Una porta di legno, socchiusa (che non esisteva), era coperta di biechi segni e gemeva ai soffi del vento. Il Gaspari si trovava ormai vicinissimo, a due metri forse. Cominciò ad alzare lentamente la tavola, per lasciarla cadere sull'altra sponda. " Tradimento! " gridò nel medesimo istante Sisto, accortosi dell'attacco; e balzò in piedi ridendo, armato di un grande archetto. Quando scorse il Gaspari restò un istante perplesso. Poi trasse di tasca un uncino di legno, innocuo dardo; lo applicò alla corda dell'archetto, prese la mira.
Ma, dalla socchiusa porta coperta di oscuri segni (che non esisteva), il Gaspari vide uscire uno stregone, incrostato di lebbre e di inferno. Lo vide rizzarsi, altissimo, gli sguardi privi di anima, un arco in mano, sorretto da una forza scellerata. Egli lasciò allora andare la tavola, si trasse con spavento indietro. Ma l'altro già scoccava il colpo. Colpito al petto, il Gaspari cadde tra i rovi. Ritornò all'albergo che già scendeva la sera. Era sfinito. E si lasciò andare su una panchina, di fianco alla porta di ingresso. Gente entrava ed usciva, qualcuno lo salutò, altri non lo riconobbero perché era già scuro.
Ma lui non badava alla gente, chiuso intensamente in se stesso. E nessuno di quanti passavano si accorgeva che nel mezzo del petto egli portava confitta una freccia. Una asticciola, tornita con perfezione, di un legno apparentemente durissimo e di colore scuro, sporgeva per circa trentacinque centimetri dalla camicia, al centro di una macchia sanguigna. Gli sguardi del Gaspari la fissavano con moderato orrore, per via di una felicità curiosa che vi si mescolava. Egli aveva provato ad estrarla ma faceva troppo male: uncini laterali dovevano trattenerla dentro alle carni. E dalla ferita ogni tanto gorgogliava il sangue. Lo sentiva colare giù per il petto e il ventre, ristagnare nelle pieghe della camicia.
Dunque l'ora di Giuseppe Gaspari era giunta, con poetica magnificenza; e crudele. Probabilmente – egli pensò – gli toccava morire. Eppure che vendetta contro la vita, la gente, i discorsi, le facce, mediocri, che l'avevano sempre contornato. Che stupenda vendetta. Oh, lui adesso non tornava certo dal valloncello domestico a pochi minuti dall'albergo Corona. Bensì tornava da remotissima terra, sottratta alle irriverenze umane, regno di sortilegi, pura; e per arrivarci gli altri (non lui) avevano bisogno di attraversare gli oceani e poi avanzare lungo tratto per le inospitali solitudini, contro la natura nemica e le debolezze dell'uomo; e poi non era ancora detto che sarebbero giunti. Mentre lui invece…
Sì, lui, quarantenne, si era messo a giocare coi bambini, credendoci come loro; solo che nei bambini c'è una specie di angelica leggerezza; mentre lui ci aveva creduto sul serio, con una fede pesante e rabbiosa, covata, chissà, per tanti anni ignavi senza saperlo. Così forte fede che tutto si era fatto vero, il vallone, i selvaggi, il sangue. Egli era entrato nel mondo non più suo delle favole, oltre il confine che a una certa stagione della vita non si può impunemente tentare. Aveva detto a una segreta porta apriti, credendo quasi di scherzare, ma la porta si era aperta veramente. Aveva detto selvaggi e così era stato. Freccia, per gioco, e vera freccia lo faceva morire.
Pagava dunque l'arduo incantesimo, il riscatto; era andato troppo lontano per poter ritornare; ma in compenso che vendetta per lui. Oh, lo aspettassero per pranzo moglie, figlie, compagni d'albergo, lo aspettassero per il bridge della sera! La pastina in brodo, il manzo lesso, il giornale radio: c'era da ridere. Lui, uscito dai tenebrosi recessi del mondo!
