Mai nella storia del mondo, per quanto si risalisse nei secoli, si ricordavano vittorie simili, mai eserciti così fortunati, generali così bravi, avanzate così celeri, mai tante terre conquistate. Anche l'ultimo dei fantaccini alla fine si sarebbe trovato ricco signore, tanta roba c'era da spartire. Alle speranze erano stati tolti i confini. Si tripudiava ormai nelie città, alla sera, il vino correva fin sulle soglie, i mendicanti danzavano. E tra un boccale e l'altro ci stava bene una canzoncina, un piccolo coro di amici. " Per campi e paesi… " cantavano, compresa la terza strofa.
E se nuovi battaglioni attraversavano la piazza dell'Incoronazione per dirigersi alla guerra, allora il re sollevava un poco la testa dalle pergamene e dai rescritti, ascoltando, né sapeva spiegarsi perché quel canto gli mettesse addosso il malumore.
Ma per i campi e i paesi i reggimenti d'anno in anno avanzavano sempre più lungi, né si decidevano a incamminarsi finalmente in senso inverso; e perdevano coloro che avevano scommesso sul prossimo arrivo dell'ultima e più felice notizia. Battaglie, vittorie, vittorie, battaglie. Ormai le armate marciavano in terre incredibilmente lontane, dai nomi difficili che non si riusciva a pronunciare.
Finché (di vittoria in vittoria!) venne il giorno che la piazza dell'Incoronazione rimase deserta, le finestre della reggia sprangate, e alle porte della città il rombo di strani carriaggi stranieri che si approssimavano; e dagli invincibili eserciti erano nate, sulle pianure remotissime, foreste che prima non c'erano, monotone foreste di croci che si perdevano all'orizzonte e nient'altro. Perché non nelle spade, nel fuoco, nell'ira delle cavallerie scatenate era rimasto chiuso il destino, bensì nella sopracitata canzone che a re e generalissimi era logicamente parsa poco adatta alla guerra. Per anni, con insistenza, attraverso quelle povere note il fato stesso aveva parlato, preannunciando agli uomini ciò ch'era stato deciso. Ma le reggie, i condottieri, i sapienti ministri, sordi come pietre. Nessuno aveva capito; soltanto gli inconsapevoli soldati coronati di cento vittorie, quando marciavano stanchi per le strade della sera, verso la morte, cantando.
14. IL RE A HORM EL-HAGAR
Questi i fatti avvenuti in località Horm el-Hagar di là della Valle dei Re, al cantiere per gli scavi del palazzo di Meneftah Il.
Il direttore degli scavi, Jean Leclerc, uomo attempato e geniale, ebbe una lettera dal segretario del Servizio delle Antichità che gli annunciava una visita di riguardo: un illustre archeologo straniero, il conte Mandranico, verso il quale si raccomandavano i maggiori riguardi.
Leclerc non ricordava nessun archeologo che si chiamasse Mandranico. L'interessamento del S.d.A. – pensò – anziché da reali meriti, era procurato da qualche alta parentela. Ma non ne fu seccato, tutt'altro. Da dieci giorni era solo, il suo collaboratore essendo partito per le vacanze. L'idea di vedere in quell'eremo una faccia cristiana che si interessasse un poco delle sue vecchie pietre non gli dispiacque. Da quel signore che era, spedì una camionetta fino ad Akhmim per fare provviste e sotto un padiglione di legno da cui si dominava l'intero complesso degli scavi allestì una mensa perfino elegante.
Sorse quel mattino d'estate, caldo e greve, con le modiche speranze che accompagnano il nascere del dì sui deserti, e poi si dissolvono nel sole. Proprio il giorno prima, all'estremità del secondo cortile interno, tra le informi cataste delle colonne crollate, era uscita dalla sabbia, dopo molti secoli di buio, una stele con iscrizione di grande interesse per ciò che rifletteva il regno, finora rimasto oscuro di Meneftah II. " I re due volte dai nomi del nord e dalle paludi sono venuti a prosternarsi dinanzi al faraone, sua maestà, vita, salute, forza " diceva l'iscrizione alludendo probabilmente alla sottomissione di vari signorotti del Basso Nilo già ribelli " e sconfitti lo hanno aspettato alla porta del tempio, portavano le parrucche nuove profumate d'olio, in mano tenevano corone di fiori ma gli occhi non sono stati pari alla sua luce, le membra ai suoi comandi, le orecchie alla sua voce, le parole allo splendore di Meneftah, figlio di Ammone, vita, salute, forza… " La notte precedente, al lume di un petromax, la decifrazione non era andata oltre.
