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«Perché?» chiesi. «Credevo che i più vecchi di noi facessero completamente a meno della favella.»

«I pensieri sono imprecisi», disse Marius. «Se ti schiudo la mia mente, non posso controllare ciò che tu vi leggi. E quando leggo la tua mente, è possibile che io fraintenda ciò che odo e vedo. Preferisco usare la parola e lasciare che le mie facoltà mentali se ne servano. È come l’allarme sonoro per annunciare le mie comunicazioni importanti, perché la mia voce venga ricevuta. Non mi piace penetrare nei pensieri di un altro senza avvertirlo. E, francamente, penso che la parola sia il più grande tra i doni comuni a mortali e immortali.»

Non sapevo cosa rispondere. Era logico anche questo. Tuttavia scossi la testa. «E i tuoi modi di comportarti…» dissi. «Non ti muovi come Armand e Magnus, come pensavo che si muovessero gli antichi…»

«Come un fantasma, vuoi dire? Perché dovrei?» Rise di nuovo, sommessamente. Si assestò sulla poltrona e sollevò il ginocchio, appoggiando il piede sul cuscino come se fosse un uomo mortale nel suo studio privato.

«C’erano tempi, certo», disse, «in cui tutto questo era interessante. Muoversi senza parere, assumere posizioni fìsiche che sono scomode o impossibili per i mortali. Volare per brevi distanze e atterrare senza un suono. Muovere gli oggetti con la forza di volontà. Ma alla fine può essere piuttosto rozzo. I gesti umani sono eleganti. Vi è saggezza nella carne, nel modo in cui fa le cose il corpo umano. Mi piace il suono del mio piede che tocca il suolo, il contatto degli oggetti sotto le dita. E poi, volare anche per distanze brevi e spostare gli oggetti con la sola volontà è sfibrante. Lo faccio quando devo, come hai visto, ma è molto più facile usare le mani.»

Ne ero deliziato e non cercavo di nasconderlo.

«Un cantante può infrangere un bicchiere con una nota abbastanza alta», continuò Marius. «Ma il modo più semplice per spaccare un bicchiere è buttarlo sul pavimento.»

Questa volta risi apertamente.

Mi stavo già abituando ai cambiamenti del suo volto che passava dalla perfezione di maschera alla più accentuata capacità espressiva, e alla vitalità dello sguardo che univa l’una all’altra. Restava un’impressione di serenità e di schiettezza… di un uomo straordinariamente bello e ricettivo.

Ma non potevo abituarmi al fatto che ci fosse in lui qualcosa di così potente, di così pericolosamente potente.

Mi agitai un po’, turbato. Provavo l’inspiegabile desiderio di piangere.

Marius si tese e mi toccò con le dita il dorso della mano. Un brivido mi scosse. Eravamo collegati da quel tocco. E, sebbene la sua pelle fosse serica come quella di tutti i vampiri, era meno morbida. Era come toccare una mano di pietra in un guanto di raso.

«Ti ho portato qui perché voglio dirti ciò che so», riprese. «Voglio spartire con te i segreti che possiedo. Mi hai attratto per diverse ragioni.»

Ero affascinato. E sentivo la possibilità di un amore travolgente.

«Ma ti avverto», disse, «è pericoloso. Non possiedo le risposte supreme. Non posso dirti chi ha creato il mondo e perché esiste l’uomo. Non posso dirti perché esistiamo noi. Posso dirti su di noi più di ciò che chiunque altro ti ha detto finora. Posso mostrarti Coloro-che-devono-essere-conservati e dirti cosa ne so. Posso dirti perché credo di essere riuscito a sopravvivere tanto a lungo. Questa conoscenza potrà cambiarti un po’: è ciò che fa sempre la conoscenza, immagino…»

«Sì…»

«Ma quando ti avrò dato tutto ciò che ho da dare, sarai allo stesso punto di prima: un essere immortale che deve scoprire le ragioni della propria esistenza.»

«Sì», dissi io. «Le ragioni dell’esistenza.» La mia voce era un poco amara. Ma era bello sentirlo dire così.

