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«Per il momento è meglio che tu vinca i tuoi pensieri. Riposeremo fino all’imbrunire. Poi dovremo prendere il treno.»

Avevano aggirato il pozzo descritto dal vecchio cercatore perché il letto prosciugato dell’Oued Zarit zigzagava in una direzione diversa. Le bibite analcoliche erano finite, e la scorta d’acqua era ridotta a due litri. Ma la spartirono e la bevvero tutta per evitare la disidratazione, confidando di trovare una sorgente nei pressi del complesso.

Fermarono la Voisin in una piccola gola, un chilometro a sud del forte abbandonato accanto alla ferrovia, poi si seppellirono nella sabbia sotto la macchina per ripararsi dal caldo. Giordino si addormentò subito; Pitt invece era troppo irrequieto.

La notte scende in fretta sul deserto e il crepuscolo è breve. C’era uno strano silenzio, e gli unici suoni erano i ticchettii del motore della Voisin che si stava raffreddando. L’aria secca si ripulì del caldo e della sabbia turbinante e mostrò la grande tempesta di stelle che brillavano in un cielo d’ossidiana. Erano così nitide che Pitt riusciva addirittura a distinguere le stelle rosse da quelle azzurre e verdi. Non aveva mai visto uno spettacolo come quello, neppure in mare aperto.

Coprirono la macchina per l’ultima volta e si avviarono a piedi verso il forte, cancellando le tracce con una fronda di palma. Passarono accanto al vecchio cimitero della Legione e aggirarono le mura alte dieci metri e infine giunsero alla porta principale. I giganteschi battenti di legno, solidi e sbiancati dal sole, erano socchiusi. Entrarono e si trovarono nella piazza d’armi buia e deserta.

Non ci voleva molto perché l’immaginazione suggerisse la presenza di una formazione fantasma di fanti, schierati sull’attenti nelle tuniche blu, i pantaloni bianchi e i chepì, prima di marciare sulle sabbie roventi per combattere contro un’orda di tuareg.

L’avamposto abbandonato era piuttosto piccolo, in confronto alla media dei forti della Legione Straniera. Le mura formavano un quadrato perfetto di trenta metri di lato, e alla base avevano uno spessore di tre metri mentre, alla sommità, i bastioni proteggevano i difensori. Non doveva aver ospitato mai più di cinquanta uomini.

L’interno presentava i tipici segni dell’abbandono. I pochi oggetti dimenticati dalle truppe e i rifiuti lasciati dai vagabondi del deserto che durante le tempeste di sabbia s’erano riparati nel forte erano sparsi nel cortile e nelle camerate. Contro uno dei muri erano ammucchiati i materiali avanzati agli operai durante la costruzione della ferrovia: traversine di cemento, attrezzi, bidoni di gasolio e un sollevatore a forche che sembrava in ottime condizioni.

«Ti piacerebbe essere di stanza in questo posto per un anno?» borbottò Giordino.

«Neppure per una settimana», rispose Pitt continuando a ispezionare il forte.

Il tempo si trascinava con tormentosa lentezza durante l’attesa. Era molto probabile che la sostanza chimica riconosciuta da Gunn quale causa dell’esplosione della marea rossa filtrasse dall’impianto di Fort Foureau. Dopo quanto era accaduto con Massarde, Pitt sapeva che se avessero bussato alla porta chiedendo gentilmente di ispezionare il complesso non sarebbero stati accolti a braccia aperte. Dovevano entrare di nascosto e scoprire prove inconfutabili.

A Fort Foureau stava succedendo qualcosa di molto più sinistro. In apparenza, l’impianto contribuiva alla lotta contro i milioni di tonnellate di rifiuti tossici che si producevano nel mondo. Ma dobbiamo guardare sotto la superficie, pensava Pitt, e vedremo quel che vedremo.

Stava calcolando che le probabilità di passare oltre la stazione del servizio di sicurezza e di uscirne vivi erano minime, quando captò un suono in lontananza. Giordino si svegliò di colpo e lo sentì a sua volta.

Si guardarono in silenzio e si alzarono.

«Un treno in arrivo», disse Giordino.

Pitt studiò le lancette luminose dell’orologio subacqueo. «Le undici e venti. Avremo tutto il tempo di effettuare l’ispezione e di uscire prima che faccia giorno.»

