Ma durante l'assenza del Cottes la situazione degli assediati si era cristallizzata in modo strano. Poco prima ch'egli andasse a telefonare, fu visto l'ing. Clementi, il proprietario delle rubinetterie, trattenersi col sovrintendente Hirsch e poi trarlo in disparte. Confabulando, si avviarono verso il Museo teatrale e qui, al buio, rimasero vari minuti. Poi l'Hirsch ricomparve nel ridotto, mormorò qualche cosa successivamente a quattro persone, le quali lo seguirono: erano lo scrittore Clissi, la soprano Borri, un certo Prosdocimi, commerciante in tessuti e il giovane conte Martoni. Il gruppetto raggiunse l'ing. Clementi ch'era rimasto di là, al buio, e si formò una specie di conciliabolo. Una " maschera ", senza dare spiegazioni venne quindi a prendere uno dei candelieri dal ridotto e lo portò nella saletta del Museo dove quelli si erano ritirati. Il movimento, dapprima inosservato, destò la curiosità, anzi l'allarme; bastava poco a insospettire, in quello stato d'animo. Qualcuno, con l'aria di capitare là per caso, andò a dare un'occhiata; di questi non tutti fecero ritorno nel ridotto. Infatti l'Hirsch e il Clementi, a seconda dei volti che si affacciavano alla porta della saletta, sospendevano la discussione oppure invitavano ad entrare in forma assai obbligante. In poco tempo il gruppo dei secessionisti raggiunse la trentina.
Non fu difficile capire, conoscendo i tipi. Clementi, Hirsch e compagni tentavano di far parte a sé, di schierarsi anticipatamente dalla parte dei Morzi, di far capire che non avevano niente da spartire con tutti quei marci ricconi rimasti nel ridotto. Di alcuni già si sapeva che in occasioni precedenti, più per paura probabilmente che per sincera convinzione, si erano mostrati teneri o indulgenti verso la potente setta. Dell'ing. Clementi, pur di mentalità dispotica e padronale, non ci si meravigliò, sapendosi che uno dei suoi figli, degenere, occupava addirittura un posto di comando nelle file dei Morzi. Poco prima lo si era visto, il padre, entrare nello sgabuzzino del telefono e quelli che aspettavano di fuori avevano dovuto pazientare più di un quarto d'ora; si suppose che, vistosi in pericolo, Clementi avesse chiesto per telefono aiuto al figlio e costui, non volendo esporsi personalmente, gli avesse consigliato di agire subito per conto suo: riunendo una specie di comitato favorevole ai Morzi, quasi una giunta rivoluzionaria della Scala, che i Morzi poi, arrivando, avrebbero tacitamente riconosciuto e, quel che più importa, risparmiato. Dopo tutto, notò qualcuno, il sangue non era acqua.
Ma per parecchi altri secessionisti c'era da sbalordire. Erano tipici campioni della categoria sopra tutte aborrita dai Morzi, proprio ad essi o per lo meno a gente come loro potevano imputarsi molti dei guai che ai Morzi troppo spesso offrivano facili spunti di propaganda o agitazione. Eccoli adesso schierarsi all'improvviso dalla parte dei nemici, rinnegando tutto il passato oltre ai discorsi tenuti fino a pochi minuti prima. Evidentemente da tempo trescavano nel campo avversario, non badando a spese, per garantirsi una scappatoia al momento buono; ma di nascosto, per interposta persona, così da non perdere la faccia nel mondo elegante ch'essi frequentavano. Venuta infine l'ora del pericolo, si erano affrettati a rivelarsi, incuranti di salvare le apparenze andassero pure all'inferno le relazioni, le nobili amicizie, il posto in società, adesso si trattava della vita.
La manovra, se all'inizio procedette in sordina, ben presto preferì manifestarsi chiaramente, proprio allo scopo di definire le rispettive posizioni. Nella saletta del Museo venne riaccesa la luce elettrica e spalancata la finestra affinché di fuori si vedesse bene e i Morzi, arrivando in piazza, capissero subito di avere lassù dei sicuri amici.
Rientrato dunque nel ridotto, il maestro Cottes si accorse della novità, notando il bianco riverbero che, rimandato di specchio in specchio, veniva dal Museo e udendo l'eco della discussione che vi si svolgeva. Però non ne capiva le ragioni. Perche nel Museo avevano riacceso la luce e nel ridotto no? Che stava succedendo? " E che cosa fanno quelli di là? " domandò infine ad alta voce. " Che cosa fanno? " gridò con la sua simpatica vocetta Liselore Bini accoccolata a terra, la schiena contro il fianco del marito. " Beati gli innocenti, caro maestro!… Hanno fondato la cellula scaligera, quei machiavelli. Non hanno perso tempo. Si affretti, maestro, pochi minuti ancora e poi le iscrizioni si chiudono. Brava gente, sa?… Ci hanno informato che faranno di tutto per salvarci… Adesso si spartiscono la torta, legiferano, ci hanno autorizzato a riaccendere le luci… vada a vederli, maestro, che vale la pena… Sono carini sa?… Grossi, luridi maiali! " alzò la voce "… giuro che, se non succede niente… " " Su, Liselore, calmati " le disse il marito che a occhi chiusi sorrideva, divertendosi come se tutta quella fosse un'avventura sportiva di nuovo genere. " E donna Clara? " chiese Cottes, sentendo confondersi le idee. " Ah, sempre all'altezza, la zoppetta!… Ha scelto la soluzione più geniale, anche se più faticosa… Donna Clara cammina. Cammina, capisce? Passeggia in su e in giù… due parole di qua due parole di là e così via, comunque vadano le cose lei è a posto… non si sbilancia… non si pronuncia… non si siede… un po' di qua un po' di là… fa la spola… la nostra impareggiabile presidentessa! "
Era la verità. Tornata dall'aver condotto Grossgemuth all'albergo, Clara Passalacqua ancora dominava, dividendosi imparzialmente tra i due partiti. E per questo fingeva di ignorare lo scopo di quel convegno a parte, quasi fosse un capriccio di invitati. Ma ciò la costringeva a non fermarsi mai perché fermarsi equivaleva a una scelta impegnativa. Passava e ripassava cercando di incoraggiare le donne più abbattute, provvedeva nuovi sedili e con molta intelligenza promosse un secondo abbondante turno di rinfresco. Lei stessa girava zoppicando coi vassoi e con le bottiglie, tanto da ottenere in entrambi i campi un successo personale.