Ora, benché Leclerc non desse più l'importanza di una volta alle affermazioni accademiche e alla fama, il ritrovamento gli aveva procurato una gioia sincera. Guardando a oriente, verso l'invisibile fiume, là dove la pista automobilistica si perdeva in una prospettiva senza fine di terrazze rocciose polverulente di sabbie, l'archeologo pregustava la soddisfazione di annunciare all'ospite ignoto la scoperta, proprio come si ama trasmettere al prossimo una buona notizia.
Vide in quel mentre – non erano ancora le otto – un lontano esile turbine levarsi dall'orizzonte, cadere, rifarsi più alto e consistente, ondeggiare nell'aria immobile e pura. Poi, con un alito di vento che gli mosse i capelli bianchi da artista, giunse anche un ronzio di motore. La macchina dello straniero stava per arrivare.
Batté le mani Leclerc e a un paio di fellah accorsi fece segno. I due corsero all'ingresso del recinto, aprirono la porta di solide travi Poco dopo l'automobile entrava. Leclerc notò subito sulla targa, con leggero disappunto, l'insegna del corpo diplomatico. Fermatasi la macchina quasi dinanzi a lui, ne scese prima un giovanotto stilé che Leclerc doveva aver già visto da qualche parte al Cairo, poi un altro signore bruno e compunto dall'aria molto seria; infine, con gran fatica – e il Leclerc capì ch'era quello l'ospite – un vecchietto piccolo e segaligno, dalla faccia di tartaruga assolutamente inespressiva. Sorretto dal signore bruno, il conte Mandranico scese dalla vettura e appoggiandosi a un bastoncello mosse verso il cantiere. Fino a quel momento nessuno pareva essersi accorto del Leclerc il quale tuttavia con la sua decorativa corpulenza e il largo vestito bianco campeggiava nella scena. Finalmente il giovanotto per primo si avvicinò annunciando in francese che lui, tenente Afghe Christani della Guardia di Palazzo e il barone Fantin (alludeva evidentemente al signore bruno), avevano l'onore (chissà perché tanta solennità) di accompagnare Monsieur Le Comte Mandranico a questa visita che " confidiamo sarà del più alto interesse ".
A questo punto il Leclerc d'un subito riconobbe l'ospite: troppo spesso i giornali egiziani avevano pubblicato la fotografia del re straniero che viveva in esilio al Cairo. Archeologo illustre? Non era una bugia, dopo tutto. Nella sua giovane età – ricordò l'egittologo – il re aveva dimostrato spiccato interesse per la etruscologia e ne aveva appoggiato gli studi anche ufficialmente.
Perciò il Leclerc si fece avanti con un certo impaccio, accennò a un piccolo inchino, la sua simpatica faccia arrossì lievemente. L'ospite, sorriso spento, borbottò qualche parola, dando la mano. Quindi le altre presentazioni.
Ben presto il Leclerc ritrovò la disinvoltura abituale. " Di qua, di qua, signor conte " disse indicando la via " è meglio cominciare il giro subito, prima che faccia troppo caldo. " Con la coda dell'occhio si accorse che il compostissimo barone Fantin aveva offerto il braccio al conte; quasi irosamente il vecchio lo aveva però respinto, avviandosi da solo a piccoli stentati passi. Il giovane Christani seguiva da presso con una bianca borsa di pelle sotto il braccio e sorrideva genericamente.
Giunsero su un ciglione roccioso, donde sprofondava tra due alte ripe tagliate con meravigliosa precisione un lungo piano inclinato. In fondo si apriva come una larghissima e piatta fossa, a metà della quale un rotto colonnato, terribilmente immobile, formava la facciata esterna dell'antica reggia. Spigoli diritti, ombre geometriche, nere occhiaie rettangolari di atrii e portali si accavallavano più in là in apparente disordine, rivelando, in così morto paesaggio, che quello era pure stato il regno dell'uomo.