Giordino guardò a sua volta. «In quella direzione vedo una duna che possiamo usare come punto di riferimento.»
Proseguirono e ripeterono il procedimento a ogni ora. Verso le nove il vento cominciò a soffiare da sud-est, sollevando vortici di polvere che riducevano la visibilità a meno di duecento metri. Alle dieci il vento caldo era diventato più forte e si insinuava nella cabina nonostante i finestrini chiusi. La sabbia, alzata da piccoli vortici, formava continui mulinelli.
Il mercurio del termometro saliva e scendeva come una molla. In tre ore, la temperatura passò da 15 a 35 gradi e nella parte più calda del pomeriggio arrivò a 46. Pitt e Giordino avevano la sensazione di viaggiare in una fornace. L’aria calda e secca bruciava le narici a ogni respiro. L’unico sollievo era dato dalla brezza prodotta dalla velocità della corsa su quel terreno desolato.
L’ago dell’indicatore della temperatura tremolava a un millimetro dal rosso, ma il radiatore non perdeva vapore. Ormai si fermavano ogni mezz’ora; Pitt si orientava con quel po’ di sole che si intravedeva attraverso le nubi di polvere e permetteva al tubo di gettare un’ombra.
Aprì una delle taniche d’acqua e la offrì a Giordino. «È l’ora dei rinfreschi.»
«Quanto ne è rimasto?» chiese Giordino.
«Facciamo a metà. Così berremo mezzo litro a testa, con uno di riserva per domani.»
Giordino guidò con le ginocchia, misurò la sua razione d’acqua e bevve. Restituì la tanica a Pitt. «A quest’ora O’Bannion avrà lanciato i cani sulle nostre tracce.»
«Con i camion dello stesso tipo non ridurranno la distanza, se non hanno al volante un campione di Formula Uno. L’unico vantaggio è che hanno a bordo il carburante di riserva per continuare la caccia quando noi saremo rimasti a secco.»
«Perché non abbiamo caricato una scorta?»
«Non c’erano bidoni nel parcheggio. Ho guardato. Devono tenerli in qualche altro posto, e non avevamo il tempo di cercarli.»
«O’Bannion potrebbe chiamare un elicottero», disse Giordino mentre innestava la prima per superare una duna.
«Fort Foureau e i militari maliani sono i soli che possano fornirglielo. E secondo me le ultime persone cui chiederà aiuto sono Kazim e Massarde. Sa bene che non sarebbero felici di sapere che si è lasciato scappare i nemici pubblici numero uno e numero due poche ore dopo che erano stati affidati alle sue tenere cure.»
«Non pensi che la muta di O’Bannion possa prenderci prima che entriamo in Algeria?»
«Non possono seguirci in una tempesta di sabbia, come una guardia a cavallo canadese non può rintracciare un evaso in una tormenta di neve.» Pitt indicò con il pollice alle loro spalle. «Non ci sono tracce.»
Giordino guardò lo specchietto retrovisore e si accorse che il vento spazzava la sabbia sulle impronte delle gomme: era come se il camion fosse una barchetta su un mare sconfinato che si richiudeva sulla sua scia. Si rilassò sul sedile. «Non sai come sia piacevole viaggiare in compagnia di un ottimista irriducibile.»
«Non pensare che siamo ormai al sicuro da O’Bannion. Se arriveranno alla Transahariana prima di noi e faranno la spola avanti e indietro fino al nostro arrivo, lo spettacolo sarà concluso.»
Pitt finì di bere e gettò la tanica sul pianale, accanto al tuareg che aveva ripreso i sensi e, seduto con la schiena contro la sponda, guardava minacciosamente i due nella cabina.
«Come stiamo a carburante?» chiese Pitt.
«È quasi finito.»
«È il momento di mettere fuori strada i nostri inseguitori. Gira il camion a marcia indietro, verso ovest. Poi fermati.»
Giordino obbedì, girò il volante e frenò. «Adesso proseguiamo a piedi?»
«Sicuro. Ma prima porta la guardia qui davanti e controlla se a bordo c’è qualcosa che può essere utile, come pezzi di stoffa per avvolgerci la testa e prevenire un colpo di sole.»
