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«Eva», chiamò dolcemente.

La donna era sfinita per la fatica e la denutrizione, aveva il viso pallidissimo e pieno di lividi, ma si voltò a guardarlo con occhi in cui brillava il coraggio.

«Cosa vuole?»

«Eva, sono Dirk.»

Lei non comprese. «Mi lasci in pace», mormorò. «Questa bambina sta malissimo.»

Pitt le prese la mano e si chinò. «Guardami. Sono Dirk Pitt.»

Eva lo riconobbe e sgranò gli occhi. «Oh, Dirk, sei davvero tu?»

Pitt la baciò, sfiorandole delicatamente i lividi sul viso. «Se non lo sono, qualcuno ci sta facendo un brutto scherzo.»

Giordino si avvicinò. «Una tua amica?»

«La dottoressa Eva Rojas. L’ho conosciuta al Cairo.»

«E com’è finita qui?» esclamò Giordino, sorpreso.

«Come sei finita qui?» le chiese Pitt.

«Il generale Kazim ha dirottato il nostro aereo e ci ha mandati a lavorare nelle miniere.»

«Ma perché?» insistette Pitt. «Che minaccia rappresentavate per lui?»

«Il nostro team, sotto la supervisione del dottor Frank Hopper, stava per identificare una sostanza tossica che uccideva gli abitanti dei villaggi in tutto il deserto. Stavamo tornando al Cairo con i campioni biologici da analizzare.»

Pitt guardò Giordino. «Massarde ci ha chiesto se collaboravamo con il dottor Hopper e il suo gruppo.»

Giordino annuì. «Lo ricordo. Doveva sapere che Kazim li aveva imprigionati qui.»

Eva passò un fazzoletto bagnato sulla fronte della bambina, poi appoggiò la testa alla spalla di Pitt e singhiozzò. «Perché sei venuto nel Mali? Morirai come tutti noi.»

«Avevamo un appuntamento, ricordi?»

Pitt, intento a consolare Eva, non vide i tre uomini che si muovevano cautamente fra le brande e li circondavano. Il primo era grande e grosso, con la faccia rossa e la barba folta, gli altri due erano sparuti ed esausti, e tutti avevano segni di frustate sulla schiena e sul petto. Le espressioni minacciose strapparono un sorriso a Giordino quando si voltò a guardarli. Erano in condizioni fisiche così disastrate che avrebbe potuto stenderli tutti e tre senza fatica.

«Ti danno fastidio?» chiese a Eva l’uomo dalla faccia rossa.

«No, no», mormorò lei. «Questo è Dirk Pitt, e mi ha salvato la vita in Egitto.»

«L’uomo della NUMA?»

«Proprio lui», rispose Pitt. Poi: «E questo è il mio amico Al Giordino».

«Io sono Frank Hopper, e l’individuo alla mia sinistra è Warren Grimes.»

«Eva mi ha parlato di lei al Cairo.»

«Mi dispiace che ci siamo incontrati in circostanze tanto sgradevoli.» Hopper guardò i tagli sul viso di Pitt e si toccò la lunga cicatrice sulla guancia. «A quanto pare, tutti e due abbiamo fatto infuriare Melika.»

«Solo lo sfregio a sinistra. Quello a destra ha un’origine diversa.»

Il terzo uomo si fece avanti. «Maggiore Ian Fairweather», disse presentandosi.

Pitt strinse la mano che l’altro gli tendeva. «Inglese?»

Fairweather annuì. «Liverpool.»

«Perché l’hanno portata qui?»

«Guidavo i safari turistici attraverso il Sahara fino a quando i componenti di un gruppo sono stati massacrati dagli abitanti di un villaggio, impazziti a causa dell’epidemia. Mi sono salvato a stento e dopo una marcia nel deserto ho incontrato alcuni soccorritori che mi hanno portato all’ospedale di Gao. Il generale Zateb Kazim mi ha fatto arrestare perché non rivelassi ciò che avevo visto e mi ha mandato a Tebezza.»

«Abbiamo effettuato studi patologici sugli abitanti del villaggio di cui parla il maggiore», spiegò Hopper. «Erano tutti morti a causa d’un composto chimico misterioso.»

«Aminoacido sintetico e cobalto», annunciò Pitt.

Hopper e Grimes lo fissarono sbalorditi. «Che cosa? Che cosa ha detto?» chièse Grimes.

