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Dietro la scrivania era seduta una donna piuttosto bella, con gli occhi grigiovioletti e lunghi capelli neri che ricadevano dietro la spalliera. I lineamenti del viso erano mediterranei, anche se Pitt non riusciva a identificarne con esattezza l’origine. Alzò gli occhi e studiò per un momento i due con indifferenza, come se stesse classificando due commessi viaggiatori. Poi si alzò, rivelando una figura a clessidra avvolta in un indumento drappeggiato come un sari indiano, aprì la porta fra le statue e indicò ai due di entrare.

Era una grande stanza con il soffitto a cupola e le quattro pareti occupate da librerie incassate nella roccia. L’intero ambiente era una sorta di gigantesca scultura ottenuta, evidentemente, nel medesimo tempo in cui era stata scavata la stanza. Un’enorme scrivania a ferro di cavallo sorgeva dal pavimento come se ne facesse parte, ed era coperta da diagrammi e fogli. Di fronte c’erano due lunghe panchine di pietra separate da un tavolino scolpito. A parte i libri e gli oggetti sulla scrivania, la sola cosa che non fosse di roccia era il modello in legno di una galleria di miniera puntellata da travi che spiccava in un angolo della strana stanza.

Nell’angolo in fondo c’era un uomo altissimo, assorto nella lettura di un libro preso da uno scaffale. Indossava la veste violacea dei nomadi, e un litham bianco gli copriva la testa. Sotto la veste spuntava incongruamente un paio di stivali da cowboy in pelle di serpente. Pitt e Giordino attesero per qualche istante, prima che l’uomo si voltasse e prendesse atto della loro presenza con un’occhiata. Poi tornò a guardare il libro come se i visitatori se ne fossero andati.

«Proprio un bel posto», esclamò Giordino con una voce alta che echeggiava fra le pareti di pietra. «Dev’essere costato parecchio.»

«Ci vorrebbe qualche finestra», commentò Pitt mentre osservava le librerie. Poi alzò lo sguardo. «E un lucernario a vetri colorati potrebbe ravvivarlo un po’.»

O’Bannion ripose il libro fra due volumi e li squadrò incuriosito. «Bisognerebbe scavare centoventi metri di roccia per raggiungere la superficie e la luce del sole. Non varrebbe la spesa. Ho progetti più pratici per i miei operai.»

«Non vorrà dire schiavi, per caso?» chiese Pitt.

O’Bannion alzò le spalle. «Operai, schiavi, prigionieri, a Tebezza sono la stessa cosa.» Lasciò lo scaffale e si avvicinò.

Pitt non s’era mai trovato tanto vicino a qualcuno che fosse di quasi due teste più alto di lui. Doveva inclinarsi all’indietro per guardarlo negli occhi.

«E noi siamo l’ultima aggiunta al suo esercito di schiavi.»

«Come senza dubbio vi avrà informato il signor Massarde, scavare nelle miniere è meglio che essere torturati dagli aguzzini del generale Kazim. Dovreste essere contenti.»

«Immagino che non ci sia speranza di ottenere la libertà sulla parola, signor…»

«Mi chiamo Selig O’Bannion, e dirigo la miniera. No, niente libertà sulla parola. Quando si scende nelle gallerie, non se ne esce più.»

«Neppure per essere sepolti?» chiese tranquillamente Giordino.

«Abbiamo una cripta sotterranea per quelli che soccombono», rispose O’Bannion.

«È un assassino come Kazim», disse Pitt. «Forse addirittura peggio di lui.»

«Ho letto delle sue imprese subacque, signor Pitt», riprese O’Bannion senza raccogliere l’insulto. «Sarà molto piacevole avere a che fare con qualcuno il cui intelletto è al livello del mio. I suoi rapporti sulle miniere marine mi sono sembrati molto interessanti. Dovrà cenare con me, ogni tanto, e parlarmi delle sue attività tecniche sottomarine.»

Il viso di Pitt divenne gelido. «Privilegi subito dopo la cattura? No, grazie, preferirei mangiare con un dromedario.»

O’Bannion incurvò le labbra verso il basso. «Come vuole, signor Pitt. Forse cambierà idea dopo aver lavorato per qualche giorno agli ordini di Melika.»

«Chi?»

