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Pitt ricordava i tratti in cui la sabbia era più soffice, i punti in cui avevano dovuto scendere per spingere il camion all’andata. Adesso lanciava il camion attraverso la stretta spaccatura nel plateau con disinvoltura, e superava i tratti infidi grazie all’alta velocità del mezzo.

Non badava al profumo della libertà, alla fredda aria notturna del deserto, non degnava d’uno sguardo le stelle. Ogni chilometro che mettevano tra loro e gli inseguitori era tutto d’oro, ogni minuto era prezioso. Guidava come un demone e spingeva il camion alla massima velocità.

Giordino non si lamentava, non gli chiedeva di rallentare. Si fidava di lui; teneva i piedi puntellati e stringeva il sedile digrignando i denti a ogni sobbalzo mentre teneva gli occhi fissi sulle tracce appena visibili dei pneumatici che apparivano nell’oscurità sotto le pareti ripide del canyon.

All’improvviso i fari mostrarono una piana vuota, davanti a loro. Erano usciti nel deserto. Soltanto allora Pitt alzò gli occhi al cielo, individuò la Stella Polare e puntò verso ovest il fregio del radiatore.

Avevano superato il punto di non ritorno in un tentativo suicida, le cui probabilità contrarie erano così elevate che il fallimento appariva inevitabile. Ma a Pitt stava bene così. Non potevano fermarsi prima di aver trovato l’acqua o la salvezza.

Davanti a loro si estendevano quattrocento chilometri di deserto, invitanti, minacciosi e mortali. La corsa per la sopravvivenza era incominciata.

39.

Per le cinque ore di buio che ancora restavano, Pitt lanciò il camion attraverso la desolata distesa di sabbia in cui il tempo non aveva molto senso. Era una terra priva di compromessi, che agghiacciava con i mattini freddi, soffocava con la sabbia finissima e arrostiva con un sole che sembrava ingrandito dall’atmosfera cristallina. Aveva la sensazione di essere entrato in un mondo non appartenente al suo universo.

Stavano attraversando la parte del Sahara chiamata Tanezrouft, un territorio tremendo e vastissimo di circa duecentomila chilometri quadrati, squallido e grottesco, rotto soltanto da poche scarpate e da qualche mare di dune che si spostavano continuamente come orde di fantasmi velati.

Era il deserto più primitivo, senza un filo d’erba in vista.

Eppure la vita c’era. Le falene svolazzavano intorno ai fari. Un paio di corvi del servizio di pulizia del deserto presero il volo, disturbati dall’avvicinarsi del camion, e gracchiarono infastiditi. Grossi scarabei neri correvano sulla sabbia per sfuggire alle ruote, e ogni tanto facevano altrettanto qualche scorpione e qualche piccola lucertola verde.

Pitt si sentiva intimidire dal vuoto che lo circondava, dalle centinaia di chilometri che dovevano ancora percorrere, dalla fame, dalla sete, dalle privazioni che dovevano ancora sopportare. L’unica consolazione era il rombo costante del motore del Renault: non aveva perso un colpo da quando avevano lasciato le miniere, e le quattro ruote motrici funzionavano alla perfezione, superando anche i tratti troppo soffici dove c’era pericolo che sprofondassero. In quattro occasioni era stato costretto a procedere in gole strette e profonde dalle ripide rive di ghiaia e a risalire in prima sulla sponda opposta. Spesso non aveva la possibilità di schivare improvvisi affossamenti e macigni e doveva affrontare barriere in apparenza impossibili… Eppure, in un modo o nell’altro, il robusto Renault ce la faceva sempre.

Non sostavano mai per scendere e sgranchirsi le gambe. Avrebbero dovuto camminare anche troppo, più tardi, dopo aver abbandonato il camion. Anzi, arrivavano addirittura a urinare senza fermarsi.

«Quanta strada abbiamo fatto?» chiese Giordino.

Pitt diede un’occhiata al contachilometri. «Centodue chilometri, finora.»

Giordino lo guardò in faccia. «Hai preso una scorciatoia o stiamo girando in cerchio? A quest’ora avremmo dovuto coprire quasi duecento chilometri. Ci siamo persi?»

