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Al mattino, uscendo di casa, si guarda attentamente la scala se mai sia rimasta qualche traccia. Niente, come era prevedibile, non la più piccola impronta. Al mattino del resto chi prende più questa storia sul serio? Al sole del mattino l'uomo è forte, è un leone, anche se poche ore prima sbigottiva.

O che quelli dell'ammezzato abbiano ragione? Noi del resto, che prima non sentivamo niente e ci si teneva esenti da alcune notti pure noi udiamo qualcosa. La goccia è ancora lontana, è vero. A noi arriva solo un ticchettio leggerissimo, flebile eco attraverso i muri. Tuttavia è segno che essa sta salendo e si fa sempre più vicina.

Anche il dormire in una camera interna, lontana dalla tromba delle scale, non serve. Meglio sentirlo, il rumore, piuttosto che passare le notti nel dubbio se ci sia o meno. Chi abita in quelle camere riposte talora non riesce a resistere, sguscia in silenzio nei corridoi e se ne sta in anticamera al gelo, dietro la porta, col respiro sospeso, ascoltando. Se la sente, non osa più allontanarsi, schiavo di indecifrabili paure. Peggio ancora però se tutto è tranquillo: in questo caso come escludere che, appena tornati a coricarsi, proprio allora non cominci il rumore?

Che strana vita, dunque. E non poter far reclami, né tentare rimedi, né trovare una spiegazione che sciolga gli animi. E non poter neppure persuadere gli altri, delle altre case, i quali non sanno. Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: – domandano con esasperante buona fede – un topo forse? Un rospetto uscito dalle cantine? No davvero. E allora – insistono – sarebbe per caso una allegoria? Si vorrebbe, così per dire, simboleggiare la morte? o qualche pericolo? o gli anni che passano? Niente affatto, signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale. O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? Le terre vagheggiate e lontane dove si presume la felicità? Qualcosa di poetico insomma? No, assolutamente.

Oppure i posti più lontani ancora, al confine del mondo ai quali mai giungeremo? Ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d'acqua, a quanto è dato presumere, che di notte viene su per le scale. Tic, tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura.

13. LA CANZONE DI GUERRA

Il re sollevò il capo dal grande tavolo di lavoro fatto d'acciaio e diamanti. " Che cosa diavolo cantano i miei soldati? " domandò. Fuori, nella piazza dell'Incoronazione, passavano infatti battaglioni e battaglioni in marcia verso la frontiera, e marciando cantavano. Lieve era ad essi la vita perché il nemico era già in fuga e laggiù nelle lontane praterie non c'era più da mietere altro che gloria: di cui incoronarsi per il ritorno. E anche il re di riflesso si sentiva in meravigliosa salute e sicuro di sé. Il mondo stava per essere soggiogato. " è la loro canzone, Maestà " rispose il primo consigliere, anche lui tutto coperto di corazze e di ferro perché questa era la disciplina di guerra. E il re disse: " Ma non hanno niente di più allegro? Schroeder ha pur scritto per i miei eserciti dei bellissimi inni. Anch'io li ho sentiti. E sono vere canzoni da soldati ". " Che cosa vuole, Maestà? " fece il vecchio consigliere, ancora più curvo sotto il peso delle armi di quanto non sarebbe stato in realtà. " I soldati hanno le loro manie, un po' come i bambini. Diamogli i più begli inni del mondo e loro preferiranno sempre le loro canzoni. " " Ma questa non è una canzone da guerra " disse il re. " Si direbbe perfino, quando la cantano, che siano tristi. E non mi pare che ce ne sia il motivo, direi. " " Non direi proprio " approvò il consigliere con un sorriso pieno di lusinghiere allusioni. " Ma forse è soltanto una canzone d'amore, non vuol esser altro, probabilmente. " " E come dicono le parole? " insistette il re. " Non ne sono edotto, veramente " rispose il vecchio conte Gustavo. " Me le farò riferire. "