«La mia sovrintendente. È eccezionalmente crudele. Voi due siete in buone condizioni fisiche. Immagino che, quando vi rivedremo, vi avrà trasformato in due vermi tremanti.»

«Una donna?» chiese incuriosito Giordino.

«Diversa da tutte le donne che potrete incontrare.»

Pitt non disse nulla. Tutto il mondo conosceva le famigerate miniere di sale del Sahara: erano diventate una specie di topos. Ma una miniera d’oro virtualmente sconosciuta in cui lavoravano gli schiavi era una novità. Senza dubbio il generale Kazim intascava una grossa fetta di profitti; ma doveva trattarsi di un’altra iniziativa di Yves Massarde. Il complesso «quasi-solare» per lo smaltimento dei rifiuti tossici, la miniera d’oro, e chissà che altro. Era un grosso gioco, un gioco che si estendeva in tutte le direzioni come i tentacoli di una piovra, un gioco internazionale che parlava non soltanto di denaro, ma anche di un potere incalcolabile.

O’Bannion si accostò alla scrivania e premette un pulsante. La porta si aprì; le due guardie entrarono e si piazzarono alle spalle dei prigionieri. Giordino lanciò un’occhiata a Pitt in attesa di un segnale, un cenno o un movimento degli occhi che lo invitasse a un attacco coordinato contro le guardie. Giordino avrebbe caricato senza esitare come un rinoceronte infuriato se Pitt gli avesse dato il via. Ma Pitt stava immobile e rigido come se il peso delle catene ai polsi e alle caviglie avesse ottenebrato il suo istinto di sopravvivenza. Doveva soprattutto concentrarsi per far arrivare nelle mani di Sandecker il segreto di Fort Foureau… o morire nel tentativo.

«Mi piacerebbe sapere per chi lavoro», disse Pitt.

«Non lo sa?» chiese O’Bannion in tono asciutto.

«Massarde e il suo amico Kazim?»

«Due su tre. Niente male.»

«Chi è il terzo?»

«Io, naturalmente», l’informò O’Bannion. «È un accordo molto soddisfacente. La Massarde Entreprises fornisce l’equipaggiamento e provvede a vendere l’oro, Kazim manda la manodopera e io dirigo l’estrazione del minerale, il che è giusto, dato che sono stato io a scoprire il filone d’oro.»

«Che percentuale spetta al popolo del Mali?»

«Niente», rispose impassibile O’Bannion. «Cosa se ne farebbe una nazione di mendicanti di una simile ricchezza? La sperpererebbe, oppure si farebbe tosare da astuti uomini d’affari stranieri che conoscono ogni trucco per approfittare dei popoli miserabili. No, signor Pitt, è meglio che i poveri restino poveri.»

«Li ha informati della sua filosofia?»

O’Bannion aveva un’espressione tediata. «Il mondo sarebbe noioso se tutti fossero ricchi.»

Pitt non desistette. «Quanti uomini muoiono qui in un anno?»

«Dipende. A volte duecento, a volte trecento, secondo le malattie e gli incidenti. Per la verità, non tengo il conto.»

«Mi sorprende che gli operai non scioperino», commentò Giordino.

«Se non lavorano, non mangiano.» O’Bannion alzò le spalle. «E di solito Melika li fa sgobbare togliendo a frustate la pelle ai caporioni.»

«Con il piccone e il badile io sono un disastro», chiarì Giordino.

«Diventerà un esperto in fretta. Altrimenti, se causerà fastidi, sarà trasferito alla sezione estrazione.» O’Bannion s’interruppe e guardò l’orologio. «Avete ancora tempo per fare un turno di quindici ore.»

«Non mangiamo da ieri», protestò Pitt.

«Non mangerete neppure oggi.» O’Bannion fece un cenno alle guardie e si voltò di nuovo verso gli scaffali. «Portateli via.»

Le guardie li spinsero. A parte la segretaria e due uomini che portavano tute nocciola ed elmetti con le lampade da minatori, e parlavano francese mentre esaminavano un frammento di minerale con una lente d’ingrandimento, non videro nessuno fino a quando non arrivarono a un ascensore con il pavimento di moquette e le pareti cromate. Le porte si aprirono e l’addetto, un tuareg, accennò loro di entrare. Poi le porte si richiusero e il ronzio dei macchinari riverberò nel pozzo durante la discesa.