Girò intorno all’estremità dell’ala destra e si avvicinò a Giordino. «Hai mai letto Il volo della Fenice di Elleston Trevor?» chiese.
Giordino lo guardò socchiudendo gli occhi. «No, ma ho visto il film con Jimmy Stewart. Perché? Hai bisogno d’una revisione alle rotelle, se credi che possiamo far volare di nuovo questo relitto.»
«Non voglio farlo volare», rispose Pitt con calma. «Ho esaminato l’aereo e credo che possiamo utilizzarne varie parti per costruire un veliero da terraferma.»
«Un veliero da terraferma», ripeté Giordino, esasperato. «Sicuro, e ci metteremo un bar e una sala da pranzo…»
«Qualcosa di simile alle slitte a vela che usano sui ghiacci, ma con le ruote al posto dei pattini», continuò Pitt senza far caso a quel sarcasmo.
«E cosa intendi usare come vela?»
«Un’ala dell’aereo. In sostanza è una vela ellittica. Basta fissarla con la punta in alto.»
«Non ne avremo la forza», protestò Giordino. «Ci vorrebbero giorni, per un lavoro del genere.»
«No. Poche ore. L’ala di babordo è in buone condizioni, la stoffa che la riveste è ancora intatta. Possiamo usare come scafo la sezione centrale della fusoliera fra l’abitacolo e la coda. E con i supporti possiamo fabbricare i sostegni a estensione, e con le due ruote del carrello e quella piccola della coda possiamo realizzare una specie di triciclo. Abbiamo a disposizione cavi a sufficienza per regolare la vela e improvvisare una specie di timone.»
«Con quali utensili?»
«C’è una cassetta a bordo. Non sono dei migliori, ma dovrebbero servire.»
Giordino scosse la testa lentamente, pieno di stupore. Sarebbe stata la cosa più facile del mondo considerare la proposta di Pitt come un’allucinazione, sdraiarsi di nuovo al suolo e lasciare che la morte lo trasportasse pacificamente nell’oblio. La tentazione era foltissima. Ma nel suo petto batteva un cuore che non voleva arrendersi, e la sua mente si rifiutava di cedere senza combattere. Con lo sforzo di un malato che solleva un grosso peso, si rimise in piedi e parlò con voce impastata dalla fatica e dall’eccessiva esposizione al caldo.
«È inutile stare qui a compiangerci. Tu stacca l’intelaiatura dell’ala mentre io smonto le ruote.»
43.
All’ombra di un’ala Pitt spiegò la sua idea per la costruzione di un veicolo a vela usando i pezzi del vecchio aereo. Era un piano d’una semplicità incredibile, nato in una cripta del deserto dalla mente di due uomini che erano ormai a un passo dalla morte ma rifiutavano di rassegnarsi. Per costruire quel mezzo avrebbero dovuto attingere ancora più profondamente in loro stessi per trovare le forze che credevano di avere ormai perduto.
La navigazione a vela sulla terraferma non era una novità. I cinesi già l’usavano duemila anni or sono. L’adottarono anche gli olandesi, che montavano le vele sui carri pesanti per trasportare piccoli eserciti. Gli americani costruivano spesso carrelli a vela che viaggiavano sui binari attraverso le praterie. Gli europei, all’inizio del ventesimo secolo, ne avevano fatto uno sport e lo praticavano sulle spiagge delle località di villeggiatura; poi era stata solo questione di tempo prima che i maniaci della velocità sud-californiana, che correvano con macchine potenziate sui laghi prosciugati del deserto di Mojave, si appropriassero dell’idea e arrivassero a organizzare gare che attiravano partecipanti da ogni parte del mondo e facevano registrare velocità prossime ai centocinquanta chilometri orari.
Con l’ausilio degli utensili trovati nell’abitacolo, Pitt e Giordino affrontarono i compiti più agevoli durante il pomeriggio rovente e quelli più pesanti quando venne il fresco della sera. E dato che il loro passatempo preferito era restaurare automobili e aerei d’epoca, lavoravano con efficienza e senza movimenti inutili nel tentativo di conservare quel po’ d’energia che gli restava.
