Giordino si sistemò a sedere con la schiena contro una trave. «Ci siamo dimenticati di discutere l’entità della nostra paga…» ironizzò.
«Comunque non credo che questo lavoro offra prospettive di carriera», concluse Pitt.
«Dunque è così che raccoglievi i lamponi.»
Pitt gli sedette accanto e sorrise. «Durante un viaggio per gli Stati Uniti, un’estate, assieme a un compagno di scuola, mi fermai in una fattoria dell’Oregon che aveva messo un’inserzione per cercare raccoglitori di lamponi. Pensammo che potevamo guadagnare facilmente i soldi per la benzina e ci presentammo. Pagavano cinque cent per ogni cassetta che, se non ricordo male, conteneva otto cestelli. Ma non sapevamo che i lamponi sono molto più piccoli e molli delle fragole. Anche se li coglievamo in fretta, ci voleva un’eternità per riempire una cassetta.»
«Perciò riempivate il fondo con la terra e sopra mettevate uno strato di lamponi.»
Pitt rise. «Ma anche così, in media guadagnavamo soltanto trentasei cent all’ora.»
«Cosa pensi che succederà quando la vecchia strega si accorgerà che abbiamo messo le travi come falso fondo nei carrelli e abbiamo aggiunto pochi pezzi di minerale per far sembrare che fossero pieni?»
«Non sarà molto felice.»
«È stata una bella idea, gettare una manciata di polvere sulla lente della telecamera per confondere le nostre immagini. Le guardie non l’hanno notato.»
«Almeno con questo imbroglio abbiamo guadagnato un po’ di tempo senza dar fondo alle nostre riserve.»
«Ho tanta sete che berrei la polvere.»
«Se non ci danno acqua al più presto, non saremo in condizioni di tentare la fuga.»
Giordino guardò le sue catene e poi il binario. «Chissà se possiamo spezzarle posandole sulle rotaie e passandoci sopra un carrello.»
«Ci avevo pensato cinque ore fa», disse Pitt. «Le catene sono troppo spesse. Per spezzare gli anelli ci vorrebbe un locomotore diesel dell’Union Pacific.»
«Non mi piacciono i guastafeste», borbottò Giordino.
Pitt raccolse un pezzo di minerale e lo studiò sotto le lampade. «Non sono un geologo, ma direi che questo è quarzo aurifero. A giudicare dai granelli e dalle scaglie presenti nella roccia» proviene da una vena piuttosto ricca.»
«E Massarde deve investire la sua parte per espandere ancora il sordido impero che fa capo a lui.»
Pitt scosse la testa. «No, non credo che lo espanderebbe con il rischio d’incorrere in guai fiscali. Scommetto che non lo converte in contanti e che nasconde i lingotti in qualche posto. Dato che è francese, propendo per una delle Iles de la Société.»
«Tahiti?»
«Oppure Bora Bora o Moorea. Soltanto Massarde e il suo luogotenente Verenne lo sapranno con certezza.»
«Forse quando usciremo di qui potremo cominciare una caccia al tesoro nei mari del Sud…»
All’improvviso Pitt si sollevò a sedere e si portò l’indice alle labbra. «Sta arrivando un’altra guardia», annunciò.
Giordino tese l’orecchio e scrutò il pozzo. Ma la guardia non si vedeva ancora. «Hai fatto bene a spargere la ghiaia al di là della curva. Così sentiamo lo scricchiolio dei passi prima che compaiano.»
«Diamoci da fare.»
Balzarono in piedi e finsero di ammucchiare altro minerale su quello che già riempiva i carrelli. Un tuareg apparve e rimase a osservarli per un minuto. Mentre stava per andarsene e continuare la ronda, Pitt gridò:
«Ehi, amico, abbiamo finito. Visto? Li abbiamo caricati tutti. È ora di smontare.»
«Mangiare e bere», intervenne Giordino.
Gli occhi della guardia girarono da Pitt alla fila dei carrelli. Si avviò insospettito lungo il convoglio da un’estremità all’altra e tornò indietro. Guardò il mucchio di minerale che restava in fondo al pozzo e si grattò la testa attraverso il litham. Poi alzò le spalle e, con l’arma automatica, indicò a Pitt e Giordino d’incamminarsi verso l’entrata del pozzo.
