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Pitt sollevò una delle assi e guardò la pozza d’acqua. «Ci è andata bene», disse. «Bevi a sazietà; così potremo risparmiare la scorta che ci ha dato Hopper.»

«Non c’è bisogno di dirmelo», rispose Giordino. S’inginocchiò e cominciò a raccogliere l’acqua con le mani.

Avevano appena finito di bere e stavano per rimettere a posto l’asse quando sentirono un suono di voci in fondo al passaggio, seguito quasi subito dal tintinnio delle catene.

«C’è una squadra che sta arrivando dietro di noi», bisbigliò Giordino.

Si affrettarono a proseguire, ristorati e incoraggiati. Dopo un minuto arrivarono alla porta di ferro che conduceva all’ascensore. Si fermarono. Giordino inserì il candelotto di dinamite nella toppa della serratura e innestò il detonatore. Poi indietreggiarono; Pitt prese un sasso e lo lanciò contro la capsula. Ma sbagliò la mira.

«Fai finta di cercare di far cadere una bella ragazza nella vasca al luna park», suggerì Giordino.

«Speriamo che lo scoppio non svegli le guardie e non metta in allarme l’operatore dell’ascensore», disse Pitt mentre raccoglieva un altro sasso.

«Penseranno che sia un’eco delle esplosioni nelle gallerie.»

Questa volta il lancio riuscì, e la capsula fece deflagrare la dinamite. Con uno schianto netto, la serratura saltò. I due amici corsero a spalancare la porta di ferro e si precipitarono nel breve passaggio che conduceva all’ascensore.

«E se ci fosse un codice per chiamarlo?» chiese Giordino.

«È un po’ tardi per pensarci», sibilò Pitt. «Useremo il nostro codice.»

Si accostò all’ascensore, rifletté per un momento, quindi premette il pulsante accanto alla porta, una volta, due, tre, quindi indugiò un momento e lo premette altre due volte.

Attraverso le porte chiuse sentirono gli interruttori che scattavano e i motori elettrici che entravano in funzione mentre l’ascensore cominciava a scendere da un livello superiore.

«Devi aver trovato la chiave giusta», commentò Giordino con un sorriso.

«Mi sono affidato alla fortuna, e ho pensato che qualunque combinazione potesse andar bene, purché non fosse un’unica pressione prolungata.»

Dopo mezzo minuto il ronzio s’interruppe e le porte si aprirono. L’operatore guardò fuori, ma non vide nessuno. Incuriosito, si sporse e fu messo fuori combattimento da Pitt con una botta sferrata alla nuca con il calcio del fucile. Giordino lo trascinò a bordo mentre Pitt chiudeva le porte.

«Corsa diretta per gli uffici della direzione», annunciò Pitt, premendo il pulsante più in alto.

«Niente visita al frantoio o al recupero del cianuro?»

«Solo se insisti.»

«Ci rinuncio», borbottò Giordino mentre l’ascensore incominciava la salita.

Rimasero a fianco a fianco nella piccola cabina e guardarono le spie luminose che lampeggiavano sull’indicatore. Si chiesero se sarebbero stati accolti da un esercito di guardie tuareg pronte a crivellarli di colpi. Il ronzio cessò e l’ascensore si fermò dolcemente.

Pitt imbracciò il fucile e fece un cenno a Giordino. «Preparati.»

La porta si aprì e nessuno li crivellò di proiettili. Nel corridoio c’erano un ingegnere e una guardia che camminavano, ma erano intenti a parlare e si stavano allontanando con le spalle all’ascensore.

«Si direbbe proprio che vogliano farci scappare», bisbigliò Giordino.

«Non indurre in tentazione gli dei», ribatté Pitt. «Non siamo ancora usciti.»

Non c’era un posto per nascondere l’operatore, e quindi Pitt premette il pulsante del livello più basso e lo fece partire. Seguirono la guardia e l’ingegnere tenendosi fuori di vista, fino a quando i due entrarono in un ufficio dietro una delle antiche porte intagliate.

