Le foto del GeoSat gli ricordavano le vecchie immagini dello «spionaggio dal cielo» di trent’anni prima. Certo, il GeoSat era stato creato esclusivamente per le rilevazioni geologiche e delle correnti marine; ma non si avvicinava neppure all’incredibile definizione e ricchezza nei dettagli dei dati trasmessi dai satelliti più recenti, Pyramider e Houdini, messi in orbita dagli shuttle. Tuttavia c’era un miglioramento immenso rispetto al vecchio LandSat che per più di vent’anni aveva effettuato i rilevamenti terrestri. Il modello nuovo era dotato di telecamere in grado di penetrare nell’oscurità, nelle coltri di nubi e persino nel fumo.
Greenwald regolò i comandi della console via via che ogni foto, con le diverse sezioni del deserto del Mali settentrionale, passava sullo schermo e veniva ingrandita dal computer. Cominciò quasi subito a individuare punti minuscoli che erano aerei in volo e una carovana di dromedari che si snodava nel deserto dalle miniere di sale di Taoudenni, a sud di Timbuctu.
Via via che la scia delle foto si spostava a nord, dal Niger all’Azaouad, una desolata regione di dune che formava una delle tante aree del Sahara, Greenwald trovò che i segni della presenza umana si diradavano velocemente. Riusciva a scorgere ossa di animali, molto probabilmente dromedari, sparse intorno a pozzi isolati; ma anche per sistemi elettronici sofisticati come i suoi era molto difficile individuare un umano in piedi.
Dopo circa un’ora Greenwald si soffregò gli occhi stanchi e si massaggiò le tempie. Non aveva trovato nulla che indicasse la minima traccia dei due uomini che gli avevano chiesto di cercare. Le foto dell’estrema griglia di ricerca a nord, che secondo Webster i due potevano aver raggiunto a piedi, non mostravano nulla.
Greenwald aveva fatto la sua parte, e stava per smettere e andare a casa dalla moglie; poi decise di fare un ultimo tentativo. Gli anni d’esperienza gli avevano insegnato che un bersaglio non era mai dove ci si aspettava di trovarlo. Riprese le foto che mostravano le regioni più interne dell’Azaouad e tornò a esaminarle rapidamente.
La distesa brulla era vuota come il mar Morto.
Per poco non gli sfuggì. Gli sarebbe sfuggito, anzi, se non avesse avuto la sensazione indefinibile che un oggetto minuscolo presente nel paesaggio non si armonizzava con quanto gli stava intorno. Poteva sembrare una roccia o una duna, ma la forma non era irregolare come gli elementi geologici prodotti dalla natura. Le linee erano diritte e ben definite. Mosse la mano su una fila di comandi, e ingrandì l’oggetto.
Greenwald sapeva di aver scoperto qualcosa. Era troppo esperto per ingannarsi. Durante la guerra del Golfo era diventato famoso per la straordinaria capacità di scoprire i bunker, i carri armati e i pezzi d’artiglieria nascosti dagli iracheni.
«Una macchina», mormorò. «Una macchina coperta di sabbia per mimetizzarla.»
Dopo uno studio attento riuscì a distinguere due punti minuscoli a fianco dell’automobile. Era un peccato che le immagini non fossero state trasmesse da un satellite militare: in quel caso sarebbe riuscito a leggere addirittura l’ora sugli orologi. Ma il GeoSat non era stato creato per catturare dettagli così minuziosi. Anche regolando l’ingrandimento al massimo riusciva solo a rendersi conto che erano due esseri umani.
Per un momento rimase immobile ad assaporare la sua scoperta. Poi si alzò, andò alla scrivania e prese il telefono. Attese con pazienza, augurandosi che una voce registrata non lo invitasse a lasciare un messaggio. Al quinto squillo rispose un uomo un po’ affannato.
«Pronto.»
«Chip?»
«Sì. Sei tu, Tom?»
«Stavi facendo jogging?»
«Mia moglie e io eravamo in giardino a chiacchierare con i vicini», spiegò Webster. «Sono corso in casa quando ho sentito il telefono.»
«Ho trovato qualcosa che ti interesserà.»
«I miei due uomini. Li hai rintracciati nelle foto del GeoSat?»