" Pss, pss… " chiamò in quel mentre una delle vedette appostate dietro le persiane, e fece segno verso la piazza.
Sei, sette corsero a vedere. Lungo la Banca Commerciale, proveniente da via Case Rotte, avanzava un cane: un bastardo, pareva, e a testa bassa, rasente il muro, scomparve giù per via Manzoni. " E per chi ci hai chiamati, per un cane? " " Mah… io pensavo che dietro il cane… " Così la condizione degli assediati stava per diventar grottesca. Fuori, le strade vuote, il silenzio, L'assoluta pace, almeno in apparenza. Qui dentro, una visione di disfatta: decine e decine di persone ricche, stimate e potenti che, rassegnate, sopportavano quella specie di vergogna per un rischio non ancora dimostrato.
Passando le ore, se crescevano la stanchezza e l'intorpidimento delle membra, ad alcuni però si snebbiò la testa. Era ben strano, se i Morzi avevano scatenato l'offensiva, che in piazza della Scala non fosse arrivata ancora neanche una staffetta. E sarebbe stato amaro patire tanta paura gratis. Verso il gruppo dove si trovavano le signore più di riguardo, al lume tremolante delle candele ecco avanzare, una coppa di spumante nella destra, L'avvocato Cosenz, un dì celebre per le sue conquiste e ancora considerato, da alcune vecchie dame, uomo pericoloso.
" Sentite, cari amici " declamò con voce insinuante " può darsi, dico può darsi che domani sera molti di noi qui presenti si trovino, uso un eufemismo, in una condizione critica… " (qui una pausa) " Ma può anche darsi, né sappiamo quale delle due ipotesi sia più attendibile, può darsi che domani sera tutta Milano si smascelli dalle risa pensando a noi. Un momento. Non mi interrompete… Valutiamo serenamente i fatti. Che cosa ci fa credere che il pericolo sia così vicino? Enumeriamo i sintomi. Primo: la scomparsa al terzo atto dei Morzi, del prefetto, del questore, dei rappresentanti militari. Ma chi può escludere, mi sia perdonata la bestemmia, che fossero stufi della musica? Secondo le voci, giunte da diverse parti, che stesse per scoppiare una rivolta. Terzo, e sarebbe il fatto più grave: le notizie che si dice, ripeto si dice, abbia portato il mio benemerito collega Frigerio; il quale però se ne è andato subito dopo e deve anzi avere fatto un apparizione molto breve se quasi nessuno di noi l'ha visto. Non importa. Ammettiamo pure: Frigerio ha detto che i Morzi avevano iniziato l'occupazione della città, che la Prefettura era assediata eccetera… Io chiedo: ma da chi Frigerio ha avuto, all'una di notte, queste informazioni? Possibile che notizie così riservate gli siano state trasmesse a tarda notte? E da chi? E per quale motivo? Intanto, qui nei dintorni non si è notato, e sono ormai le tre passate, nessun sintomo sospetto. Né si sono uditi rumori di alcun genere. Insomma, c'è da restare per lo meno in dubbio. " " E perché al telefono nessuno riesce ad aver notizie? " " Giusto " proseguì Cosenz, dopo aver inghiottito un sorso di champagne. " Quarto elemento preoccupante è, per così dire, la sordità telefonica. Chi ha tentato di comunicare con la Prefettura e la Questura dice di non esserci riuscito o per lo meno di non aver potuto avere informazioni. Ebbene, se voi foste un funzionario e all'una di notte una voce sconosciuta o incerta vi chiedesse come vanno le cose pubbliche, dico, rispondereste? Questo, notate bene, mentre è in corso una fase politica di estrema delicatezza. Anche i giornali, è vero, sono stati reticenti… Vari amici delle redazioni sono stati sulle generali. Uno, il Bertini, del Corriere, mi ha risposto testualmente: " Finora qui non si sa niente di preciso. " " E di non preciso? " ho chiesto io. Ha risposto: " Di non preciso c'è che non si capisce niente. " Ho insistito: " Ma voi siete preoccupati? " Lui ha risposto: " Non direi, almeno fino adesso ". "