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«È il treno della broda tossica di Massarde», mormorò Pitt. «Saranno centoventi vagoni pieni di rifiuti velenosi.»

Giordino indicò un immenso campo coperto da lunghi bacini con le superfici concave che rimandavano i raggi del sole come un mare di specchi. «Sembrano riflettori solari.»

«Concentratori», spiegò Pitt. «Raccolgono le radiazioni solari e le concentrano in enormi intensità di calore e di protoni. L’energia viene poi convogliata in un reattore chimico che distrugge completamente i rifiuti tossici.»

«Ma come sei intelligente», esclamò Giordino. «Quando sei diventato esperto di radiazioni solari?»

«Frequentavo una signora che era ingegnere presso il Solar Energy Institute. E mi ha fatto visitare i loro impianti per le ricerche. È stato diversi anni fa, quando stavano ancora collaudando la tecnologia termica solare per eliminare i rifiuti tossici industriali. Sembra che Massarde abbia sfruttato al meglio quelle tecniche.»

«C’è qualcosa che mi sfugge», disse Giordino.

«E cioè?»

«Questo complesso. Perché addossarsi le spese e il disturbo di costruire una simile cattedrale ecologica in mezzo alla più grande distesa di sabbia del mondo? Io l’avrei costruita più vicina a un grande centro industriale. Deve costare una barca di soldi trasportare questa roba attraverso mezzo oceano e milleseicento chilometri di deserto.»

«È un’osservazione molto acuta», ammise Pitt. «Anch’io sono curioso. Se Fort Foureau è un tale capolavoro di distruzione dei rifiuti tossici, e se gli esperti lo giudicano tanto sicuro, non c’è motivo perché non sia stato costruito in un posto più comodo da raggiungere.»

«Pensi ancora che parta da qui la contaminazione che arriva al Niger?» chiese Giordino.

«Non abbiamo trovato altre fonti.»

«Forse la soluzione sta nel fiume sotterraneo, come ha detto il vecchio cercatore.»

«Ma c’è un problema», disse Pitt.

«Non sei mai stato un tipo fiducioso», si lamentò Giordino.

«La teoria del fiume sotterraneo è credibile. Ma non sono disposto ad accettare l’idea dell’infiltrazione dell’inquinamento.»

«Sono d’accordo.» Giordino annuì. «Cosa c’è che si può infiltrare, se tutta quella roba finisce in cenere?»

«Esattamente.»

«Allora Fort Foureau non è quello che dicono?»

«No, secondo me.»

Giordino si voltò a guardarlo, insospettito. «Spero che non starai pensando di andare laggiù come se fossimo due vicini di casa venuti a fare una visitina.»

«Io pensavo piuttosto ai topi d’appartamento.»

«E come dovremmo entrare? Ci presentiamo all’ingresso e chiediamo un pass?»

Pitt indicò con un cenno i carri merci che avanzavano su un binario di raccordo, parallelo alla banchina di carico all’interno dell’impianto. «Saltiamo sul treno.»

«E per uscire?» chiese Giordino, sempre più sospettoso.

«Dato che la benzina della Voisin è quasi finita, l’ultima delle mie idee è salutare affettuosamente il Mali e allontanarci a piedi nel tramonto. Prenderemo l’espresso in partenza per la Mauritania.»

Giordino si oscurò. «Vorresti farmi viaggiare in carri merci che hanno trasportato tonnellate e tonnellate di materiali tossici? Sono troppo giovane per finire in pappa.»

Pitt alzò le spalle e sorrise. «Dovrai stare attento a non toccare niente.»

Giordino scosse la testa, esasperato. «Hai pensato agli ostacoli?»

«Gli ostacoli sono fatti per essere superati», rispose solennemente Pitt.

«Come la recinzione elettrificata, le guardie con i dobermann, le macchine di ronda con cannoni automatici, i riflettori che illuminano quel posto come uno stadio?»

«Sì, adesso che me l’hai ricordato.»

«È molto strano», mormorò Giordino. «È molto strano che un inceneritore di rifiuti tossici sia sorvegliato come un arsenale di bombe atomiche.»

