Ma, attraverso lo stordimento della nausea, fissai il sangue. Guardai lo splendido color cremisi alla luce della torcia. Lo vidi scurirsi mentre veniva assorbito dalla calce tra le pietre. Il sangue era vivo, e il suo odore dolce fendeva come una lama il lezzo dei morti. Gli spasimi della sete scacciarono la nausea. Inarcai la schiena. Mi chinai verso il sangue con elasticità sorprendente.
E intanto i miei pensieri turbinavano. Quel giovane aveva vissuto nella cella; il cibo marcio e il latte erano stati posti lì per nutrirlo o per tormentarlo. Era morto nella cella, prigioniero con i cadaveri, nella consapevolezza che presto sarebbe diventato uno di loro.
Dio, soffrire così! Soffrire così! E quanti altri avevano conosciuto esattamente la stessa sorte, giovani dai capelli biondi, tutti…
Ero in ginocchio, chino. Tenevo bassa la torcia con la mano sinistra e piegavo la testa verso il sangue. La lingua dardeggiava dalla bocca e la vedevo come la lingua di una lucertola. Leccava il sangue sul pavimento. Brividi d’estasi. Oh, era meraviglioso!
Perché lo facevo? Leccavo il sangue a meno di due pollici dal cadavere. Il mio cuore trasaliva a ogni assaggio, a meno di due pollici dal giovane morto che Magnus aveva portato lì come aveva portato me, del giovane che Magnus aveva condannato alla morte anziché all’immortalità.
La cella lurida sembrava palpitare come una fiamma mentre leccavo il sangue. I capelli del morto mi toccavano la fronte. Gli occhi, simili a un cristallo spezzato, mi fissavano.
Perché non ero rinchiuso in quella cella? Quale prova avevo superato? Perché adesso non ero lì a urlare e a scuotere le sbarre, attanagliato dall’orrore che avevo presagito nella locanda del villaggio?
I tremori del sangue passarono nelle mie braccia e nelle mie gambe. E il suono che udivo… il suono meraviglioso, affascinante come il cremisi del sangue, l’azzurro dell’occhio del ragazzo, le ali luccicanti dei moscerini, il corpo opalino e strisciante del verme, il fulgore della torcia… era il mio urlo crudo e gutturale.
Lasciai cadere la torcia e indietreggiai in ginocchio, urtai il piatto di stagno e la brocca rotta. Mi alzai e salii correndo la scala. E quando sbattei la porta della segreta, le mie grida salirono e salirono fino alla sommità della torre.
Ero perduto nel suono che rimbalzava tra le pietre e ritornava a me, Non potevo smettere, non potevo chiudere la bocca né soffocarlo.
Ma attraverso l’entrata chiusa dalle sbarre e una dozzina di finestrelle, più in alto, vidi la luce inconfondibile del mattino. Le mie urla si spensero. Le pietre avevano incominciato a brillare. La luce filtrava intorno a me come un vapore rovente e mi bruciava le palpebre.
Non decisi di fuggire. Fuggii, semplicemente, e salii, salii verso la camera segreta.
Quando uscii dal passaggio, la camera era piena d’un fievole fuoco purpureo. I gioielli che traboccavano dalla cassapanca parevano muoversi. Ero quasi cieco quando sollevai il coperchio del sarcofago.
Ricadde sopra di me. Il dolore al viso e alle mani si spense. Ero immobile, ero al sicuro; e la paura e l’angoscia si dileguarono in una fresca, sconfinata oscurità.
7.
Mi svegliò la sete.
E seppi subito dov’ero, e che cos’ero. Non vi furono dolci sogni mortali di vino bianco freddo, né di erba verde sotto i meli nel frutteto di mio padre.
Nella stretta oscurità della bara di pietra mi toccai le zanne con le dita, e sentii che erano particolarmente lunghe e acuminate come lame di minuscoli coltelli.
E un mortale era nella torre: sebbene non fosse arrivato alla porta della camera interna, potevo udire i suoi pensieri.
Udii la sua costernazione quando scoprì che la porta della scala era stata aperta. Non era mai accaduto. Udii la sua paura quando scoprì i ceppi bruciati sul pavimento e chiamò «Padrone!» Era un servitore, e un servitore infido.
Mi affascinava, quell’udito silenzioso della mente. Ma c’era qualcos’altro che mi turbava. Era il suo odore!
Sollevai il coperchio di pietra del sarcofago e uscii. L’odore era debole ma era quasi irresistibile. Era l’odore muschiato della prima puttana nel cui letto avevo sfogato la mia passione. Era la cacciagione arrostita dopo giorni di fame invernale. Era odore di vino nuovo, di mele fresche, dell’acqua che scrosciava dal ciglio d’una cascata in una giornata afosa, quando tendevo le mani per berla a sazietà.
Ma era incommensurabilmente più ricco, quell’odore, e l’appetito che accendeva era infinitamente più acuto e più semplice.
Mi mossi attraverso il tunnel segreto come un essere che nuota nella tenebra. Spinsi la pietra nella camera esterna e mi alzai in piedi.
