«Ancora voi due!» esclamò un ufficiale del servizio di sicurezza che sfoggiava un’uniforme perfettamente stirata e il berretto rosso a visiera dei militari francesi. Parlava inglese in tono freddo e aspro, quasi senza accento. «Mi è stato detto che siete pericolosi. Dimenticate ogni speranza di fuggire. I miei uomini non sono addestrati a ferire i prigionieri che oppongono resistenza.»
«Perché tante storie?» chiese Giordino con aria innocente. «Vi comportate come se avessimo rubato un bidone di diossina usata.»
L’ufficiale non gli badò. «Chi siete?»
Pitt lo fissò. «Io sono Rocky e questo è il mio amico…»
«Bullwinkle», concluse Giordino.
Un sorriso tirato spuntò sulle labbra dell’ufficiale. «Senza dubbio sono nomi più appropriati di Dirk Pitt e Al Giordino.»
«Se lo sapeva già, perché ce l’ha chiesto?» disse Pitt.
«Il signor Massarde vi stava aspettando.»
«L’ultimo posto dove prevedevamo di andare è il cuore del deserto», disse Giordino, parafrasando la frase che Pitt gli aveva detto a Bourem. «Ma abbiamo sbagliato, eh?»
Pitt alzò le spalle. «Io avevo letto un copione diverso.»
«Come avete superato lo sbarramento del nostro servizio di sicurezza?» chiese l’ufficiale.
«Abbiamo preso il treno», rispose Pitt con disinvoltura.
«Le porte dei container vengono chiuse con una combinazione, dopo il carico. Non è possibile che vi siate entrati mentre il treno era in movimento.»
«Dovrebbe dire a chi sorveglia le vostre telecamere di studiare i condizionatori d’aria sul tetto. È molto semplice togliere un pannello e usarlo come scudo.»
«Davvero?» Il capitano Brunone sembrava molto interessato. «Ingegnoso. Farò in modo che il vostro metodo d’entrata venga aggiunto al manuale delle nostre precauzioni.»
«Sono molto lusingato.» Pitt sorrise.
L’ufficiale socchiuse le palpebre. «Non lo sarà per molto tempo, le assicuro.» S’interruppe e parlò in una radio portatile. «Signor Massarde?»
«Sono qui.» La voce di Massarde gracchiò attraverso l’altoparlante.
«Qui è il capitano Charles Brunone, signore, il capo del servizio di sicurezza.»
«Pitt e Giordino?»
«Sono in mano mia.»
«Hanno opposto resistenza?»
«No, signore. Si sono arresi senza far storie.»
«La prego di portarli nel mio ufficio, capitano.»
«Sì, signore. Appena li avremo decontaminati.»
Pitt si rivolse a Brunone: «Servirebbe a qualcosa se ci scusassimo?»
«Sembra che gli americani non rinuncino mai a fare gli spiritosi», commentò freddamente Brunone. «Potreste scusarvi con il signor Massarde ma, dato che avete distrutto il suo elicottero, se fossi in voi non mi aspetterei pietà.»
Yves Massarde non sorrideva spesso e tuttavia, quando Pitt e Giordino vennero introdotti nell’ufficio, si appoggiò alla spalliera della lussuosa poltroncina di pelle, posò i gomiti sui braccioli, intrecciò le dita sotto il mento e sorrise soddisfatto come un imprenditore di pompe funebri dopo un’epidemia di febbre tifoide. Félix Verenne era in piedi accanto a una finestra affacciata sul complesso. Gli occhi erano inespressivi come le lenti di una macchina fotografica, la faccia era cupa, la bocca contratta in una smorfia di disprezzo, in netto contrasto con l’atteggiamento del suo superiore.
«Ottimo lavoro, capitano Brunone», dichiarò Massarde. «Li ha presi indenni.» Squadrò con aria pensierosa i due uomini che gli stavano avanti e indossavano tute immacolate. Notò le facce abbronzate e le eccellenti condizioni fisiche, le espressioni noncuranti, e ricordò di aver notato la stessa indifferenza a bordo della sua houseboat. «Dunque hanno collaborato.»
«Come ragazzini richiamati in classe», disse Brunone. «Hanno fatto quel che gli è stato ordinato.»
«Molto saggio da parte loro», mormorò Massarde in tono d’approvazione. Scostò la poltroncina, girò intorno alla scrivania e si fermò di fronte a Pitt. «Complimenti per la traversata del deserto. Il generale Kazim pensava che non sareste durati due giorni. È stata un’impresa considerevole, arrivare fin qui in un territorio ostile e così in fretta.»