Uno strano miscuglio di paura e di minaccia ardeva negli occhi del tuareg quando lo piazzarono sul sedile, gli strapparono strisce di stoffa dalla veste e dal copricapo e lo legarono strettamente in modo che non potesse toccare con le mani il volante e con i piedi la pedaliera.
Frugarono nel camion: trovarono qualche straccio unto e due asciugamani che adattarono a turbanti. Abbandonarono i fucili dopo averli sepolti nella sabbia. Poi Pitt legò il volante in modo che non girasse, innestò la seconda e balzò a terra. Il Renault ripartì con il passeggero legato e si avviò sobbalzando verso Tebezza. Dopo un po’ sparì nei turbini di sabbia.
«Gli hai dato più possibilità di vivere di quanta lui ne avrebbe data a noi», protestò Giordino.
«Forse sì e forse no», disse tranquillamente Pitt.
«Per quanto pensi che dovremo scarpinare?»
«Circa centottanta chilometri», rispose Pitt come se fosse una passeggiatala.
«Circa centottanta chilometri con un litro d’acqua che non andrebbe bene neppure per innaffiare i cactus?» disse Giordino. Guardò con aria critica i vortici di sabbia sollevati dal vento. «Adesso sono sicuro che le mie povere, vecchie ossa stanche imbiancheranno nel deserto.»
«Cerca di vedere gli aspetti positivi», disse Pitt mentre si assestava il turbante improvvisato. «Possiamo respirare aria pura, goderci il silenzio, vivere in simbiosi con la natura. Niente smog, niente traffico, niente ressa. Può esserci qualcosa che rinvigorisca l’anima più di questo?»
«Una bottiglia di birra in ghiaccio, un hamburger e un bel bagno», sospirò Giordino.
Pitt alzò quattro dita. «Fra quattro giorni il tuo desiderio si realizzerà.»
«Come te la cavi in quanto a sopravvivenza nel deserto?» chiese Giordino in tono speranzoso.
«Quando avevo dodici anni ho partecipato a un campeggio di tre giorni con i boy scout nel deserto di Mojave.»
Giordino scosse mestamente la testa. «Questo mi tranquillizza molto.»
Pitt si fermò per effettuare un’altra misurazione. Poi strinse il tubo come fosse un bastone, chinò la testa controvento e si incamminò nella direzione che aveva calcolato fosse l’est. Giordino lo afferrò per la cintura per non perderlo in un’improvvisa tormenta di sabbia e lo seguì.
40.
La riunione a porte chiuse alla sede dell’ONU incominciò alle dieci del mattino e durò fin dopo la mezzanotte. Venticinque dei più illustri specialisti mondiali in fatto di oceanografia e di condizioni atmosferiche, trenta biologi, tossicologi ed esperti d’inquinamento ascoltarono attentissimi mentre Hala Kamil faceva una breve introduzione prima di dare la parola all’ammiraglio Sandecker, che esordì esponendo la portata dell’imminente disastro ecologico.
Poi l’ammiraglio presentò il dottor Darcy Chapman, e questi spiegò ai presenti la struttura chimica delle prolifiche maree rosse. Poi toccò a Rudi Gunn, che fece un aggiornamento sui dati della contaminazione. Infine Hiram Yaeger mostrò le foto scattate dal satellite che rivelavano l’espansione della marea e fornì le statistiche della crescita prevista.
La parte informativa della riunione durò fino alle due del pomeriggio. Quando Yaeger sedette e Sandecker tornò sul podio, c’era uno strano silenzio al posto delle abituali proteste degli scienziati che di solito non erano mai d’accordo con le teorie e le rivelazioni dei colleghi. Per fortuna, dodici dei presenti erano già a conoscenza della diffusione eccezionale delle maree e avevano effettuato studi di loro iniziativa. Elessero un portavoce; e questi annunciò le conclusioni degli scienziati: suffragavano in tutto e per tutto i risultati raggiunti dagli uomini della NUMA. I pochi che avevano rifiutato di accettare la prospettiva di una catastrofe si convertirono in fretta e accreditarono le lugubri previsioni dell’ammiraglio.