Non badavano affatto a risparmiarsi mentre s’impegnavano per raggiungere uno scopo; lavoravano senza riposare mai e parlando pochissimo perché le bocche aride e le lingue gonfie lo rendevano difficile. La luna illuminava le loro fatiche e disegnava ombre in movimento sulla parete della gola.
Lasciarono rispettosamente intoccato il corpo di Kitty Mannock; lavoravano intorno a lei senza manifestare emozione e a volte le rivolgevano la parola come se fosse viva, quando le loro menti sopraffatte dalla sete sconfinavano in un limbo.
Giordino rimosse le due grandi ruote del carrello e la piccola ruota di coda, ripulì gli ingranaggi dalla sabbia e li lubrificò con il contenuto del filtro dell’olio del motore. Le vecchie gomme erano screpolate e indurite dal sole; conservavano ancora la forma ma non c’era speranza che tenessero l’aria; perciò Giordino tolse i tubolari interni, riempì di sabbia i copertoni e li rimontò sulle ruote.
Poi costruì i supporti per reggere le ruote utilizzando le centine dell’ala danneggiata. Quando ebbe finito, tagliò con la sega i sostegni che fissavano il centro della fusoliera alla paratia dietro l’abitacolo. Poi ripeté l’operazione con la sezione di coda. Dopo aver liberato la parte centrale incominciò a unire l’estremità più larga dell’abitacolo alle estensioni, per sostenere le due ruote principali, che adesso erano distanziate di due metri e mezzo dal fondo della fusoliera nella parte più larga. L’estremità opposta, che si affusolava verso la coda, era diventata la parte anteriore del mezzo a vela e gli dava un primitivo aspetto aerodinamico. L’ultimo tocco a quello che doveva diventare lo scafo fu la costruzione di un prolungamento fissato alla ruota di coda, che si estendeva in avanti per tre metri. Il risultato quasi completo ricordava uno di quei veicoli che, negli anni ’30, i ragazzi ricavavano dalle vecchie casse.
Mentre Giordino montava lo scafo, Pitt si concentrava sulla vela. Dopo aver staccato l’ala dalla fusoliera, irrigidì gli alettoni e prolungò il supporto più pesante all’interno del bordo anteriore, per formare una specie di albero. Con l’aiuto di Giordino mise l’ala in posizione verticale, montò l’albero al centro dello scafo, un lavoro reso più facile dalla leggerezza del legno stagionato dall’aria del deserto e della stoffa che ricopriva la vecchia ala. Il risultato era una vela rotante. Poi Pitt usò i cavi di controllo per fissare le estensioni laterali installate da Giordino e la prua all’albero. Quindi costruì un apparato timoniere che andava dall’interno dello scafo alla ruota anteriore, sempre servendosi dei cavi e, per ultimo, un sistema di scotte per regolare la vela.
Gli ultimi tocchi furono la rimozione dei sedili e il loro trasferimento nell’abitacolo del veliero di terraferma. Infine Pitt tolse la bussola dal quadro dei comandi, la montò accanto al timone e legò all’albero, come portafortuna, il tubo che aveva usato per orientarsi fino a quel momento.
Terminarono il lavoro alle tre del mattino e crollarono stremati sulla sabbia. Rimasero distesi a rabbrividire nel freddo intenso e a guardare il loro capolavoro.
«Non volerà mai», mormorò esausto Giordino.
«Basta che ci trasporti attraverso la pianura.»
«Hai pensato a come faremo a uscire dalla gola?»
«Cinquanta metri più avanti il declivio della riva orientale diventa abbastanza graduale perché possiamo trainarlo fino alla superficie del lago prosciugato.»
«Sarebbe già tanto se riuscissimo a fare quel tratto a piedi senza dover tirare questo aggeggio su per un pendio. E niente ci garantisce che poi funzionerà.»
«Ci basta un vento leggero», disse Pitt con una voce che si sentiva appena. «E se gli ultimi sei giorni offrono un indizio valido, non dovremmo preoccuparci.»