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«Oh, santo cielo.» Giordino si asciugò di nuovo la fronte. «Non mi sorride per niente l’idea di rifare lo stesso scherzo al ritorno.»

Pitt sorrise, diede a Giordino una pacca sulla spalla e si girò verso la coda del treno. «Non lasciarti trascinare dall’entusiasmo. I nostri amici sono ancora con noi.»

Rimasero immobili sul tetto del container, tenendo stretto il pannello del condizionatore mentre il vagone blindato delle guardie veniva staccato e portato via da una piccola motrice elettrica. Anche i quattro locomotori diesel si sganciarono e si avviarono verso un binario morto dove una lunga fila di carri vuoti attendeva di venire trainata nuovamente fino al porto della Mauritania.

Per il momento, Pitt e Giordino, erano al sicuro. Rimasero dov’erano e attesero con calma che succedesse qualcosa. La piattaforma era illuminata da grandi lampade ad arco e sembrava deserta. Sul marciapiedi c’era una lunga fila di veicoli dall’aspetto strano che sembravano scarafaggi. Ognuno aveva quattro ruote prive di pneumatici, pianali per il carico e una piccola unità a forma di cassa che si protendeva anteriormente e conteneva i fari e una lente.

Pitt stava per fissare di nuovo il pannello del condizionatore quando notò un movimento in alto. Per fortuna scorse la telecamera montata su una trave prima che descrivesse un arco completo e li inquadrasse. Si guardò rapidamente intorno e ne vide altre quattro.

«Resta dove sei», ordinò a Giordino. «Hanno apparecchi telecomandati un po’ dappertutto.»

Tornarono a nascondersi dietro il pannello. Stavano ancora cercando di decidere la prossima mossa quando le luci delle gru si accesero e i motori elettrici incominciarono a ronzare. Nessuna aveva una cabina con un operatore: erano azionate tutte da un comando centrale situato in chissà quale punto del complesso. Le gru avanzarono lungo il treno e calarono aste metalliche orizzontali che scivolarono nelle fenditure sugli angoli superiori dei container. Poi, mentre risuonava un colpo di sirena, le gru sollevarono i grossi container dai carri ferroviari, li spostarono e li calarono su uno dei camion. Le sbarre furono rimosse e le gru passarono oltre.

Per qualche minuto i due amici rimasero dietro il pannello. Non si mossero quando la gru più vicina inserì le sbarre e sollevò il container che li nascondeva. Pitt era impressionato nel vedere che l’operazione procedeva alla perfezione senza bisogno di esseri umani. Quando il container fu sistemato sul camion, si sentì un ronzio e il veicolo incominciò a muoversi lungo la piattaforma e quindi a scendere una lunga rampa che portava a un pozzo a spirale.

«Chi è che guida?» mormorò Giordino.

«È un trasporto robotizzato», sussurrò Pitt di rimando. «Viene controllato da un centro di comando che si trova chissà dove.»

Si affrettarono a rimettere a posto il pannello e lo fissarono con un paio di viti. Raggiunsero strisciando lo spigolo anteriore del container e studiarono la scena circostante.

«Devo ammettere», disse Giordino a bassa voce, «di non aver mai visto tanta efficienza.»

Pitt doveva riconoscerlo: era uno spettacolo notevole. La rampa curva era un prodigio d’ingegneria e scendeva giù nelle viscere del deserto. Il trasporto e il suo carico avevano percorso più di cento metri, superando quattro livelli diversi che si addentravano nella terra.

Pitt studiò i grandi cartelli sopra le gallerie. Erano identificati da simboli, oltre che da scritte in francese. I livelli superiori erano destinati ai rifiuti biologici, gli inferiori a quelli chimici. Pitt incominciò a chiedersi cosa c’era nel container con cui stavano viaggiando.

Il mistero s’infittì. Perché mai un reattore che bruciava rifiuti doveva essere sepolto a simili profondità? Secondo ogni logica, avrebbe dovuto trovarsi in superficie, vicino ai concentratori d’energia solare.