«La contaminazione tossica che causa malattie e morte in tutto il Mali è un composto organometallico, una combinazione fra un aminoacido sintetico alterato e il cobalto.»

«E come fa a saperlo?» chiese Hopper.

«Mentre il suo team cercava nel deserto, il mio faceva altrettanto risalendo il Niger.»

«E avete identificato la sostanza responsabile del contagio», constatò Hopper in tono inaspettatamente ottimista.

Pitt parlò in fretta dell’esplosione della marea rossa, della spedizione sul fiume e della fuga di Rudi Gunn.

«Grazie a Dio, siete riusciti a portar fuori del Mali i risultati», mormorò Hopper.

«Dove si trova la fonte?» chiese Grimes.

«È a Fort Foureau», rispose Giordino.

«Non è possibile.» Grimes era sbigottito. «Fort Foureau e i luoghi contaminati sono lontani centinaia di chilometri.»

«La sostanza tossica è trasportata dalle acque sotterranee», spiegò Pitt. «Al e io abbiamo dato un’occhiata al complesso prima di essere catturati. Ci sono valanghe di scorie nucleari e un quantitativo di rifiuti tossici dieci volte superiore a quello che viene bruciato, e tutto questo è sepolto in caverne dalle quali poi filtra nelle falde acquifere.»

«È necessario informare le organizzazioni ambientaliste mondiali», esclamò Grimes. «I danni che può causare un deposito di sostanze tossiche grande quanto Fort Foureau sono incalcolabili.»

«Finiamola di parlare», disse Hopper. «Il tempo è prezioso. Dobbiamo preparare un piano di fuga per questi uomini.»

«E voi?»

«Non siamo in condizioni di attraversare il deserto. Abbiamo perduto le forze a causa del lavoro nelle miniere, il riposo insufficiente, la scarsità di cibo e acqua. Non potremmo mai riuscirci. Però abbiamo fatto il possibile. Abbiamo nascosto un po’ di provviste e pregato perché arrivasse qualcuno come voi, in buone condizioni fisiche.»

Pitt guardò Eva. «Non posso abbandonarla.»

«Allora resti a morire con tutti noi», ribatté bruscamente Grimes. «Siete l’unica speranza che abbiamo.»

Eva strinse convulsamente la mano di Pitt. «Devi andare, e al più presto», implorò. «Prima che sia troppo tardi.»

«Le dia retta», soggiunse Fairweather. «Quarantotto ore nei pozzi vi distruggerebbero. Ci guardi. Siamo esausti. Nessuno di noi sarebbe in grado di attraversare cinque chilometri di deserto senza crollare.»

Pitt fissò il pavimento. «Fin dove pensate che potremmo arrivare Al e io, senz’acqua? Venti, forse trenta chilometri più lontano di voi?»

«Abbiamo messo da parte quanto basta per un uomo solo», disse Hopper. «Lasceremo decidere a voi chi dovrà fare il tentativo e chi resterà.»

Pitt scosse la testa. «Al e io andremo insieme.»

«In due non arriverete abbastanza lontano per salvarvi.»

«Di che distanze stiamo parlando?» chiese Giordino.

«La pista Transahariana è circa quattrocento chilometri a est, al di là del confine, in Algeria», rispose Fairweather. «Dopo trecento chilometri, dovrete affidarvi alla fortuna. Ma quando arriverete alla pista, potrete farvi prendere a bordo da un mezzo di passaggio.»

Pitt inclinò la testa come se non avesse capito bene. «Mi è sfuggito qualcosa. Non ha spiegato come faremo a percorrere i primi trecento chilometri.»

«Ruberete uno dei camion di O’Bannion quando arriverete in superficie. Dovrebbe riuscire a percorrere quella distanza.»

«Non siamo un po’ troppo ottimisti?» osservò Pitt. «E se il serbatoio fosse vuoto?»

«Nessuno tiene mai un serbatoio vuoto nel deserto», rispose Fairweather con fermezza.

«Usciamo di qui, premiamo il bottone d’un ascensore, arriviamo in superficie, rubiamo un camion e partiamo allegramente.» Giordino fece una smorfia. «Sicuro.»

Hopper sorrise. «Ha un piano migliore?»

«Per essere sincero», rispose Pitt con una risata, «non abbiamo neppure una vaga idea.»

«Dovremmo affrettarci», avvertì Fairweather. «Entro un’ora, Melika trascinerà di nuovo tutti nelle miniere.»