Muriel Hoag era altissima e magra quanto una di quelle indossatrici denutrite. I capelli neri erano raccolti in una crocchia e gli occhi castani spiccavano dietro le lenti rotonde. Non era truccata, ed era meglio così, pensò Gunn. Un trattamento completo nel più famoso salone di bellezza di Beverly Hills sarebbe stato del tutto sprecato.
Evan Holland, il chimico ambientalista, sembrava un basset hound intento a contemplare una rana finita nella sua ciotola. Le orecchie erano troppo grandi, e il naso lungo era arrotondato in punta. Gli occhi erano intrisi di malinconia. Ma il suo aspetto era ingannevole: in realtà era uno dei più abili e ingegnosi detective dei problemi dell’inquinamento.
Gunn conosceva già gli altri due, Chip Webster, analista delle comunicazioni via satellite della NUMA, e Keith Hodge, il capo oceanografo.
Si rivolse a Sandecker. «Qualcuno si è preso un gran disturbo per portarmi via dal Mali.»
«Hala Kamil ha dato personalmente l’autorizzazione all’intervento di una squadra tattica dell’ONU.»
«Il comandante dell’operazione, il colonnello Levant, non mi è sembrato molto felice di vedermi.»
«C’è voluto parecchio per persuadere il colonnello Levant e il suo superiore, il generale Bock», ammise Sandecker. «Ma quando si sono resi conto dell’importanza dei suoi dati hanno collaborato senza riserve.»
«Hanno organizzato un’operazione formidabile», disse Gunn. «È incredibile che l’abbiano preparata e realizzata da un giorno all’altro.»
Se Gunn sperava che Sandecker gli fornisse i dettagli, rimase deluso. La faccia dell’ammiraglio era una maschera d’impazienza. C’era un vassoio con caffè e panini dolci, ma Sandecker non li offrì a Gunn. Lo prese invece per un braccio e lo condusse a una sedia, in fondo al tavolo per le conferenze.
«Veniamo al dunque», disse in tono brusco. «Tutti sono ansiosi di conoscere la scoperta del composto che sta causando l’esplosione della marea rossa.»
Gunn sedette, aprì lo zaino e cominciò a estrarne il contenuto. Prese le boccette con i campioni d’acqua e li posò su un panno. Poi mise da parte i dischetti dei dati, e alla fine alzò lo sguardo.
«Ecco i campioni d’acqua e i risultati secondo l’interpretazione degli strumenti e dei computer che avevo a bordo. Con un po’ di fortuna sono riuscito a identificare l’agente stimolante della marea rossa: è un composto organometallico molto insolito, una combinazione fra un aminoacido sintetico e il cobalto. Inoltre ho trovato tracce di radiazioni nell’acqua, ma non credo che abbiano una relazione diretta con l’effetto della sostanza contaminante sulla marea rossa.»
«Tenuto conto delle difficoltà e degli ostacoli che ha incontrato sulla sua strada per colpa degli africani», intervenne Chapman, «è un miracolo che sia riuscito a scoprire la causa.»
«Per fortuna, nessuno dei miei strumenti era rimasto danneggiato nello scontro con la Marina del Benin.»
«Ho ricevuto una richiesta d’informazioni da parte della CIA», intervenne Sandecker sorridendo a denti stretti. «Hanno domandato se sapevamo qualcosa di una stranissima operazione nel Mali, dopo che avete distrutto un elicottero e metà della Marina del Benin»
«Che cosa gli ha risposto?»
«Ho mentito. Continui, prego.»
«Il fuoco d’una cannoniera beniniana, comunque, aveva distrutto il nostro sistema per la trasmissione dei dati», continuò Gunn. «Così è stato impossibile inviare i risultati per telemetria ai computer di Hiram Yaeger.»
«Mi piacerebbe rianalizzare i campioni d’acqua mentre Hiram controlla i dati delle analisi», disse Chapman.
Yaeger si avvicinò a Gunn e prese delicatamente i dischetti. «Non posso dare un grande contributo alla conferenza, quindi noi metterò al lavoro.»
Appena il mago dei computer fu uscito, Gunn fissò Chapman. «Ho controllato tre volte i miei risultati. Sono sicuro che Hiram e il suo laboratorio confermeranno quanto ho scoperto.»
