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«Hala Kamil ci è stata molto utile. Ha ordinato alla squadra tattica delle Nazioni Unite di compiere la missione.»

«Allora dovrà chiederle un secondo intervento, se Pitt e Giordino saranno catturati.»

«Lo sa Dio», intervenne il presidente, «come mi metterebbero in croce se mandassi una squadra di americani a riempire il deserto di cadaveri francesi.»

L’espressione di Sandecker rispecchiava una profonda delusione. «Non credo di poterla convincere a mandare la squadra nel deserto per la seconda volta.»

«Presenterò io stesso la richiesta», promise il presidente.

Willover intervenne bruscamente. «Non può averle tutte vinte, ammiraglio.»

Sandecker sospirò. Non era riuscito a chiarire a quell’uomo le conseguenze orribili del dilagare della marea rossa. La sua missione diventava sempre più angosciosa e frustrante con il passare delle ore. Si alzò e squadrò il presidente e Willover. La sua voce assunse un tono gelido.

«Preparatevi al peggio, allora, perché se non riusciremo a fermare la marea rossa prima che raggiunga l’Atlantico settentrionale e si diffonda nel Pacifico e nell’oceano Indiano, la nostra estinzione diventerà inevitabile.»

Poi girò sui tacchi e uscì senza aggiungere altro.

Nel suo ufficio, Tom Greenwald stava ingrandendo con il computer le immagini ricevute da un satellite-spia Pyramider. Per mezzo dei comandi a terra aveva modificato leggermente l’orbita in modo che passasse sopra la sezione del Sahara dove aveva riconosciuto la macchina e le figure di Pitt e Giordino nelle foto del GeoSat. Nessuno dei suoi superiori gli aveva dato il permesso, ma, dato che poteva riportare il satellite sopra l’Ucraina dilaniata dalla guerra civile in un paio di passaggi, nessuno avrebbe saputo nulla. Comunque i combattimenti s’erano ridotti a poche imboscate dei ribelli e solo il vicepresidente mostrava interesse per quelle immagini. L’Ente per la Sicurezza Nazionale aveva altro cui pensare, per esempio l’aumento del numero delle armi nucleari segrete del Giappone.

Greenwald agiva contrariamente agli ordini per pura curiosità. Voleva esaminare immagini più nitide dei due uomini che aveva scoperto mentre salivano sul treno per entrare nel complesso. Con l’aiuto del Pyramider ora poteva effettuare un’identificazione certa. E la sua analisi rivelava una tragica inversione degli avvenimenti.

Le immagini dei due uomini condotti sotto scorta a un elicottero erano sorprendenti. Greenwald poteva confrontarle con le foto che Chip Webster gli aveva passato e che provenivano dagli archivi della NUMA. Quelle scattate dallo spazio mostravano chiaramente la cattura di Pitt e Giordino.

Lasciò il monitor, andò alla scrivania e prese il telefono. Dopo due squilli, Chip Webster rispose dal suo ufficio alla NUMA.

«Pronto.»

«Chip? Sono Tom Greenwald.»

«Hai qualche novità per me, Tom?»

«Pessime notizie. I tuoi sono stati catturati.»

«Non era quello che volevo sentire», disse Webster. «Accidenti!»

«Ho qui le immagini chiarissime che li mostrano mentre vengono caricati in catene a bordo di un elicottero. Sono circondati da una dozzina di guardie armate.»

«Hai accertato la direzione presa dall’elicottero?» domandò Webster.

«Il mio satellite è passato oltre un minuto dopo il decollo. Secondo me, puntava verso nord-est.»

«All’interno del deserto?»

«A quanto pare», rispose Greenwald. «Può darsi che il pilota abbia descritto un ampio arco e sia andato in una direzione diversa, ma non ho modo di saperlo.»

«L’ammiraglio Sandecker non sarà molto felice.»

«Continuerò a cercare», promise Greenwald. «Se scoprirò qualcosa di nuovo ti chiamerò immediatamente.»

«Grazie, Tom. Ti devo un grosso favore.»

Greenwald riattaccò e fissò l’immagine sul monitor. «Poveri diavoli», mormorò. «Non vorrei essere al loro posto.»