«Una ragione di più per andare a fare un’ispezione», disse Pitt con molta calma.

«Non cambierai idea e non tornerai a casa, vero?»

«Cercate e troverete.»

Giordino alzò le mani al cielo. «Sei più matto del vecchio cercatore che ha raccontato la storia assurda della corazzata della Confederazione con Abe Lincoln al timone, e sepolta nel deserto.»

«Abbiamo molte cose in comune», fece Pitt in tono noncurante. Si girò sul fianco e indicò una struttura quattro chilometri più a est, a poca distanza dal binario. «Vedi quel vecchio forte abbandonato?»

Giordino annuì. «C’è scritto sopra Beau Geste, Gary Cooper e Legione Straniera. Sì, lo vedo.»

«È da quello che prende il nome Fort Foureau», disse Pitt. «Non più di cento metri lo separano dalla ferrovia. Appena sarà buio lo useremo come copertura, in attesa di poter saltare a bordo di un treno in arrivo.»

«Ho già notato che passa troppo veloce perché sia possibile riuscirci, anche per un vagabondo professionista.»

«Prudenza e pazienza», esortò Pitt. «Le locomotive cominciano a rallentare poco prima di raggiungere il vecchio forte. Poi procedono a passo d’uomo quando arrivano a quella che sembra una stazione di controllo del servizio di sicurezza.»

Giordino studiò la stazione da cui il treno doveva passare prima di entrare nel complesso. «Scommetto qualunque cosa che un esercito di guardie controlla ogni vagone.»

«Non credo che siano troppo zelanti. Esaminare più di cento vagoni pieni di bidoni di rifiuti tossici non è esattamente il tipo di lavoro in cui un uomo sano di mente si butta corpo e anima. E poi, chi può essere tanto stupido da nascondersi in uno di quei carri?»

«L’unico che mi viene in mente sei tu», osservò Giordino in tono asciutto.

«Sono pronto ad ascoltare consigli più pratici per superare la recinzione elettrificata, i dobermann, i riflettori e le auto di ronda.»

Giordino stava per lanciargli uno sguardo esasperato quando si tese e girò la testa verso il cielo, in direzione del rombo di un elicottero che si stava avvicinando.

Anche Pitt alzò gli occhi. Veniva da sud e si dirigeva verso di loro. Non era un apparecchio militare, ma una bella, aerodinamica versione civile, facilmente riconoscibile per il nome «Massarde Entreprises» sulla fusoliera.

«Accidenti!» imprecò Giordino. Si voltò a guardare il mucchio di sabbia che avevano accumulato sulla Voisin. «Se si abbassa ancora un po’, scoprirà la macchina.»

«Solo se ci passerà sopra direttamente», disse Pitt. «Acquattati e non muoverti.»

Un occhio attento avrebbe potuto scorgerli, notare la duna dalla forma sospetta; ma il pilota teneva gli occhi fissi sull’eliporto accanto all’ufficio centrale del complesso e non abbassò lo sguardo verso la sabbia e le due figure appiattite contro la duna. L’unico passeggero dell’elicottero era occupato a studiare una relazione finanziaria e non guardava dal finestrino.

Passò proprio sopra di loro, virò leggermente e scese verso l’eliporto. Rimase librato per qualche secondo, poi si posò sul cemento. Qualche attimo più tardi il rotore si fermò, lo sportello si aprì e ne scese un uomo. Anche a cinquecento metri di distanza e senza binocolo, Pitt indovinò chi era colui che si avviava a passo deciso verso gli uffici.

«Credo che il nostro amico sia tornato a ossessionarci», commentò.

Giordino si riparò gli occhi con le mani e socchiuse le palpebre. «È troppo lontano per esserne sicuri, ma credo che abbia ragione tu. È un peccato che non abbia portato la pianista che era a bordo dell’houseboat.»

«Non riesci a togliertela dalla mente?»

Giordino guardò Pitt con aria offesa. «E perché dovrei?»

«Non sai neppure come si chiama.»

«L’amore vince tutto», rispose malinconicamente Giordino.