«Purché ci sia un treno in partenza», precisò Giordino.

«Finora sono passati puntualmente ogni tre ore. Come Mussolini, Massarde li fa arrivare in orario.» Pitt si scrollò di dosso la sabbia. «Andiamo. Non voglio restare su un binario vuoto.»

«A me non dispiacerebbe.»

«Stai giù», raccomandò Pitt. «Il deserto riflette la luce delle stelle, e tra il forte e la ferrovia il terreno è scoperto.»

«Volerò nella notte come un pipistrello», promise Giordino. «Ma se un cane con le zanne lunghe o una guardia con un’arma automatica avesse altre idee?»

«Avremo la prova che Fort Foureau non è altro che una facciata», disse con fermezza Pitt. «Uno di noi deve fuggire e mettere in guardia Sandecker, a costo di sacrificare l’altro.»

Giordino lo fissò con aria pensierosa e non disse nulla. Poi risuonò il fischio del primo locomotore diesel che annunciava l’arrivo alla stazione. Indicò il binario. «È meglio che ci sbrighiamo.»

Pitt annuì in silenzio Varcarono la porta del forte e corsero verso la ferrovia.

33.

Un camion Renault abbandonato stava a metà strada tra il forte e le rotaie. Era stato completamente spogliato di tutto ciò che poteva essere rimosso: gomme e ruote, motore, trasmissione e differenziale, persino il parabrezza e le portiere erano stati sottratti e usati come pezzi di ricambio o venduti come rottami dopo essere stati trasportati a Gao e Timbuctu a dorso di dromedario da un mercante intraprendente.

Per Pitt e Giordino, che stavano acquattati dietro il camion per non essere investiti dalla luce dei fari del locomotore, la desolazione di quell’oggetto usato dall’uomo e poi dimenticato era sconvolgente. Ma era la copertura ideale, mentre si avvicinava il lungo convoglio merci.

La luce rotante sopra il locomotore spazzava il deserto e illuminava ogni sasso, ogni filo d’erba per circa un chilometro. Rimasero acquattati fino a che i locomotori passarono oltre rombando, a una velocità di circa cinquanta chilometri l’ora. I macchinisti stavano frenando per entrare nella stazione. Pitt attese con pazienza mentre la velocità si riduceva. Quando gli ultimi vagoni fossero arrivati all’altezza del camion abbandonato, calcolò Pitt, avrebbero dovuto procedere a circa quindici chilometri: e allora avrebbero potuto correre e balzare a bordo.

Lasciarono il riparo del camion sventrato e sfrecciarono verso la banchina scrutando i carri merci a pianale che trasportavano enormi container. Ormai l’ultimo vagone era in vista: non era del solito tipo riservato al personale del convoglio, bensì un carro corazzato con mitragliatrici pesanti, che spuntavano dalle torrette, affidate alle guardie del servizio di sicurezza dell’azienda. Massarde non voleva correre rischi, pensò Pitt. Probabilmente erano mercenari professionisti, pagati più della media abituale.

Perché quelle precauzioni? Quasi tutti i governi giudicavano i rifiuti chimici vere e proprie seccature. Un sabotaggio o un incidente in mezzo al deserto sarebbe passato quasi inosservato per i media internazionali e per gli ambientalisti. Quindi… da chi li proteggevano? Certo non dai banditi e dai terroristi.

Se Pitt avesse analizzato il carattere di Yves Massarde, sarebbe probabilmente giunto alla conclusione che il magnate francese faceva il doppio gioco, e finanziava i ribelli maliani mentre forniva montagne di quattrini a Kazim.

«Puntiamo verso il penultimo container prima del vagone blindato», disse Pitt. «Salire sull’ultimo potrebbe essere rischioso, se una guardia zelante sta osservando.»

Giordino annuì. «Sono d’accordo. I vagoni vicini alle guardie non saranno perquisiti meticolosamente come gli altri più avanti.»

Si alzarono e cominciarono a correre lungo la banchina. Pitt aveva sbagliato nel giudicare. Il treno procedeva a una velocità quasi doppia a quella che potevano raggiungere. Ma non potevano pensare di fermarsi o di rinunciare. Se si fossero allontanati, le guardie li avrebbero avvistati sotto le luci dei riflettori del vagone blindato che ruotavano in semicerchio intorno alle ruote e brillavano sulle rotaie.