«Sono oltre cento chilometri più a nord di quanto avevi calcolato», disse Greenwald.
Un attimo di silenzio. «Sei sicuro che non siano due nomadi?» chiese Webster. «I miei amici non possono aver percorso una simile distanza a piedi, nel deserto rovente e in quarantotto ore.»
«Non sono a piedi.»
«Vuoi dire che hanno una macchina?» chiese sbalordito Webster.
«È difficile distinguere i particolari. Ho l’impressione che durante il giorno la coprano con la sabbia per nasconderla agli aerei che li stanno cercando. E probabilmente viaggiano di notte. Devono essere i tuoi amici. Chi altro potrebbe giocare a nascondino dove non cresce l’erba?»
«Sai dirmi se sono diretti al confine?»
«No, a meno che abbiano un pessimo senso dell’orientamento. Si trovano al centro del Mali settentrionale. Il confine più vicino è almeno a trecentocinquanta chilometri.»
Webster rimase in silenzio per un lungo attimo. «Devono essere Pitt e Giordino. Ma dove diavolo hanno trovato una macchina?»
«Ho l’impressione che siano tipi molto efficienti.»
«Avrebbero dovuto rinunciare da un pezzo a cercare la fonte della contaminazione. Che cosa gli ha preso?»
Greenwald non era in grado di rispondere alla domanda. «Può darsi che ti diano un colpo di telefono da Fort Foureau», disse, un po’ sul serio e un po’ per scherzo.
«Si stanno dirigendo verso l’impianto francese per lo smaltimento dei rifiuti tossici?»
«Sono arrivati a soli cinquanta chilometri di distanza, e quella è l’unica presenza della civiltà occidentale in tutta la zona.»
«Grazie, Tom», disse Webster. «Ti devo un grosso favore. Posso invitarti a cena con tua moglie?»
«Buona idea. Scegli un ristorante e chiamami.»
Greenwald posò il ricevitore e concentrò di nuovo l’attenzione sull’oggetto indistinto e sulle due figure minuscole che gli stavano accanto.
«Dovete essere proprio matti», commentò.
Poi spense l’apparecchio e andò a casa.
32.
Il sole si alzò e inondò di calore il deserto come lo sportello spalancato d’un forno. Il freddo della notte svanì rapidamente come l’ombra d’una nuvola. Due corvi che volavano nel cielo opprimente scorsero qualcosa che non faceva parte del paesaggio e cominciarono a girare in cerchio nella speranza di scroccare un pasto. Poi si resero conto che un essere umano vivo non offriva nulla di apprezzabile e si diressero lentamente verso nord.
Pitt era sdraiato sul pendio di una bassa duna, semisepolto nella sabbia. Guardò i corvi per qualche istante. Poi rivolse di nuovo l’attenzione all’immensa distesa dell’impianto solare di smaltimento dei rifiuti tossici di Fort Foureau. Era un posto irreale: non era soltanto una creazione tecnologica, ma uno stabilimento produttivo circondato da una terra morta ormai da tempo sotto l’aggressione della siccità e del caldo.
Pitt si girò leggermente nel sentire il movimento della sabbia e vide Giordino che si avvicinava strisciando sullo stomaco come una lucertola.
«Ti godi il panorama?» chiese Giordino.
«Vieni a dare un’occhiata. Ti garantisco che ne resterai impressionato.»
«L’unica cosa che potrebbe impressionarmi in questo momento sarebbe una spiaggia con tante belle onde fresche.»
«Non mostrare i riccioli», lo ammonì Pitt. «Un ciuffo di capelli scuri spicca sulla sabbia giallastra come una puzzola su uno steccato.»
Giordino sorrise e si versò sui capelli una manciata di sabbia. Si affiancò a Pitt e scrutò oltre la cresta della duna. «Ohi, ohi», mormorò sbalordito. «Se non sapessi che non è vero, direi che è una città sulla luna.»
«Il paesaggio desolato c’è», ammise Pitt. «Però manca la cupola di vetro.»
«È grande quasi come Disneyland.»
«Direi una trentina di chilometri quadrati.»
«Sta arrivando un convoglio», disse Giordino, e indicò un lungo treno merci trainato da quattro locomotori diesel. «Sembra che gli affari vadano bene.»