«Qui non si chiacchiera né tanto né poco», borbottò Giordino.
«Così è più difficile corromperli.»
Quando furono nel tunnel principale seguirono il binario a scartamento ridotto per un lungo pendio scavato nelle viscere del plateau. Un convoglio guidato da una guardia apparve rombando, e dovettero accostarsi con la schiena alla parete per lasciarlo transitare. Poco più oltre incontrarono una caverna dove i binari che provenivano da altri pozzi laterali convergevano verso un grande montacarichi che poteva contenere quattro carrelli per volta.
«Dove portano il minerale?» chiese Giordino.
«Credo che vada a uno dei livelli superiori, dove viene ridotto in polvere. Lì recuperano l’oro e lo raffinano.»
Le guardie li condussero a una massiccia porta di ferro montata su cardini altrettanto massicci che doveva pesare circa mezza tonnellata. Era stata installata per tener rinchiusi ben altro che semplici polli. Oltre la porta attendevano altri due tuareg che usarono tutta la forza dei loro muscoli per aprire, quindi indicarono a Pitt e Giordino di entrare. Uno dei due porse loro un paio di sudicie tazze di latta semipiene d’acqua salmastra.
Pitt fissò la propria, poi guardò il tuareg. «Che fantasia! Cocktail di acqua e vomito di pipistrello.»
La guardia non comprese le parole ma non faticò a interpretare l’espressione di Pitt. Riprese la tazza, buttò l’acqua per terra e spinse Pitt nella camera con un calcio.
«Così impari a guardare in bocca a caval donato», disse Giordino con un gran sorriso, e rovesciò anche la sua tazza.
La nuova residenza era larga dieci metri e lunga trenta, illuminata da quattro minuscole lampadine. Lungo le due pareti più lunghe c’erano letti a castello a quattro file. La segreta non aveva apparecchi di ventilazione e il letto era in condizioni indicibili. Gli unici impianti igienici erano diverse buche scavate lungo la parete di fondo, e al centro c’erano due lunghi tavoli con rudimentali panche di legno. Pitt calcolò che dovevano esserci più di trecento esseri umani affollati in quello spazio puzzolente.
Le persone che giacevano sulle brande più vicine sembravano in stato comatoso. Le facce erano inespressive. Venti uomini stavano raccolti intorno al tavolo e si servivano delle mani per pescare il cibo da una pentola comune come vermi affamati. Nessuno appariva spaventato o preoccupato: ormai non erano più in grado di avere o mostrare emozioni normali. Erano smagriti e stravolti dalla mancanza di cibo e dallo sfinimento. Si muovevano meccanicamente come cadaveri viventi, e i loro occhi erano offuscati dalla sconfitta e dalla sottomissione. Nessuno di loro degnò di un’occhiata Pitt e Giordino mentre avanzavano in mezzo a quel mare di miseria umana.
«Non è esattamente un’atmosfera da luna park», borbottò Giordino.
«Da queste parti i princìpi umanitari non contano molto», disse Pitt in tono disgustato. «È peggio di quanto avessi immaginato.»
«Molto peggio», riconobbe Giordino mentre si copriva il naso con una mano nel tentativo vano di proteggersi dal fetore. «Il Buco Nero di Calcutta non ha niente da invidiare a questa tana.»
«Ti va di mangiare?»
Giordino rabbrividì e guardò gli avanzi della sbobba che incrostava la pentola. «Il mio appetito ha presentato istanza di fallimento.»
L’aria quasi irrespirabile e l’assenza di ventilazione facevano aumentare il caldo e l’umidità irradiati dai corpi ammassati e li portavano a livelli insopportabili. Ma all’improvviso Pitt si sentì agghiacciare come se avesse messo piede su un iceberg. Per un momento la baldanza e la collera l’abbandonarono, l’orrore e la sofferenza si dissolsero nel riconoscere una figura china su una cuccetta contro la parete destra della grotta. Accorse e s’inginocchiò accanto a una donna che assisteva una bimba ammalata.