Chapman sembrò rendersi conto della sua tensione. «Mi creda: non metto in discussione le sue procedure o i suoi dati. Lei, Pitt e Giordino avete fatto un lavoro straordinario. Grazie a questi sforzi sappiamo con cosa abbiamo a che fare. E il presidente potrà fare pressioni sul Mali perché blocchi all’origine la produzione della sostanza inquinante. Così avremo il tempo per trovare un modo di neutralizzarne gli effetti e arrestare l’espansione delle maree rosse.»
«Non cominciamo a festeggiare troppo presto», raccomandò Gunn. «Anche se abbiamo scoperto il punto in cui il composto entra nel fiume e ne abbiamo identificato le proprietà, non siamo riusciti a scoprire la posizione della fonte.»
Sandecker tamburellò con le dita sul tavolo. «Pitt mi aveva dato la brutta notizia prima di essere interrotto. Mi scuso se non ho passato l’informazione, ma speravo che i rilevamenti a mezzo satellite fornissero il pezzo mancante.»
Muriel Hoag guardò Gunn negli occhi. «Non capisco come abbiate potuto seguire la sostanza per mille chilometri d’acqua e poi l’abbiate persa sulla terraferma.»
«È stato facile.» Gunn scrollò stancamente le spalle. «Dopo aver superato il punto della massima concentrazione, i dati sulla presenza della sostanza inquinante hanno segnato una brusca caduta, e gli strumenti hanno incominciato a mostrare che l’acqua conteneva soltanto inquinanti del tipo già noto. Abbiamo effettuato diversi passaggi avanti e indietro per confermarlo, e abbiamo fatto molti avvistamenti visuali in tutte le direzioni. Lungo il fiume e nell’entroterra non erano visibili né discariche di rifiuti tossici né magazzini o stabilimenti di produzione di sostanze chimiche. Non c’erano edifici né complessi. Niente di niente. Soltanto il deserto.»
«È possibile che, in passato, una discarica sia stata sepolta?» chiese Holland.
«Non abbiamo visto tracce di scavi», rispose Gunn.
«C’è la possibilità che la tossina sia un prodotto spontaneo della natura?» chiese Chip Webster.
Muriel Hoag sorrise. «Se le analisi confermeranno che si tratta di un aminoacido, si può trattare soltanto di un composto messo a punto da un laboratorio biotecnico, non creato dalla natura. E in qualche posto, chissà come, è stato scartato assieme ad altre sostanze contenenti cobalto. Non sarebbe la prima volta che un’integrazione accidentale di prodotti chimici produce un composto in precedenza sconosciuto.»
«In nome di Dio, com’è possibile che un composto del genere sia apparso all’improvviso in mezzo al Sahara?» chiese Chip Webster.
«E come può aver raggiunto l’oceano, dove agisce come uno steroide sui dinoflagellati?» soggiunse Holland.
Sandecker si rivolse a Keith Hodge. «Qual è l’ultimo rapporto sulla diffusione della marea rossa?»
L’oceanografo aveva passato la sessantina. Gli occhi scuri erano impassibili, il viso magro dagli zigomi alti non cambiava espressione. Se avesse indossato il costume adatto, avrebbe dato l’impressione d’essere appena uscito da un ritratto settecentesco.
«La diffusione è aumentata del trenta per cento negli ultimi quattro giorni. Temo che il tasso di créscita stia superando le nostre più nere previsioni.»
«Ma se il dottor Chapman riuscisse a realizzare una sostanza capace di neutralizzare la contaminazione e se potessimo scoprire e bloccare la fonte di questa, non saremmo in grado di arrestare anche l’espansione della marea?»
«E sarà meglio riuscirci in fretta», incalzò Hodge. «Con il ritmo attuale, fra un mese dovremmo vedere le prove iniziali del fatto che incomincia ad autoalimentarsi senza bisogno della stimolazione arrivata dal Niger.»
«Con tre mesi di anticipo sulle previsioni», disse bruscamente Muriel Hoag.
Hodge alzò le spalle in un gesto d’impotenza. «Quando si ha a che fare con un’incognita, l’unica cosa sicura è l’incertezza.»