C’era un mortale e mi fissava, pallido e sgomento.
Era un vecchio grinzoso; e dal groviglio indefinibile delle considerazioni nella sua mente, compresi che era un cocchiere. Ma era tutto di un’imprecisione esasperante.
Poi la malevolenza immediata che provava per me mi giunse come il caldo di una stufa. Era impossibile fraintenderla. I suoi occhi mi scrutarono la faccia e la figura. L’odio traboccò. Era stato lui a procurare i bei vestiti che indossavo. Era lui che aveva provveduto agli sfortunati rinchiusi nella segreta, finché erano vivi. E perché non ero là anch’io? chiedeva con silenziosa indignazione.
Questo me lo rendeva molto amabile, come potete immaginare. Lo avrei ucciso volentieri stritolandolo con le mie mani.
«Il padrone!» disse disperatamente. «Dov’è? Padrone!»
Ma cosa credeva che fosse, il padrone? Lo stregone di un re, ecco che cosa pensava. E adesso io avevo il potere. In sostanza, non sapeva nulla che potesse essermi utile.
Ma mentre comprendevo tutto questo e lo assimilavo dalla sua mente contro la sua volontà, mi sentii incantato dalle vene della sua faccia e delle sue mani. E l’odore mi inebriava.
Sentivo il palpito indistinto del suo cuore, e mi sembrava di gustare il sapore del suo sangue, esattamente, e intuivo che mi avrebbe saziato con la sua intensità e il suo calore.
«Il padrone non c’è più, è bruciato», mormorai. Sentivo uscire dalle mie labbra una strana voce monotona. Mi avvicinai lentamente.
L’uomo lanciò un’occhiata al pavimento annerito, alzò lo sguardo al soffitto fuligginoso. «No, è una menzogna», disse. Era indignato e la sua collera pulsava ai miei occhi come una luce. Sentivo l’amarezza dei suoi pensieri, i suoi ragionamenti disperati.
Ah, perché la carne vivente poteva apparire così? Ero in preda a un appetito spietato.
E l’uomo lo sapeva. In un suo modo folle e irrazionale, lo intuiva. Mi lanciò un’ultima occhiata malevola e corse verso la scala.
Lo raggiunsi immediatamente. Fu piacevole e così semplice. Un istante prima, decisi di scattare e di annullare la distanza tra noi. Un attimo dopo l’avevo tra le mani, impotente e lo tenevo sollevato, così che i piedi oscillavano e cercavano di colpirmi a calci.
Lo tenevo con la stessa facilità con cui un uomo poderoso avrebbe potuto tenere un bambino. La sua mente era un caos di pensieri frenetici, e sembrava incapace di decidere cosa poteva tentare di fare per salvarsi.
Ma il brusio sommesso dei pensieri era cancellato dalla visione che mi offriva.
Gli occhi non erano più le porte della sua anima. Erano globi gelatinosi i cui colori mi tentavano. E il corpo non era altro che un boccone sussultante di carne calda e di sangue che dovevo consumare per non morire.
Mi inorridiva l’idea che quel cibo dovesse essere vivo, che il sangue delizioso dovesse scorrere in quelle braccia e in quelle dita convulse. E poi mi parve che fosse giusto così. L’uomo era ciò che era, e io ero ciò che ero. E mi sarei nutrito di lui.
Me lo accostai alle labbra. Lacerai l’arteria gonfia del collo. Il sangue mi sprizzò contro il palato. Proruppi in un grido mentre lo stringevo contro di me. Non era fluido bruciante come il sangue del padrone e neppure l’elisir delizioso che avevo bevuto sulle pietre della segreta. No, quello era come luce trasformata in liquido. Era mille volte più concreto, e aveva il sapore del cuore umano che lo pompava, era l’essenza di quell’odore caldo e quasi fumoso.
Sentivo le mie spalle sollevarsi, le mie dita affondare di più nella sua carne, il suono simile a un mormorio che usciva dalla mia gola. Non avevo altre visioni che quella di una minuscola anima rantolante; un mancamento così potente che lui non vi aveva parte.
Fu facendo appello a tutta la mia volontà che, prima del momento finale, lo respinsi a forza. Come avrei voluto sentire il suo cuore che si arrestava. Come avrei desiderato sentire i battiti che rallentavano e cessavano, e sapere che lo possedevo!
Ma non osavo.
L’uomo mi scivolò pesantemente dalle braccia, e cadde sulle pietre. Il bianco degli occhi era visibile sotto le palpebre socchiuse.
Ero incapace di staccarmi dalla sua morte. Ero silenziosamente affascinato. Non doveva sfuggirmi il minimo dettaglio. Sentii il respiro cessare, vidi il corpo rilassarsi senza lotta nella morte.
Il sangue mi riscaldò. Lo sentii pulsare nelle vene. Il mio viso era di nuovo caldo contro i palmi delle mani, e la vista era divenuta acuta e potente. Mi sentivo dotato di una forza inimmaginabile.
Sollevai il cadavere, lo trascinai giù per le scale a chiocciola della torre, nella fetida segreta, e lo gettai a marcire con gli altri.