36.

Il comitato di benvenuto di Tebezza non si scomodò. Evidentemente Pitt e Giordino non erano considerati degni di essere ricevuti dai dignitari locali. Due tuareg armati di fucili automatici li accolsero mentre un terzo fissava i ceppi di ferro intorno ai loro polsi e alle loro caviglie. Le catene erano così logore da dare l’impressione di essere state usate molte volte.

Pitt e Giordino furono caricati su un camioncino Renault. Uno dei tuareg guidava mentre gli altri due erano saliti dietro e, con i fucili appoggiati sulle cosce, sorvegliavano i prigionieri con gli occhi che spuntavano dai copricapo color indaco.

Pitt li degnò appena della sua attenzione mentre il camion si allontanava dal campo d’atterraggio. L’elicottero che li aveva portati da Fort Foureau si sollevò subito nell’aria rovente per iniziare il volo di ritorno. Pitt stava già valutando le possibilità di fuga e studiava il paesaggio circostante. Non c’erano recinzioni né posti di guardia che spiccassero sulla sabbia. Non erano necessari: infatti, era impensabile che qualcuno tentasse di attraversare ammanettato quattrocento chilometri di deserto. La fuga appariva impossibile: ma Pitt accantonò ogni idea di rassegnazione. Le prospettive di evasione erano poche, ma non inesistenti.

Era un deserto allo stato puro, e non vi cresceva nulla. Le basse dune marrone, simili a verruche, si estendevano a perdita d’occhio, separate da piccoli avvallamenti di sabbia bianca e brillante. Verso ovest un plateau roccioso si ergeva sopra il fondo del deserto. Era una zona infida, e tuttavia aveva una sua bellezza indescrivibile. A Pitt ricordava lo scenario di un vecchio film, Il giardino di Allah.

Mentre stava seduto con la schiena appoggiata alla fiancata del camioncino, inclinò la testa per guardare avanti. La strada (ammesso che la si potesse considerare tale) non era altro che una pista tracciata dai pneumatici e puntava verso il plateau. Non c’erano edifici in vista, né macchinari o veicoli. Non c’era traccia di scorie di minerali. Pitt cominciò a chiedersi se le attività minerarie di Tebezza fossero un mito.

Dopo venti minuti il camioncino rallentò e s’infilò in una stretta gola che penetrava nel plateau. La sabbia era così soffice che prigionieri e guardie dovettero scendere per spingere il veicolo sul terreno più solido. Dopo circa un chilometro, il guidatore svoltò in una grotta abbastanza ampia per lasciar passare il camion. Poi entrarono in una lunga galleria scavata nella roccia.

L’autista frenò davanti a un tunnel illuminato a giorno, e le guardie balzarono a terra. Pitt e Giordino obbedirono ai cenni fatti con le canne dei fucili e scesero goffamente dal camion. Le guardie indicarono di avviarsi nel tunnel e i due obbedirono di nuovo, lieti di ritrovarsi al riparo dal sole, in una fresca atmosfera sotterranea.

La galleria divenne un corridoio con le pareti inclinate e il pavimento rivestito di piastrelle. Passarono davanti a una serie di archi nella roccia, chiusi da antiche porte scolpite. Le guardie si fermarono davanti a due battenti in fondo al corridoio, li aprirono e li spinsero verso l’interno. Per entrambi fu una sorpresa trovarsi su una moquette blu, in un ufficio lussuoso quanto quelli d’un dirigente di una grande società a New York, sulla Quinta Strada. Le pareti erano dipinte di celeste in armonia con la moquette e ornate di sensazionali fotografie di aurore e tramonti del deserto. L’illuminazione era fornita da alte lampade cromate con i paralumi grigi.

Al centro troneggiava una scrivania d’acacia e, lì accanto, c’erano un divano e poltrone in pelle grigia. Negli angoli in fondo, come se sorvegliassero l’ingresso del sancta sanctorum, stavano due statue bronzee raffiguranti un uomo e una donna tuareg in pose fiere. L’aria era fresca, ma non umida, e Pitt sentiva un leggero profumo di fiori d’arancio.