Yerli alzò il bicchiere. «A Yves Massarde, e speriamo che non smetta mai d’essere generoso.»
«Al nostro capo», disse Verenne. «E che non smetta mai d’essere generoso con chi gli è fedele.»
Yerli vuotò il bicchiere, scrollò le spalle e lo tese per farlo riempire di nuovo. «C’è qualche reazione dei gruppi ambientalisti alla vostra attività di Fort Foureau?»
«Non proprio. Sono piuttosto incerti. Applaudono l’idea di un impianto autosufficiente a energia solare, ma hanno una paura tremenda delle conseguenze che la combustione delle scorie tossiche potrebbe avere per l’atmosfera del deserto.»
Yerli studiò le bollicine del suo champagne. «È certo che il segreto di Fort Foureau sia ben protetto? E se i governi europei e americani cominciassero a sospettare la verità?»
Verenne rise. «Sta scherzando? Quasi tutti i governi del mondo industrializzato sono ben felici di potersi sbarazzare dei rifiuti pericolosi senza che l’opinione pubblica venga a saperlo. In privato gli alti burocrati e i dirigenti delle industrie chimiche e nucleari di tutto il mondo ci hanno dato la loro benedizione.»
«Sanno la verità?» chiese sbalordito Yerli.
Verenne lo fissò con un sorriso divertito. «Chi crede che siano i clienti di Massarde?»
41.
Dopo aver abbandonato il camion, Pitt e Giordino camminarono nel caldo tremendo del pomeriggio e nel freddo della notte, per arrivare il più lontano possibile finché erano ancora abbastanza in forze. Quando si fermarono finalmente per riposare, era l’alba. Scavarono buche e si coprirono con la sabbia durante le ore più calde, per ripararsi dal sole feroce e ridurre la perdita d’acqua. Inoltre, la pressione della sabbia dava sollievo ai muscoli stanchi.
Durante il primo tratto percorsero quarantotto chilometri in direzione della loro meta. In realtà avevano camminato più a lungo, aggirandosi nelle valli tortuose fra le dune. La seconda sera si misero in cammino prima del tramonto, in modo che Pitt potesse piantare in terra il tubo e fissare una rotta prima che spuntassero le stelle. Al levar del sole dell’indomani mattina, la pista Transahariana era più vicina di altri quarantadue chilometri. Prima di infilarsi sotto la coltre di sabbia, vuotarono le ultime gocce contenute nella tanica. Da quel momento, a meno che trovassero altra acqua, i loro organismi avrebbero cominciato a disidratarsi e a morire.
La terza notte dovettero attraversare una barriera di dune che si estendeva a perdita d’occhio sulla destra e sulla sinistra. Le dune, per quanto minacciose, erano bellissime: le superfici delicate erano scolpite dal vento irrequieto in fragili increspature sempre mutevoli. Pitt aveva imparato in fretta i loro segreti. Dopo un declivio dolce di solito scendevano bruscamente dall’altra parte. Quando era possibile, procedevano sulle creste aguzze per non essere costretti a scendere e a salire sulla sabbia cedevole. Se era troppo difficile, zigzagavano negli avvallamenti dove la sabbia era più compatta.
Il quarto giorno le dune si abbassarono a poco a poco e si persero in un’immensa piana di sabbia, squallida e priva d’acqua. Durante le ore più calde della giornata, il sole batteva su quella distesa come il maglio d’un fabbro sul ferro rovente. Anche se era un sollievo essere arrivati a una superficie pianeggiante, camminare rimaneva difficile. Il suolo era coperto da due tipi diversi d’increspature. Le prime erano piccole creste poco profonde e non presentavano problemi. Ma le altre, più ampie e spaziate, avevano esattamente la lunghezza dei passi dei due amici, e avanzare era faticoso, un po’ come camminare sulle traversine di una ferrovia.
Le marce diventavano sempre più brevi, le soste più lunghe e frequenti. Continuavano a camminare in silenzio, a testa bassa: parlare inaridiva ancora di più la bocca. Erano prigionieri della sabbia, rinchiusi in una gabbia che si misurava soltanto con la distanza. C’erano pochi punti precisi di riferimento, a parte le vette accidentate di una bassa catena rocciosa che a Pitt ricordava le vertebre di un mostro preistorico. Era una terra dove ogni chilometro era esattamente identico all’altro e il tempo scorreva senza un significato, come se girasse su una ruota per scoiattoli.