I battaglioni giunsero alla frontiera di guerra, travolsero spaventosamente il nemico, ingrassandone i territori, il fragore delle vittorie dilagava nel mondo, gli scalpitii si perdevano per le pianure sempre più lontano dalle cupole argentee della reggia. E dai loro bivacchi recinti da ignote costellazioni si spandeva sempre il medesimo canto: non allegro, triste, non vittorioso e guerriero bensì pieno di amarezza. I soldati erano ben nutriti, portavano panni soffici, stivali di cuoio armeno, calde pellicce, e i cavalli galoppavano di battaglia in battaglia sempre più lungi, greve il carico solo di colui che trasportava le bandiere nemiche. Ma i generali chiedevano: " Che cosa diamine stanno cantando i soldati? Non hanno proprio niente di più allegro? ". " Sono fatti così, eccellenza " rispondevano sull'attenti quelli dello Stato Maggiore. " Ragazzi in gamba, ma hanno le loro fissazioni. " " Una fissazione poco brillante " dicevano i generali di malumore. " Caspita, sembra che piangano. E che cosa potrebbero desiderare di più? Si direbbe che siano malcontenti. " Contenti erano invece, uno per uno, i soldati dei reggimenti vittoriosi. Che cosa potevano infatti desiderare di più? Una conquista dopo l'altra, ricco bottino, donne fresche da godere, prossimo il ritorno trionfale. La cancellazione finale del nemico dalla faccia del mondo già si leggeva sulle giovani fronti, belle di forza e di salute. " E come dicono le parole? " il generale chiedeva incuriosito. " Ah, le parole! Sono ben delle stupide parole " rispondevano quelli dello Stato Maggiore, sempre guardinghi e riservati per antica abitudine. " Stupide o no, che cosa dicono? " " Esattamente non le conosco, eccellenza " diceva uno. " Tu, Diehlem, le sai? " " Le parole di questa canzone? Proprio non saprei. Ma c'è qui il capitano Marren, certo lui… " " Non è il mio forte, signor colonnello " rispondeva Marren. " Potremmo però chiederlo al maresciallo Peters, se permette… " " Su, via, quante inutili storie, scommetterei… " ma il generale preferì non terminare la frase.

Un po' emozionato, rigido come uno stecco, il maresciallo Peters rispondeva al questionario: " La prima strofa, eccellenza serenissima, dice così:

Per campi e paesi, il tamburo ha suonà e gli anni passà la via del ritorno, la via del ritorno, nessun sa trovà. E poi viene la seconda strofa che dice: " Per dinde e per donde… ". " " Come? " fece il generale. " " Per dinde e per donde " proprio così, eccellenza serenissima. " " E che significa " per dinde e per donde "? " " Non saprei, eccellenza serenissima, ma si canta proprio così. " " Be', e poi cosa dice? "

Per dinde e per donde avanti si va e gli anni passà dove ti ho lasciata, dove ti ho lasciata, una croce ci sta

" E poi c'è la terza strofa, che però non si canta quasi mai. E dice… "

" Basta, basta così " disse il generale, e il maresciallo salutò militarmente.

" Non mi sembra molto allegra " commentò il generale, come il sottuficiale se ne fu andato. " Poco adatta alla guerra, comunque. "

" Poco adatta invero " confermavano col dovuto dispetto i colonnelli degli Stati Maggiori.

Ogni sera, al termine dei combattimenti, mentre ancora il terreno fumava, messaggeri veloci venivano spiccati, che volassero a riferire la buona notizia. Le città erano imbandierate, gli uomini si abbracciavano nelle vie, le campane delle chiese suonavano, eppure chi passava di notte attraverso i quartieri bassi della capitale sentiva qualcuno cantare, uomini, ragazze, donne, sempre quella stessa canzone venuta su chissà quando. Era abbastanza triste, effettivamente, c'era come dentro molta rassegnazione. Giovani bionde appoggiate al davanzale, la cantavano con smarrimento.