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«Buona fortuna», disse semplicemente Grimes.

Una guardia si avvicinò e, con il calcio del fucile, sospinse Pitt e Giordino per allontanarli dagli altri. Pitt l’ignorò e si chinò a baciare Eva un’ultima volta.

«Non dimenticare», disse. «Tu e io e la baia di Monterey.»

«Metterò il mio vestito più trasparente», rispose lei con un sorriso coraggioso.

La guardia lo allontanò prima che Pitt potesse rispondere a Eva. Quando arrivò al tunnel dell’uscita, si voltò per salutare, ma la donna e gli altri non si vedevano più, perduti nella massa dei forzati e dei guardiani.

La guardia condusse Pitt e Giordino nel pozzo dove avevano caricato il minerale qualche ora prima e li lasciò soli. Un altro convoglio di carrelli vuoti attendeva sul binario accanto a un mucchio di rocce frantumate.

«Mi comporterò come se gareggiassi per il titolo di operaio del mese mentre tu lavori sulle tue catene fuori della portata della telecamera», disse Pitt. Incominciò a lanciare i pezzi di roccia nei carrelli mentre Giordino attaccava le catene con la lima fornita da Grimes.

Per fortuna il ferro era vecchio e di qualità scadente. La lima affondò rapidamente negli anelli e Giordino sfilò la catena e si liberò le mani e i piedi. «Tocca a te», sollecitò l’amico.

Pitt appoggiò la catena sul bordo di un carrello e tranciò un anello in meno di dieci minuti. «Più tardi dovremo sbarazzarci delle manette; ma adesso, almeno, possiamo ballare e tirar pugni.»

Giordino fece roteare la sua catena come un’elica. «Chi sistema la guardia? Tu o io?»

«Tu», rispose Pitt, mentre tornava a infilare nelle manette la catena tranciata. «Io l’imbroglierò.»

Mezz’ora dopo, quando lo scricchiolio sulla ghiaia annunciò l’avvicinarsi della guardia, Pitt strappò il cavo di alimentazione delle telecamera. Questa volta comparvero due tuareg che avanzarono lungo i lati opposti delle rotaie, con le armi spianate e pronte a sparare. Gli occhi, appena visibili attraverso le fenditure dei litham, avevano un’espressione di gelida implacabilità.

«Sono due», mormorò Giordino. «E non hanno l’aria di voler fare una chiacchieratina amichevole.»

La guardia sulla destra si avvicinò e premette la canna del fucile contro le costole di Pitt, che si limitò a inarcare un sopracciglio con fare sorpreso, indietreggiò e sfoggiò un sorriso disarmante.

«È un piacere vedervi.»

Era indispensabile muoversi in modo fulmineo prima che le guardie si rendessero conto dell’attacco imminente. Pitt aveva appena finito di parlare quando afferrò l’arma con la sinistra, la torse, e lanciò un sasso con mira infallibile. Il sasso centrò la fronte della guardia, che si piegò all’indietro come un arco teso e stramazzò sul binario.

Per due secondi, anche se sembrarono molti di più, l’altra guardia rimase a fissare il compagno caduto con aria incredula. Nessuno di loro, a Tebezza, era stato mai aggredito da uno schiavo, e lo sbalordimento per un attimo la stordì. Poi si rese conto del rischio che correva e si scosse. Alzò l’arma per sparare.

Pitt roteò su se stesso e si buttò da un lato, cercando disperatamente di afferrare l’arma della guardia caduta. Intravide una catena lanciata sopra la testa del tuareg: poi Giordino tirò le estremità e le attorcigliò come una garrotta. Con la sua forza immensa, sollevò da terra la guardia che scalciava. Il fucile mitragliatore cadde rumorosamente sulle rotaie: il tuareg aveva lasciato la presa per cercare di liberarsi dalla catena che gli stringeva la gola.

Quando la resistenza si ridusse a un debole sussulto, Giordino allentò la catena e lasciò che la guardia cadesse a terra accanto al compagno privo di sensi. Poi raccolse l’arma e l’imbracciò, puntandola verso l’estremità del pozzo.

«Siamo molto generosi a non ucciderli», borbottò.

«È solo un rinvio», disse Pitt. «Quando Melika avrà finito con loro perché ci hanno lasciati scappare, si troveranno a lavorare a fianco di quelli che hanno picchiato e tormentato.»

