Quando tornò nella grotta non ebbe bisogno di sentire lo sfinimento e la sofferenza per capire quanto era diventato debole. Tutta la sua angoscia si specchiava negli occhi scavati di Giordino, negli indumenti sudici e nei capelli impastati di sabbia, ma soprattutto nell’espressione dell’uomo che si sente arrivato alla fine della propria strada.
Avevano affrontato insieme innumerevoli pericoli, ma Pitt non aveva mai visto quell’aria sconfitta nell’amico. Lo stress psicologico vinceva la resistenza fisica. Giordino era un individuo pratico. Fronteggiava gli insuccessi e le difficoltà con tenacia e li aggrediva a testa bassa. Diversamente da Pitt, non riusciva a usare la forza dell’immaginazione per scacciare la tortura della sete e i dolori strazianti di un organismo che, sconvolto dalla mancanza di cibo e d’acqua, desiderava solo l’oblio. Non riusciva a sprofondare in un mondo di sogno in cui il tormento e la disperazione erano sostituiti da piscine, bibite tropicali e tavoli da buffet carichi di piatti appetitosi.
Pitt si rendeva conto che quella era l’ultima notte. Per sconfiggere il deserto nel suo gioco mortale, avrebbero dovuto raddoppiare la loro volontà di sopravvivere. Altre ventiquattr’ore senz’acqua li avrebbero finiti. Non avrebbero più avuto la forza per andare avanti. Si rendeva conto che la pista Transahariana era d’una cinquantina di chilometri troppo lontana.
Lasciò che Giordino riposasse per un’altra ora, poi lo scosse per destarlo da un sonno profondo. «Dobbiamo muoverci subito se vogliamo coprire una certa distanza prima del prossimo levar del sole.»
Giordino socchiuse a stento le palpebre e si sollevò faticosamente a sedere. «Perché non restiamo ancora un giorno a prendercela comoda?»
«Troppe persone, uomini, donne e bambini, contano su di noi perché ci salviamo e possiamo tornare a salvarli. Ogni ora è importante.»
Il pensiero delle donne e dei bambini sofferenti e spaventati rinchiusi nelle miniere d’oro di Tebezza bastò a strappare Giordino dalle nebbie del sonno e a farlo alzare in piedi. Per qualche minuto, seguendo il suggerimento di Pitt, fecero esercizi di stretching per sciogliere i muscoli doloranti e le giunture indurite. Diedero un’ultima occhiata agli straordinari dipinti rupestri, indugiando sull’immagine della corazzata ribelle; poi si avviarono attraverso il grande plateau. Pitt procedeva verso la roccia che aveva individuato a est.
Era inevitabile. A parte le brevi soste per riposare dovevano continuare fino a quando avessero raggiunto la pista e fossero stati trovati da un automobilista di passaggio, preferibilmente provvisto di un’abbondante scorta d’acqua. Qualunque cosa accadesse, nonostante il caldo atroce, la sabbia che, sollevata dal vento, abradeva la pelle, e il terreno accidentato, dovevano continuare la marcia fino a quando fossero crollati o avessero incontrato la salvezza.
Dopo aver causato la sua razione di danni per quel giorno, il sole tramontò e una mezza luna gonfia prese il suo posto. Neppure un alito di vento smuoveva la sabbia e sul deserto regnava un silenzio profondo. Il paesaggio desolato pareva estendersi all’infinito e le rocce che sporgevano dal plateau come ossa di dinosauro irradiavano ancora ondate di calore. Non si muoveva nulla, tranne le ombre che si allungavano dietro le rocce come fantasmi evocati dalle ultime luci della sera.
Camminarono per sette ore. La guglia di roccia scelta come punto di riferimento si avvicinò e sparì mentre la notte diventava più fredda. Debolissimi e sfiniti, i due cominciarono a tremare irrefrenabilmente. Gli sbalzi estremi della temperatura davano a Pitt la sensazione di vivere, nell’arco di una giornata, tutti i cambiamenti stagionali: le ore più calde del giorno erano l’estate, la sera era l’autunno, mezzanotte l’inverno e la mattina era la primavera.