Finalmente la rampa si appianò in una caverna immensa che sembrava estendersi all’infinito. Il soffitto era alto almeno quattro piani, e c’erano tunnel laterali scavati nella roccia che procedevano in ogni direzione, come i raggi d’una ruota. Pitt aveva l’impressione che una creazione della natura fosse stata ampliata in uno scavo enorme.

I suoi sensi erano tutti all’erta. Era sempre più sorpreso di non vedere esseri umani, manovali od operatori di macchine. Ogni movimento in quella che sembrava una sterminata grotta-magazzino era automatizzato. Il trasporto elettrico, come una formica, seguì quello che lo precedeva e svoltò in una delle gallerie laterali contrassegnate da un’insegna rossa con uno squarcio diagonale nero. Da un punto imprecisato, molto più avanti, giungevano suoni ed echi.

«Si vede che gli affari vanno bene», disse Giordino, indicando numerosi trasportatori che arrivavano dalla direzione opposta con i container aperti e completamente vuoti.

Dopo aver percorso quasi un chilometro il camion incominciò a rallentare e i rumori divennero più forti. Superò una svolta ed entrò in una grande camera, piena dal pavimento al soffitto di migliaia di container di cemento, tutti dipinti di giallo con contrassegni neri. Una macchina-robot scaricava i barili dei container appena arrivati e li ammonticchiava con un mare di altri che salivano verso il tetto della caverna.

Pitt strinse i denti in preda a uno shock crescente. All’improvviso si augurò di essere altrove, in qualunque altro luogo eccettuato quella specie di camera degli orrori.

I barili portavano il simbolo della radioattività. Lui e Giordino s’erano imbattuti nel segreto di Fort Foureau, una discarica sotterranea di rifiuti nucleari su scala inaudita, colossale.

Massarde diede una lunga occhiata al monitor e scosse la testa. Poi si rivolse al suo assistente, Félix Verenne.

«Quegli uomini sono incredibili», mormorò.

«Come hanno potuto superare lo sbarramento della sicurezza?» chiese pensosamente Verenne.

«Con lo stesso metodo con cui sono fuggiti dalla mia houseboat, hanno rubato la macchina del generale Kazim e hanno attraversato mezzo Sahara. Con l’astuzia e la tenacia.»

«Dobbiamo impedire che fuggano dal magazzino?» chiese Verenne. «Dobbiamo tenerli intrappolati lì dentro fino a quando le radiazioni non li uccideranno?»

Massarde rifletté per un momento, poi scosse la testa. «No, mandi quelli del servizio di sicurezza a prenderli. Li faccia ripulire a dovere per rimuovere la radioattività e li porti qui. Vorrei parlare di nuovo con il signor Pitt prima di toglierlo di mezzo.»

34.

Le guardie del servizio di sicurezza di Massarde li catturarono venti minuti più tardi, dopo che erano risaliti con un camion vuoto fino alla superficie. S’erano lanciati dal tetto dei container e s’erano rifugiati nell’interno vuoto. Una telecamera nascosta li aveva sorpresi mentre stavano per entrare.

La porta si spalancò pochi momenti prima che il container venisse caricato su un carro ferroviario. Non ebbero possibilità di opporre resistenza o di tentare la fuga: l’azione di sorpresa era ben coordinata.

Erano in dieci, contò Pitt: dieci uomini che li circondavano con minacciosa efficienza e puntavano i mitra conto i due disarmati all’interno del container. L’amarezza pungente del fallimento lo trafiggeva come una lama, e sentiva sulla lingua la bile della sconfitta. Farsi intrappolare e catturare una volta da Massarde era un errore di calcolo. Cascarci due volte era da stupidi. Osservava le guardie senza paura: provava soltanto collera, e imprecava contro se stesso perché non era stato più prudente.

Non c’era altro da fare che attendere e sperare di non finire giustiziati prima di avere una nuova possibilità di fuggire. Pitt e Giordino alzarono lentamente le mani e le intrecciarono dietro la testa.

«Spero che perdonerete il disturbo», disse Pitt con calma. «Stavamo cercando il bagno.»

«Non vorrete che ci capiti un incidente», soggiunse Giordino.