Il corridoio era vuoto come quando le guardie li avevano scortati, meno di ventiquattr’ore prima. Con i fucili imbracciati, corsero rasente alle pareti fino al tunnel che portava alla galleria dei camion. Un tuareg, seduto su uno sgabello pieghevole, sorvegliava l’entrata. Non immaginava che potessero arrivare guai dagli uffici e dagli alloggi alle sue spalle, perciò fumava tranquillamente la pipa e leggeva il Corano.

I due amici si fermarono per riprendere fiato e si voltarono a guardare. Dietro di loro non era comparso nessuno; rivolsero l’attenzione all’ultimo ostacolo. C’era un tratto aperto d’una cinquantina di metri senza segni visibili di telecamere a circuito chiuso.

«Io corro più svelto di te», mormorò Pitt mentre porgeva il suo fucile al compagno. «Se mi piomba addosso prima che lo abbia raggiunto, fallo fuori con colpo preciso.»

«Basta che non ti metta sulla linea di tiro», lo avvertì Giordino.

Pitt si tolse le scarpe, si piazzò in posa come uno scattista, piantò saldamente i piedi sul pavimento, si stese e si lanciò accelerando. Sapeva, con una certezza agghiacciante, di essere tremendamente esposto. Anche se faceva pochissimo rumore, il tunnel scavato nella roccia aveva un’acustica perfetta. Aveva coperto una quarantina di metri quando la guardia, incuriosita dal suono dei passi precipitosi, si voltò e fissò senza capire lo schiavo che si avventava nella sua direzione. Ma reagì troppo lentamente. Stava incominciando ad alzare la canna del mitra quando Pitt, con un balzo, gli fu addosso.

Gli occhi della guardia rivelarono lo shock e poi una sofferenza folgorante quando urtò con la testa contro la parete di roccia e si accasciò sotto il peso dell’avversario. Pitt rotolò via e respirò a pieni polmoni per riprendere fiato. Rimase steso a terra, ansimando, mentre Giordino si avvicinava.

«Niente male per uno vicino ai quarant’anni», disse Giordino, tendendogli la mano per aiutarlo ad alzarsi.

«Non tenterò più. Mai più.» Pitt scosse la testa, deciso. Poi esaminò la lunga galleria sotterranea. Due camion Renault erano parcheggiati a fianco a fianco accanto allo stretto tunnel che sfociava all’aperto, nella gola. Poi guardò il tuareg esanime. «Tu, che sei così forte», disse a Giordino. «Portalo al camion più vicino e buttalo sul pianale. Lo condurremo con noi. Se qualcuno passerà di qui, penserà che si annoiava e ha lasciato il suo posto per andare a fare un giretto.»

Giordino si issò la guardia sulla spalla e la sollevò oltre la sponda del primo camion, mentre Pitt si arrampicava nella cabina e studiava gli strumenti. Non c’era la chiave per l’accensione, ma un interruttore che la sostituiva. E, come aveva previsto Fairweather, l’indicatore segnalava che il serbatoio era pieno. Girò l’interruttore e premette il pulsante dell’avviamento. Il motore si accese al primo colpo.

«C’è l’orologio sul cruscotto?» chiese Giordino.

Pitt scosse la testa. «È un modello economico senza optional. Perché vuoi saperlo?»

«Quei luridi tuareg mi hanno rubato l’orologio. Ho perso la nozione del tempo.»

Pitt si sfilò uno scarpone e recuperò il Doxa subacqueo che aveva nascosto sotto la suola. Lo rimise al polso e lo mostrò a Giordino. «La una e venti della notte.»

«Alzarsi presto fa bene alla salute.»

Pitt inserì la prima e mollò la frizione. Il camion avanzò nel tunnel muovendosi lentissimamente perché il rombo non echeggiasse arrivando a orecchie sospettose.

Le pareti erano così vicine che quasi toccavano le fiancate del camion. Pitt non aveva certo paura di graffiare la carrozzeria, ma temeva che il rumore dell’urto attirasse l’attenzione. Appena furono all’aperto, nella stretta gola, cambiò marcia, premette l’acceleratore a tavoletta e accese i fari. Il Renault si avventò nel burrone sobbalzando all’impazzata e sollevando una nube turbinante di polvere.