«No, siamo in rotta», rispose Pitt in tono sicuro. «La colpa è delle indicazioni di Fairweather: ci ha dato le distanze a volo d’uccello, ma nessun uccello che non fosse completamente stupido volerebbe nel deserto se potesse sfidare uno spaventapasseri in un campo di granturco dell’Iowa. È impossibile procedere in linea retta quando abbiamo già dovuto fare una deviazione di quaranta chilometri per evitare due burroni profondi e un’orda di dune.»

Giordino si agitò, irrequieto. «Ho la spiacevole sensazione che dovremo farci a piedi ben più di cento chilometri attraverso questa terra di nessuno.»

«Non è un pensiero molto allegro», commentò Pitt.

«Presto farà chiaro. E non potremo più orientarci con le stelle.»

«Non ci servono. Ho ricordato come si fabbrica una bussola fai-da-te. C’è nel Manuale pratico dell’esercito.»

«Felice di saperlo.» Giordino sbadigliò. «Quanto carburante ci resta?»

«Un po’ più di mezzo serbatoio.»

Giordino si voltò a guardare il tuareg che avevano legato sul pianale. «Il nostro amico ha la stessa aria soddisfatta d’un marinaio imbarcato a forza.»

«Ancora non lo sa, ma è la nostra garanzia per sfuggire all’inseguimento», disse Pitt.

«Ecco la tua mente subdola di nuovo in funzione. Non smette mai di lavorare, eh?»

Pitt lanciò un’occhiata alla falce di luna. Avrebbe preferito che fosse piena, ma era già qualcosa poter contare su un po’ di luce mentre guidava il camion su un terreno che sembrava un paesaggio lunare. Cambiò marcia e socchiuse le palpebre per scrutare meglio il suolo irregolare rischiarato dai fari. All’improvviso il deserto si spianò e cominciò a scintillare come una serie di fuochi d’artificio.

Il Renault avanzò su un enorme lago prosciugato: i depositi cristallini riflettevano i fasci gemelli dei fari come prismi iridescenti. Pitt innestò la marcia alta e si sentì esilarato dalla corsa su una superficie piana e solida a una velocità di circa novanta chilometri orari.

Il fondo del deserto sembrava estendersi all’infinito. Le stelle del mattino calavano oltre l’orizzonte come se l’orlo di un mondo piatto piombasse all’improvviso nello spazio. Il cielo sembrava chiudersi intorno a loro come le pareti e il soffitto d’una piccola stanza. D’un tratto Pitt si sentì disorientato. Eppure seguiva più o meno lo stesso parallelo dell’Avana, a Cuba, quindi l’Orsa Maggiore era ancora sopra l’orizzonte. Continuava a servirsi della Stella Polare come punto di riferimento per scegliere una stella a est e procedere in quella direzione.

Le ore passarono monotone e il lago di cristalli lasciò il posto a colline basse, cosparse di macigni. Pitt non ricordava di aver mai incontrato una simile monotonia. L’unica interruzione era una piccola vetta sulla sinistra, verso il nord, che sorgeva come un’isola in mezzo a un immenso mare sterile.

Giordino lo sostituì al volante mentre il sole, come se fosse stato sparato da un cannone, saliva all’orizzonte. E lassù sembrava restare fisso per tutto il giorno fino a che, all’improvviso, precipitava come un masso poco prima del tramonto. Le ombre erano lunghissime o non esistevano: non c’erano mezze misure.

Un’ora dopo lo spuntare del giorno, Pitt fermò il camion e frugò sul pianale fino a che non trovò un tubo lungo un metro. Smontò e piantò verticalmente il tubo nella sabbia; quindi rac colse due pietre e ne mise una all’estremità dell’ombra.

«È questa la tua bussola per poveri diavoli?» chiese Giordino, che studiava i movimenti di Pitt restando all’ombra del camion.

«Osserva il maestro al lavoro.» Pitt raggiunse l’amico e attese una dozzina di minuti, poi segnò con l’altra pietra la distanza coperta dall’ombra. Tracciò una linea retta dalla prima pietra alla seconda e la prolungò per circa mezzo metro. Si piazzò con la punta del piede sinistro accanto al primo sasso, la punta del destro dove terminava la linea. Alzò il braccio sinistro, indicò davanti a sé e disse: «Quello è il nord». Poi tese lateralmente il braccio destro. «E a est c’è la pista Transahariana.»