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L’ascensore scendeva in fretta ma sembrava non arrivare mai a destinazione. Passavano fra caverne nere, con le aperture circolari che segnavano l’ingresso delle gallerie superiori. Pitt calcolò che erano scesi per più di un chilometro quando l’ascensore cominciò a rallentare e, finalmente, si fermò. L’operatore aprì la porta e rivelò uno stretto pozzo orizzontale che si addentrava nella roccia. Le due guardie li scortarono a una massiccia porta di ferro; una prese da sotto la veste un portachiavi, scelse una chiave e la girò. Pitt e Giordino furono spinti contro la porta, e il loro peso la fece aprire. C’era un pozzo molto più ampio, con un binario sul pavimento. Le guardie chiusero la porta e li lasciarono soli.

Istintivamente, Giordino controllò la porta. Era spessa almeno cinque centimetri e all’interno non c’era una maniglia, ma solo la toppa di una serratura. «Di qui non potremo uscire se non ruberemo una chiave.»

«Il personale non può usarla», disse Pitt. «È riservata a O’Bannion e ai suoi amici.»

«Allora dovremo trovare un’altra strada. È evidente che portano via il minerale attraverso un altro pozzo verticale.»

Pitt fissò la porta con aria pensierosa. «No, non posso accettarlo. O l’ascensore per i dirigenti, o niente.»

Prima che Giordino potesse replicare, dal fondo del pozzo giunsero il ronzio di un motore elettrico e lo sferragliare delle ruote sui binari. Una piccola motrice che trainava un lungo convoglio di carrelli vuoti si avvicinò e si fermò. Una negra scese dal sedile di guida e fronteggiò i due uomini.

Pitt non aveva mai visto una donna come quella, quasi più larga che lunga. Era, pensò, la femmina più brutta che avesse mai incontrato; sarebbe stata adatta come ornamento per un doccione d’una cattedrale medievale. Una pesante cinghia di cuoio le spuntava dalla mano come se fosse un’escrescenza naturale. Si avvicinò a Pitt.

«Io sono Melika, sovrintendente delle miniere. Esigo obbedienza indiscussa. Hai capito?»

Pitt sorrise. «È un’esperienza nuova, prendere ordini da qualcuno che sembra un rospo con problemi di obesità.»

Vide la cinghia saettare nell’aria, ma era troppo tardi per schivarla. Il colpo arrivò alla faccia, e Pitt vide le stelle mentre indietreggiava barcollando contro una trave. L’impatto fu così forte che per poco non lo fece svenire.

«Sembra che oggi tutti ce l’abbiamo con me», disse Pitt a denti stretti.

«Una piccola lezione di disciplina», sibilò Melika. Poi, con un movimento fulmineo, incredibile per una donna così massiccia, fece vibrare la cinghia verso la testa di Giordino. Ma non fu abbastanza svelta. Diversamente da Pitt, Giordino sapeva che cosa aspettarsi. Le afferrò il polso in una stretta ferrea e bloccò la cinghia a mezz’aria. Le due braccia tremarono mentre i muscoli esercitavano tutta la loro forza nello scontro.

Melika aveva la potenza di un bue. Non aveva mai immaginato che un uomo riuscisse a bloccarla. Negli occhi sgranati apparve un’espressione di sorpresa, poi di incredulità e infine di collera. Con l’altra mano Giordino le strappò la cinghia, come se togliesse un bastoncino a un cane ringhiante, e la gettò su un carrello.

«Lurido delinquente», sibilò ancora Melika. «La pagherai.»

Giordino sporse le labbra e le mandò un bacio. «I rapporti amore-odio sono sempre i più belli.»

Quella bravata gli costò cara. Non notò il guizzo degli occhi della donna, il piede che si sollevava da terra mentre il ginocchio si piegava e lo colpiva all’inguine. Lui lasciò la presa, cadde in ginocchio e si rovesciò sul fianco contorcendosi in silenzio.

Melika sfoggiò un sorriso satanico. «Voi due stupidi vi siete condannati a un inferno che neppure immaginate.» Non perse altro tempo. Riprese la cinghia e indicò un carrello vuoto. «Dentro.»