Il terreno cambiò gradualmente e Pitt non si accorse che le rocce e gli affioramenti ferrosi erano diventati via via più piccoli ed erano completamente spariti. Solo quando si fermò e alzò gli occhi verso le stelle per orientarsi e poi guardò davanti a sé, si rese conto che erano scesi dal pendio del plateau ed erano giunti in una pianura tagliata da una serie di uadi, o fiumi prosciugati, scavati da corsi d’acqua spariti da molto tempo.
La stanchezza fece rallentare la loro avanzata che si ridusse a un movimento vacillante. Lo sfinimento era come un peso che dovevano portare sulle spalle. Camminavano e camminavano, sempre più sofferenti e disperati. Tuttavia avanzavano lentamente verso est con quella poca forza che restava loro. Erano così deboli che dopo le soste faticavano ad alzarsi in piedi e a riprendere la battaglia.
Pitt evocava le immagini del trattamento inflitto da O’Bannion e da Melika alle donne e ai bambini nella miniera infernale. Vedeva la cinghia di Melika che colpiva rabbiosamente le vittime impotenti, disfatte dalle privazioni e dalle fatiche. Quanti erano morti dal giorno della loro fuga? Eva era stata forse portata nella camera sotterranea dei cadaveri? Avrebbe potuto scacciare quei pensieri orribili; ma lasciava che indugiassero perché servivano a spronarlo, lo spingevano a ignorare le sofferenze e a continuare con la disumana forza d’una macchina.
Era strano, pensò, non ricordare quando aveva sputato per l’ultima volta. Anche se succhiava i sassolini per alleviare la sete implacabile, non rammentava neppure quando aveva sentito la saliva nella bocca. La lingua s’era gonfiata come una spugna e sembrava cosparsa di allume. Tuttavia riusciva ancora a deglutire.
Avevano ridotto la traspirazione camminando di notte e tenendo addosso le camicie durante il giorno per limitare l’evaporazione del sudore senza perderne gli effetti rinfrescanti; ma si rendeva conto che i loro organismi avevano perduto troppo sale e che questo contribuiva a indebolirli ancora di più.
Pitt faceva ricorso a tutti i trucchi che riusciva a ripescare nella memoria e che potevano essere utili per sopravvivere nel deserto: per esempio, respirava con il naso per evitare la perdita dell’acqua e parlava pochissimo, solo quando si fermavano per riposare.
Giunsero a uno stretto fiume di sabbia che attraversava una valle fra colline cosparse di macigni, e seguirono l’uadi fino a quando deviò verso nord; allora salirono sulla riva e proseguirono lungo la rotta prestabilita. Stava spuntando un altro giorno, e Pitt si soffermò per controllare la mappa di Fairweather. Alzò il foglio sbrindellato nella direzione opposta alla luce che spuntava a oriente. Il rozzo disegno mostrava un grande lago prosciugato che si stendeva quasi ininterrottamente fino alla pista Transahariana. Anche se il terreno pianeggiante permetteva di camminare con maggiore facilità, Pitt vedeva intorno a sé un ambiente esiziale in cui non esisteva l’ombra.
Non era possibile riposare durante le ore più calde del giorno. Il terreno ghiaioso era troppo compatto per scavarsi una buca. Dovevano continuare a marciare e sopportare il caldo che aveva la violenza delle fiamme. Il sole stava già irrompendo nel cielo e annunciava un’altra giornata di orribili torture.
La sofferenza continuò. Poi apparvero alcune nubi che nascosero il sole e accordarono ai due uomini quasi due ore di sollievo. Poi le nubi passarono oltre, si dispersero, e il sole tornò ancora più caldo. A mezzogiorno il legame di Pitt e Giordino con la vita si fece ancora più debole. Se il caldo del giorno non fosse riuscito a sconfiggere i loro organismi tormentati, ci sarebbe riuscita senza dubbio la lunga notte di freddo intenso.
Poi giunsero a un burrone dai fianchi scoscesi che scendeva per sette metri sotto la superficie del lago prosciugato e lo fendeva quasi come un canale artificiale. Pitt, che guardava il suolo, per poco non piombò oltre l’orlo. Si fermò barcollando e fissò disperato la barriera inaspettata. Non aveva più la forza per scendere sul fondo della gola e risalire dalla parte opposta. Giordino lo raggiunse vacillando e si accasciò inerte, con la testa e le braccia che penzolavano dal ciglio del precipizio.