«Il generale Kazim è l’ultimo uomo sul quale farei conto per una predizione», rispose pacatamente Pitt.
«Avete rubato il mio elicottero e l’avete fatto precipitare nel fiume, signor Pitt. Vi costerà caro.»
«Visto che ci aveva trattati male a bordo della sua houseboat, l’abbiamo ricambiata.»
«E la vecchia, preziosa automobile del generale Kazim?»
«Il motore non andava più, e allora l’abbiamo bruciata», mentì Pitt.
«Sembra che abbiate l’abitudine di distruggere le proprietà altrui.»
«Quand’ero piccolo rompevo tutti i miei giocattoli», disse Pitt con disinvoltura. «Mio padre diventava matto.»
«Io posso sempre acquistare un altro elicottero, ma il generale Kazim non potrà rimpiazzare l’Avions Voisin. Godetevi quel po’ di tempo che vi rimane prima che i suoi sadici aiutanti incomincino a lavorare su di voi nelle camere di tortura.»
«Per fortuna sono masochista», commentò Giordino con aria imperturbabile.
Per un secondo Massarde sembrò divertito, poi assunse un’espressione incuriosita. «Che cosa avete pensato ci fosse di tanto interessante da spingervi ad attraversare mezzo Sahara per arrivare a Fort Foureau?»
«Avevamo tanto apprezzato la sua compagnia a bordo dell’houseboat che abbiamo pensato di farle una visitina…»
Massarde scattò fulmineamente e tirò un rabbioso manrovescio a Pitt. L’anello in cui era incastonato un grosso diamante gli graffiò la guancia destra. Pitt girò la testa per il colpo, ma tenne i piedi piantati saldamente sul tappeto. «Mi sta sfidando a duello?» chiese con un sogghigno teso.
«No, significa che la farò calare lentamente in un bidone d’acido nitrico fino a quando non parlerà.»
Pitt scrutò Giordino, guardò di nuovo Massarde e scrollò le spalle. «E va bene, Massarde. C’è una falla.»
Massarde aggrottò la fronte. «Si spieghi.»
«I rifiuti tossici, le sostanze chimiche che lei dovrebbe bruciare, filtrano nell’acqua sotterranea che scorre sotto l’antico letto di un fiume e inquinano tutti i pozzi da qui al Niger. Poi finiscono nell’Atlantico, dove causano un disastro ecologico che annienterà la fauna marina. E questo sarà soltanto l’inizio. Abbiamo risalito il letto del vecchio fiume e abbiamo scoperto che un tempo passava proprio ai piedi di Fort Foureau.»
«Siamo a quasi quattrocento chilometri dal Niger», obiettò Verenne. «È impossibile che l’acqua scorra per una simile distanza sotto la superficie del deserto.»
«Come fa a saperlo?» chiese Pitt. «Fort Foureau è l’unico complesso del Mali che riceva rifiuti chimici e biologici. La sostanza che causa il grave danno può venire solo da qui. È l’unica fonte possibile. Ormai non ho più dubbi, perché so che nascondete i rifiuti anziché bruciarli.»
Una smorfia irritata apparve sulla bocca di Massarde. «Non è esatto, signor Pitt. Noi bruciamo i rifiuti, a Fort Foureau. Ne bruciamo una quantità considerevole. Venga, glielo mostrerò.»
Il capitano Brunone si scostò e accennò a Pitt e Giordino di seguire Massarde.
Attraversarono un corridoio ed entrarono in una stanza dove c’era un modello tridimensionale del complesso di Fort Foureau. Era perfetto, con particolari così meticolosi che sembrava di vedere l’originale da un elicottero.
«È una riproduzione fedele, oppure un’opera di fantasia?» chiese Pitt.
«È esatto in ogni minima parte», gli assicurò Massarde.
«E lei ha intenzione di farci un resoconto pratico del funzionamento.»
«Un resoconto che porterete con voi nella tomba», disse Massarde in tono di rimprovero. Prese una bacchetta d’avorio e indicò un vasto campo sul lato sud del complesso, coperto da enormi moduli piatti inclinati verso il sole. «Siamo autosufficienti in quanto a energia», esordì. «Produciamo elettricità con questo sistema fotovoltaico a griglia di pannelli solari piatti di silicio policristallino, che copre quattro chilometri quadrati. Sa cos’è un sistema fotovoltaico?»