Cinque minuti più tardi il convoglio si fermò ed entrò a marcia indietro in un pozzo. Le lampade appese alle travi si perdevano nelle ombre. Sembrava una galleria aperta da poco. C’erano voci d’uomini che echeggiavano nonostante il rumore del convoglio. Un attimo dopo la luce delle lampade dei loro caschi apparve oltre una curva. Erano sorvegliati da guardie tuareg armate di fruste e fucili, e cantilenavano con voci rauche e stanche. Erano tutti africani, alcuni delle tribù del Sud, altri del deserto. Gli zombie dei vecchi film dell’orrore, al confronto, erano in condizioni migliori di quei poveracci. Si muovevano lentamente e trascinavano i piedi. Quasi tutti indossavano soltanto calzoncini laceri, e il sudore scorreva sui loro corpi velati dalla polvere di roccia. L’espressione vitrea degli occhi e le costole che spiccavano vistosamente tradivano una dieta da fame. Tutti erano sfregiati dalle frustate, e molti avevano perso qualche dito; alcuni portavano bende sudicie intorno ai moncherini. La cantilena si perse quando la luce delle lampade svanì oltre la curva.

Il binario finiva davanti a un mucchio di rocce fatto esplodere dalla squadra che avevano incontrato nel pozzo. Melika sganciò la motrice. «Fuori!» ordinò.

Pitt aiutò Giordino a uscire dal carrello e lo sostenne mentre fissavano ferocemente la donna.

Le labbra enormi di Melika si atteggiarono in un sogghigno velenoso. «Presto sarete ridotti anche voi come quella feccia.»

«Dovreste distribuire vitamine e guanti d’acciaio», disse Giordino mentre si raddrizzava, con la faccia sbiancata dalla sofferenza.

Melika alzò la cinghia e lo colpì al petto. Giordino non trasalì, non batté ciglio. Non erano ancora abbastanza intimoriti, pensò la donna. Era solo questione di giorni, e poi li avrebbe ridotti alla condizione di animali. «La squadra addetta alle esplosioni ha spesso incidenti», disse in tono sbrigativo. «È normale perdere qualche arto.»

«Ricordami di non offrirmi volontario», mormorò Pitt.

«Caricate la roccia nei carrelli. Quando avrete finito, potrete mangiare e dormire. Una guardia farà il giro a intervalli irregolari: se vi sorprenderà a dormire, farete turni in più.»

Pitt esitò. Aveva una domanda sulla punta della lingua. Ma tacque. Era il momento di starsene quieti. Lui e Giordino fissarono le tonnellate di minerale ammucchiato in fondo al pozzo, poi si scambiarono un’occhiata. Era un lavoro impossibile: due uomini ammanettati non avrebbero potuto portarlo a termine in meno di quarantotto ore.

Melika salì sulla motrice elettrica e indicò la telecamera montata su una trave. «Non sprecate tempo pensando di fuggire. Sarete sorvegliati di continuo. Solo due uomini ce l’hanno fatta a evadere dalle miniere. I nomadi hanno trovato le loro ossa.»

Sghignazzò come una strega e si allontanò. La seguirono con lo sguardo fino a quando sparì e i suoni si smorzarono. Poi Giordino alzò le mani e le lasciò ricadere lungo i fianchi. «Credo che ci abbiano fregati», borbottò mentre contava tristemente trentacinque carrelli vuoti.

Pitt sollevò la catena che andava dalla mano alla caviglia e si avviò zoppicando verso una catasta di travi che dovevano servire a puntellare la galleria via via che veniva scavata. Misurò a passi una trave e fece altrettanto con un carrello. Poi annuì.

«Dovremmo finire in sei ore.»

Giordino gli lanciò un’occhiata acida. «Se lo credi davvero, è meglio che ti iscriva a un corso di fisica elementare.»

«C’è un trucchetto che ho imparato quando raccoglievo i lamponi, un’estate, mentre studiavo alle superiori», disse laconicamente Pitt.

«Spero che basti a ingannare la telecamera», gemette Giordino.

Pitt sorrise subdolamente. «Aspetta e vedrai.»

37.

Le guardie arrivavano a intervalli irregolari come aveva promesso Melika. Si fermavano raramente più di un minuto per assicurarsi che i due prigionieri stessero caricando febbrilmente i carrelli, come se cercassero di stabilire un primato. Dopo sei ore e mezzo tutti i trentacinque carrelli erano pieni di minerale.