Tuttavia percepivo me stesso come un essere affamato e maligno, che riusciva benissimo a esistere senza ragioni, un vampiro possente che prendeva sempre ciò che voleva. Mi domandavo se Marius capiva quanto fossi mostruoso.

La ragione per uccidere era il sangue.

Esattamente. Il sangue e l’estasi del sangue. E senza questo noi siamo gusci disseccati come lo ero stato io, sepolto nel suolo egiziano.

«Ma perché hai deciso di rivelarmi tante cose?» domandai. «Senza dubbio, altri ti avranno cercato. E devi sapere dov’è Armand.»

«Vi sono diverse ragioni, come ho detto. E probabilmente la più forte è il modo in cui tu mi hai cercato. Pochissimi esseri cercano davvero la conoscenza in questo mondo. Mortali o immortali, pochi chiedono veramente. Al contrario, cercano di strappare all’ignoto le risposte che hanno già formulato nelle loro menti… giustificazioni, conferme, forme di consolazione senza le quali non possono tirare avanti. Chiedere veramente significa spalancare la porta al turbine. La risposta può annientare la domanda e l’interrogante. Ma tu hai chiesto veramente, da quando hai lasciato Parigi dieci anni fa.»

Lo comprendevo, ma in un modo indistinto.

«Tu hai pochi preconcetti», disse Marius. «Anzi, mi sorprende il fatto che tu accetti una così straordinaria semplicità. Tu vuoi uno scopo. Vuoi amore.»

«È vero», assentii con una scrollata di spalle. «Piuttosto rudimentale, no?»

Rise di nuovo, sommessamente.

«No. Non proprio. È come se milleottocento anni di civiltà occidentale avessero prodotto un innocente.»

«Un innocente? Non puoi parlare di me.»

«In questo secolo si fa un gran parlare del buon selvaggio», disse Marius, «e della forza corruttrice della civiltà, della necessità di ritrovare la strada perduta dell’innocenza. È assurdo. I popoli veramente primitivi possono essere mostruosi in quanto a pregiudizi e aspettative. Non sanno concepire l’innocenza. Non sanno concepirla neppure i bambini. Ma alla fine la civiltà ha creato uomini che si comportano in modo innocente. Per la prima volta si guardano intorno ed esclamano: ‘Che inferno è tutto questo!’»

«È vero. Ma io non sono innocente», dissi. «Ateo, sì. Appartengo a una famiglia atea, e me ne compiaccio. Ma so che cosa sono il bene e il male in un senso molto pratico, e sono Set, il fratricida, e non l’uccisore di Set, come tu devi sapere.»

Marius annuì inarcando leggermente le sopracciglia. Non doveva più sorridere per sembrare umano. Vedevo un turbamento, ora, anche se non c’erano linee sul suo volto.

«Ma non cerchi neppure un modo per giustificarlo», disse. «È ciò che intendo per innocenza. Sei colpevole dell’uccisione dei mortali perché sei stato trasformato in qualcosa che si nutre di sangue e di morte, ma non sei colpevole di mentire, di creare in te stesso sistemi di pensiero tenebrosi e malvagi.» «È vero.»

«Essere ateo è probabilmente il primo passo per giungere all’innocenza», continuò Marius. «Perdere il senso del peccato e della subordinazione e il falso rimpianto per le cose perdute.»

«Quindi, per innocenza tu non intendi la mancanza di esperienza ma l’assenza di illusioni.»

«L’assenza del bisogno di illusioni», rispose lui. «Amore e rispetto per ciò che è giusto ai tuoi occhi.»

Sospirai. Per la prima volta mi abbandonai contro la spalliera della poltrona, riflettendo e chiedendomi che cosa aveva a che fare con Nicki e che cosa aveva detto Nicki a proposito della luce, sempre la luce. Aveva inteso alludere a questo?

Sembrava che Marius riflettesse. Anche lui stava appoggiato allo schienale della poltrona, come dall’inizio, e guardava il cielo notturno al di là della porta aperta. Gli occhi erano socchiusi, la bocca un po’ tesa.