Dopo venti chilometri, la pianura incontrava un plateau. Il nuovo sole stava per sorgere quando decisero di salire la ripida scarpata e arrivare in cima prima di riposare per l’intera giornata. Quattro ore più tardi, quando finalmente giunsero alla sommità, il sole era già alto sull’orizzonte. La fatica aveva tolto loro le forze: i cuori battevano all’impazzata dopo lo sforzo dell’ascesa, i muscoli delle gambe bruciavano dolorosamente, i polmoni invocavano l’aria.
Pitt era esausto e non voleva sedersi, temendo di non rialzarsi più. Rimase ritto a barcollare sulla sporgenza e si guardò intorno come un comandante sul ponte della nave. Se la pianura sottostante era una distesa uniforme, la superficie del plateau era un grottesco incubo bruciato dal sole. Un mare disordinato di ammassi di rocce nere e rosse, inframmezzati da sporgenze rugginose di minerale di ferro, si estendeva verso est. Era come guardare una città distrutta secoli prima da un’esplosione nucleare.
«Che parte dell’inferno è?» gracchiò Giordino.
Pitt prese la mappa di Fairweather, che ormai era tutta grinze e cominciava ad andare in pezzi, e la spianò sul ginocchio. «L’ha indicata sulla carta, ma non ha scritto il nome.»
«Allora, da questo momento, si chiamerà la Gobba di Giordino.»
Le labbra screpolate di Pitt si schiusero in un sorriso. «Se vuoi registrare il nome, non devi far altro che presentare la domanda all’Istituto Geologico Internazionale.»
Giordino si lasciò cadere a terra e girò uno sguardo vacuo sul plateau. «Quanta strada abbiamo fatto?»
«Circa centoventi chilometri.»
«Dobbiamo farne altri sessanta per raggiungere la pista.»
«Ma ci troviamo di fronte a una dimostrazione della legge di Pitt.»
«Che legge sarebbe?»
«Chi segue la mappa di un altro sbaglia sempre di venti chilometri.»
«Perciò quanto manca ancora?»
«Un’ottantina di chilometri, credo.»
Giordino guardò l’amico con gli occhi arrossati dalla stanchezza e parlò muovendo a stento le labbra gonfie e screpolate. «Altre cinquanta miglia, dunque. E abbiamo coperto le ultime settanta senza una goccia d’acqua.»
«A me sembrano mille», disse Pitt con voce rauca.
«Be’», borbottò Giordino. «Devo ammettere che il risultato finale è incerto. Non credo che ce la farò.»
Pitt alzò gli occhi dalla mappa. «Non avrei mai pensato di sentirti parlare così.»
«Non ho mai provato una sete così forte e tormentosa. Ricordo quando era una sensazione quotidiana. Adesso è diventata più un’ossessione che un desiderio.»
«Ancora due notti e balleremo sulla pista.»
Giordino scosse la testa. «È un sogno. Non abbiamo l’energia per camminare per altre cinquanta miglia senz’acqua con questo caldo. Siamo troppo disidratati.»
Pitt era perseguitato dalla visione di Eva che lavorava come una schiava nelle miniere e veniva percossa da Melika. «Morir ranno tutti se non ce la faremo.»
«Non puoi spremere sangue da una rapa», disse Giordino. «È un miracolo che siamo arrivati fin qui…» Si sollevò a sedere e si schermò gli occhi. Poi indicò una massa di rocce enormi. «Là in mezzo… non sembra l’entrata di una grotta?»
Pitt guardò. In effetti c’era un’apertura nera fra le rocce. Prese la mano di Giordino e lo fece alzare. «Vedi, abbiamo avuto fortuna. Non c’è niente di meglio di una bella grotta fresca per far passare le ore più calde della giornata.»
Il calore era già soffocante, come se si riflettesse sulle rocce rossobrune e sugli affioramenti ferrosi. Era come camminare sulle ceneri di un barbecue. Non avevano occhiali da sole, e quindi tenevano le palpebre socchiuse e si riparavano con la stoffa dei turbanti improvvisati, e riuscivano a vedere il terreno solo per qualche metro davanti a loro.