America settentrionale e centrale», obiettò Pitt. «Perché correre il rischio di perdere il carico d’oro navigando in un mare pericoloso e attraversando un territorio più o meno inesplorato?»
Kid pescò un mozzicone di sigaro dal taschino e l’accese con un fiammifero di legno. «Vorrà ammettere che la Marina dell’Unione non avrebbe mai pensato di venire a cercare la Texas risalendo per mille miglia un fiume africano.»
«Probabilmente no. Comunque mi sembra una decisione estrema.»
«Sono d’accordo», disse Giordino. «Perché erano così disperati? Non potevano certo ricostruire un altro governo in mezzo a un deserto.»
Pitt guardò Kid con aria pensierosa. «Un viaggio tanto rischioso doveva avere un altro motivo, oltre al tentativo di portare in salvo l’oro.»
«Correva anche una certa voce.» Il cambiamento di tono era inequivocabile. «Sembra che quando la Texas partì da Richmond portasse a bordo Lincoln.»
«Abraham Lincoln? Nooo…» commentò ironicamente Giordino.
Kid annuì in silenzio.
«E questo chi l’avrebbe inventato?» Pitt rifiutò con un gesto un altro sorso di whisky.
«Il capitano della cavalleria confederata, Neville Brown, poco prima di morire nel 1908 a Charleston, nella Carolina del Sud, fece una dichiarazione al suo medico. Disse che i suoi soldati avevano catturato Lincoln e l’avevano consegnato a bordo della Texas.»
«Il delirio di un moribondo», mormorò Giordino, incredulo. «Lincoln avrebbe dovuto prendere il Concorde per tornare in tempo, in modo che John Wilkes Booth gli sparasse al Ford’s Theatre.»
«Non conosco tutta la storia», ammise Kid.
«È una vicenda fantastica e interessante», disse Pitt. «Ma è difficile prenderla sul serio.»
«Non posso garantire che la leggenda di Lincoln sia vera», riprese Kid, imperturbabile. «Ma sono pronto a scommettere Mr Periwinkle e il resto delle mie provviste che la Texas, le ossa degli uomini del suo equipaggio e il suo carico d’oro sono ancora qui, nella sabbia. Sto girando nel deserto da cinque anni per cercare quel che ne rimane. E, per Dio, la troverò o morirò nel tentativo.»
Pitt guardò con simpatia e rispetto il vecchio cercatore. Aveva visto raramente tanta decisione e tanta dedizione. Kid aveva una sicurezza ardente che gli ricordava il vecchio minatore del Tesoro della Sierra Madre.
«Se è sepolta sotto una duna, come conta di scoprirla?» chiese Giordino.
«Ho un buon metal detector, un Fisher 1265x.»
Pitt non riuscì a trovare altro da aggiungere, quindi si limitò a dire: «Spero che la fortuna la conduca alla Texas, e che trovi tutto quello che spera di trovare».
Kid rimase steso sulla coperta per diversi minuti. Sembrava assorto nei suoi pensieri. Finalmente Giordino ruppe il silenzio.
«È ora che ce ne andiamo, se vogliamo fare un po’ di strada prima dell’alba.»
Venti minuti più tardi il motore della Voisin era acceso; Pitt e Giordino si congedarono da Kid e da Mr Periwinkle. Il vecchio cercatore aveva insistito perché accettassero qualche confezione di viveri della sua scorta. E aveva anche tracciato una mappa aprossimativa dell’antico letto del fiume, indicando i punti di riferimento e l’unico pozzo nei pressi della pista che conduceva all’impianto per lo smaltimento dei rifiuti tossici di Fort Foureau.
«È molto lontano?» chiese Pitt.
Kid alzò le spalle. «Circa centodieci miglia.»
«Cioè centosettantasette chilometri», tradusse Giordino.
«Vi auguro di trovare quel che state cercando.»
Pitt gli strinse la mano e sorrise. «Lo auguro anche a lei.» Salì sulla Voisin e si mise al volante. Gli rincresceva un po’ lasciare il vecchio.
Giordino si trattenne ancora un momento per salutare. «Grazie per l’ospitalità.»
«È stato un piacere.»
«Volevo dirglielo già prima, ma mi sembra che lei abbia una faccia familiare.»
«Non so proprio perché. Non ricordo di avervi mai incontrati, voi due.»
«Si offenderebbe se chiedessi il suo vero nome?»
«No, no. Non mi offendo facilmente. È un nome strano. Non l’ho usato spesso.»
Giordino attese, paziente.
«Clive Cussler.»
Giordino sorrise. «Ha ragione. È un nome strano.»
Si voltò e prese posto accanto a Pitt. Si voltò a salutare mentre Pitt mollava la frizione e la Voisin incominciava a procedere sul fondo piatto della gola. Ma il vecchio e il fedele asino sparirono ben presto nel buio della sera.
PARTE TERZA
I SEGRETI DEL DESERTO
30.
Il Concorde dell’Air France atterrò all’aeroporto Dulles e andò ad arrestarsi davanti a un hangar governativo privo di contrassegni, vicino ai terminal delle merci. Il cielo era coperto ma la pista era asciutta e non mostrava segni di pioggia. Gunn continuò a stringere lo zaino come se fosse una parte del suo essere, uscì dall’aereo e scese in fretta la scala mobile per raggiungere la Ford nera guidata da un agente della polizia della capitale. Con le luci lampeggianti e la sirena in funzione, la macchina sfrecciò verso la sede centrale della NUMA.
Gunn si sentiva come un delinquente appena catturato, mentre viaggiava sul sedile posteriore di un’auto della polizia. Nel passare il Rochambeau Memorial Bridge notò che il fiume Potomac sembrava più verde e plumbeo del solito. La folla dei pedoni era troppo abituata alle luci e alle sirene per degnarsi di guardare la Ford che passava sfrecciando.
L’autista non si fermò all’ingresso principale; girò intorno all’angolo occidentale del palazzo con un grande stridore di gomme, e scese la rampa del garage sotterraneo. La Ford si fermò bruscamente. Due guardie si accostarono, aprirono la portiera e scortarono Gunn nell’ascensore, fino al quarto piano. Quando furono nel corridoio, aprirono la porta della sala per le conferenze, grandissima e attrezzata con sofisticati display.
C’erano numerosi uomini e donne seduti intorno al lungo tavolo di mogano, e l’attenzione di tutti era concentrata sul dottor Chapman, intento a tenere una specie di conferenza davanti a uno schermo che mostrava la parte mediana dell’oceano Atlantico lungo l’equatore, al largo dell’Africa occidentale.
Quando Gunn entrò, scese di colpo il silenzio. L’ammiraglio Sandecker si alzò, gli corse incontro e l’accolse come se fosse un fratello sopravvissuto a un trapianto di fegato.
«Grazie a Dio, ce l’ha fatta!» disse con una commozione inconsueta. «Com’è andato il volo da Parigi?»
«Mi sentivo un reietto. Tutto solo a bordo di un Concorde.»
«Non c’erano aerei militari disponibili al momento. Noleggiare un Concorde era l’unico modo per farla arrivare qui al più presto.»
«Buona idea, purché non lo sappiano i contribuenti.»
«Non credo che protesterebbero se sapessero che è in gioco la loro esistenza.»
Quindi Sandecker presentò Gunn. «Credo che conosca già tutti, a parte tre eccezioni.»
Il dottor Chapman e Hiram Yaeger andarono a stringere la mano a Gunn con gioia evidente. Poi fu presentato alla dottoressa Muriel Hoag, direttore della biologia marina della NUMA, e al dottor Evan Holland, l’esperto ambientale dell’agenzia.