«Non possiamo lasciarli qui in piena vista.»

«Buttali in uno dei carrelli e coprili con i pezzi di roccia. Non rinverranno per due ore almeno, un tempo più che sufficiente perché ci allontaniamo d’un buon tratto nel deserto.»

«Purché non arrivi di corsa qualcuno a riparare la telecamera.»

Mentre Giordino sistemava i due tuareg, Pitt consultò il diagramma della miniera disegnato da Fairweather. Non poteva tornare all’ascensore degli ingegneri affidandosi alla memoria: c’era un labirinto di gallerie che si estendevano in tutte le direzioni; e senza una bussola era quasi impossibile scegliere il percorso giusto.

Giordino aveva terminato. Prese i fucili automatici e li esaminò. «Sono modelli militari d’ordinanza francesi di plastica e fibra di vetro, cinque-cinque-sei millimetri. Molto belli.»

«Non dobbiamo sparare, se possiamo evitarlo», disse Pitt. «Comportiamoci con circospezione fino a che Melika scoprirà che siamo spariti.»

Quando uscirono dal loro pozzo attraversarono la galleria e si addentrarono nell’apertura di fronte. Cinquanta metri più avanti, dopo aver evitato le telecamere segnate nella mappa di Fairweather, raggiunsero un’altra caverna senza vedere nessuno. Nessuno li fermò o li aggredì. Erano soli, in quella prima parte della fuga.

Seguirono il binario che li aveva portati alle miniere dell’ascensore, e si fermarono agli incroci perché Pitt potesse consultare la mappa. Quei secondi preziosi sprecati sembravano anni.

«Hai idea di dove siamo?» chiese sottovoce Giordino.

«Rimpiango di non aver sparso le briciole di pane quando siamo entrati», mormorò Pitt, accostando la mappa a una lampadina velata di polvere. All’improvviso risuonò nel tunnel, a una certa distanza, l’eco metallica e stridente di un convoglio che si avvicinava.

«Un merci in arrivo», esclamò Giordino.

Pitt indicò una spaccatura nella roccia a dieci metri di distanza, dall’altro lato delle rotaie. «Lì dentro.»

Si rifugiarono nella fenditura e si fermarono. Dal varco giungeva un lezzo terribile: un fetore putrido e nauseante. Cautamente, avanzarono fino a quando la spaccatura si aprì in una camera. Pitt ebbe la sensazione di entrare in una catacomba. La camera era completamente buia, ma quando passò una mano lungo la parete incontrò un interruttore. Lo fece scattare, e una luce spettrale illuminò una vasta caverna.

Era effettivamente una catacomba, un cimitero sotterraneo. Erano entrati per caso nella grotta delle sepolture dove O’Bannion e Melika conservavano i cadaveri degli schiavi uccisi dagli stenti, dalla fatica e dalle percosse. L’aria era piuttosto secca e i morti presentavano pochi segni di decomposizione. Li avevano scaricati lì senza cerimonie. I corpi irrigiditi erano accatastati come tronchi, una trentina per mucchio, in uno spettacolo orribile e doloroso.

«Mio Dio», mormorò Giordino. «Devono essere più di mille.»

«È molto pratico», disse Pitt mentre si sentiva ardere da una collera incandescente. «O’Bannion e Melika non devono prendersi il disturbo di far scavare le tombe.»

Una visione agghiacciante passò davanti agli occhi di Pitt: la visione di Eva, il dottor Hopper e gli altri ammucchiati con gli altri cadaveri, gli occhi ciechi rivolti al soffitto di roccia. Abbassò le palpebre ma non riuscì a scacciare l’immagine.

Solo quando il convoglio passò sferragliando davanti all’imboccatura della cripta, Pitt si scosse. Poi parlò e la sua voce era un bisbiglio rauco, irriconoscibile.

«Saliamo in superficie.»

Il suono del convoglio si perse in lontananza mentre i due amici sbirciavano dalla spaccatura nella roccia per assicurarsi che non ci fossero guardie nelle vicinanze. Il tunnel era sgombro; corsero in un pozzo laterale che, secondo la mappa di Fairweather, era una scorciatoia per raggiungere l’ascensore degli ingegneri. Poi ebbero un incredibile colpo di fortuna. Nel pozzo l’acqua sgocciolava, e sul pavimento c’erano assi di legno.