" Beppino " chiamò la moglie da una terrazza sovrastante dove erano preparate le tavole all'aperto. Beppino, che cosa fai là seduto? E cosa hai fatto fino adesso? Ancora in calzettoni? Non vai a cambiarti? Lo sai che sono passate le otto? Noi abbiamo una fame… "
" "…amen… " " La sentì quella voce il Gaspari? Oppure se n'era già troppo discostato? Con la destra fece un cenno vago come per dire che lo lasciassero, facessero a meno di lui, non gliene importava un corno. Perfino sorrise. Ed esprimeva un'acre letizia, benché il respiro stesse cadendo.
" Ma su, Beppino " gridava la moglie. " Ci vuoi fare ancora aspettare? Ma cos'hai? Perché non rispondi? Si può sapere perché non rispondi? " Egli abbassò la testa come per dire di sì; senza rialzarla. Lui vero uomo, finalmente, non meschino. Eroe, non già verme, non confuso con gli altri, più in alto adesso. E solo. La testa pendeva sul petto, come si conveniva alla morte, e le raggelate labbra continuavano a sorridere un poco, significando disprezzo, ti ho vinto miserabile mondo, non mi hai saputo tenere.
12. UNA GOCCIA
Una goccia d'acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso in letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, si ode a intermittenza. Poi la goccia si ferma e magari per tutta la rimanente notte non si fa più viva. Tuttavia sale. Di gradino in gradino viene su, a differenza delle altre gocce che cascano perpendicolarmente, in ottemperanza alla legge di gravità, e alla fine fanno un piccolo schiocco, ben noto in tutto il mondo. Questa no: piano piano si innalza lungo la tromba delle scale lettera E dello sterminato casamento.
Non siamo stati noi, adulti, raffinati, sensibilissimi, a segnalarla. Bensì una servetta del primo piano, squallida piccola ignorante creatura. Se ne accorse una sera, a ora tarda, quando tutti erano già andati a dormire. Dopo un po' non seppe frenarsi, scese dal letto e corse a svegliare la padrona. " Signora " sussurrò " signora! " " Cosa c'è? " fece la padrona riscuotendosi. " Cosa succede? " " C'è una goccia, signora, una goccia che vien su per le scale! " " Che cosa? " chiese l'altra sbalordita. " Una goccia che sale i gradini! " ripeté la servetta, e quasi si metteva a piangere. " Va, va " imprecò la padrona " sei matta? Torna in letto, marsch! Hai bevuto, ecco il fatto, vergognosa. È un pezzo che al mattino manca il vino nella bottiglia! Brutta sporca, se credi… " Ma la ragazetta era fuggita, già rincantucciata sotto le coperte. " Chissà che cosa le sarà mai saltato in mente, a quella stupida " pensava poi la padrona, in silenzio, avendo ormai perso il sonno. Ed ascoltando involontariamente la notte che dominava sul mondo, anche lei udì il curioso rumore. Una goccia saliva le scale, positivamente.
Gelosa dell'ordine, per un istante la signora pensò di uscire a vedere. Ma che cosa mai avrebbe potuto trovare alla miserabile luce delle lampadine oscurate, pendule dalla ringhiera? Come rintracciare una goccia in piena notte, con quel freddo, lungo le rampe tenebrose?
Nei giorni successivi, di famiglia in famiglia, la voce si sparse lentamente e adesso tutti lo sanno nella casa, anche se preferiscono non parlarne, come di cosa sciocca di cui forse vergognarsi. Ora molte orecchie restano tese, nel buio, quando la notte è scesa a opprimere il genere umano. E chi pensa a una cosa, chi a un'altra.
Certe notti la goccia tace. Altre volte invece, per lunghe ore non fa che spostarsi, su, su, si direbbe che non si debba più fermare. Battono i cuori allorché il tenero passo sembra toccare la soglia. Meno male, non si è fermata. Eccola che si allontana, tic, tic, avviandosi al piano di sopra.
So di positivo che gli inquilini dell'ammezzato pensano di essere ormai al sicuro. La goccia – essi credono – è già passata davanti alla loro porta, né avrà più occasione di disturbarli; altri, ad esempio io che sto al sesto piano, hanno adesso motivi di inquietudine, non più loro. Ma chi gli dice che nelle prossime notti la goccia riprenderà il cammino dal punto dove era giunta l'ultima volta, o piuttosto non ricomincerà da capo iniziando il viaggio dai primi scalini, umidi sempre, ed oscuri di abbandonate immondizie? No, neppure loro possono ritenersi sicuri.