Spiegava il Leclerc, con signorile distacco, le difficoltà dell'impresa. Prima che si iniziassero gli scavi, tutto era sepolto dalle sabbie e dai detriti fin sopra la cima delle colonne e del maggiore frontone. Una montagna di materiale si era perciò dovuta scavare, sollevare, portar via, per un dislivello in alcuni punti perfino di 20 metri, fino a raggiungere il piano originario del palazzo. E il lavoro non era che a metà.
" Ta scianti cencio tan ninciatii levoo…? " domandò con voce chioccia il conte Mandranico, aprendo e chiudendo la bocca in modo curioso.
Leclerc non capì una parola. Fulmineo, guardò il serio barone chiedendo aiuto. E il barone doveva essere allenatissimo a difficoltà del genere perché, impassibile, si affrettò a spiegare: " Monsieur le comte desidera sapere da quanto tempo si sono iniziati gli scavi ". E c'era nelle parole un vago disdegno, come se fosse logico che il vecchio re parlasse in quel modo, e idiota colui che avesse avuto la tentazione di meravigliarsene. " Da sette anni, signor conte " rispose Leclerc, suo malgrado un poco intimidito " e ho avuto il privilegio di inaugurarli io stesso… Ecco qui, ora ci conviene scendere di qui, è l'unico punto un po' disagevole " disse, quasi facendo suo l'imbarazzo del decrepito conte dinanzi allo sdrucciolo del piano inclinato.
Il barone ritentò di offrire il braccio e questa volta non venne respinto; commisurando i suoi passi a quelli del conte si avviò per la discesa. Anche Leclerc rispettosamente avanzò molto adagio. La china era ripida, l'aria sempre più calda, le ombre si accorciavano, l'ospite insigne strascinava un po' la gamba sinistra, impolverandosi la scarpa di pelle bianca, dall'estremità della fossa giungevano ritmici colpi, come di mazzapicchi.
Come furono in fondo, non si videro più le baracche del cantiere, nascoste dal ciglione; ma soltanto gli antichi pietroni, e intorno le alte ripe precipitose, calcinate e cadenti. Verso occidente esse si innalzavano a gradoni formando una vera montagna, anch'essa più che mai nuda, ormai soggiogata dal sole.
Leclerc, cortese, spiegava e il conte Mandranico alzava ogni volta la faccia meccanicamente senza partecipazione, approvando con piccoli cenni; ma si sarebbe detto non ascoltasse. Ecco il colonnato d'ingresso, il troncone di una sfinge androcefala, i minuziosi bassorilievi semicancellati dal tempo, dove si indovinavano figure di deità e di monarchi. Ermetici come montagne gli appiombi delle antiche muraglie non rispondevano agli sguardi umani.
Lo straniero avvistò allora nel cielo delle nuvole strane che salivano lentamente dal cuore dell'Africa. Erano tronche di sopra e di sotto, come se un coltello le avesse tagliate, e solo ai fianchi ridondavano di molli gorghi spumosi. Con infantile curiosità il conte le additò col bastoncino.
" Le nuvole del deserto " spiegò Leclerc " senza testa né gambe… come se fossero schiacciate tra due coperché, vero?… "
Il conte stette a fissarle alcuni istanti, dimentico dei faraoni, poi vivamente si volse al barone domandando qualcosa. Il barone dimostrò confusione e si scusava ampiamente senza perdere la sua compunzione. Si poté capire che il Fantin aveva dimenticato di portare la macchina fotografica. Il vecchio non dissimulò la stizza e gli voltò le spalle.
Entrarono nella prima corte, in totale rovina. Solo la simmetrica disposizione delle pietre e degli sfasciumi indicava approssimativamente dove un tempo si innalzavano i colonnati e le mura. Ma in fondo due massicci piatti torrioni dagli spigoli sbiechi, resistevano ancora, collegati da un muro più basso e rientrante, dove si apriva un portale. Era il frontone interno del palazzo e Leclerc fece notare due smisurate figure umane che in bassorilievo occupavano ciascuna delle due pareti: il faraone Meneftah II rappresentato nel magnanimo furore della battaglia.
Un uomo anziano col tarbusc e una lunga tunica bianca avanzò dall'interno del tempio, avvicinandosi a Leclerc e gli parlò in lingua araba, concitato. Leclerc gli rispondeva scuotendo il capo con un sorriso. " Scusi, che cosa dice? " chiese il tenente Christani incuriosito. " è uno degli assistenti " rispose Leclerc " un greco, che ne sa ormai più di me, si occupa di scavi da almeno trent'anni. "
" Ma è successo qualcosa " insistette Christani che aveva afferrato qualche frammento della conversazione.
" Le loro solite storie " fece Leclerc " dice che oggi gli dèi sono inquieti… dice sempre così quando le cose non vanno per il loro verso… c'è un masso che non riescono a spostare, è slittato fuori dalle guide, adesso dovranno rifare l'argano. "
" Sono inquieti… eh… eh… " esclamò, non si capiva in che senso, il conte Mandranico, rianimatosi all'improvviso.
Passarono nel secondo cortile, anch'esso tutto desolazione e rovina. Solo a destra ciclopici piloni stavano ancora ritti, da cui sporgevano, smozzicate, le sagome di formidabili atlanti. In fondo, una ventina di fellah stavano lavorando e all'apparire dei signori, come presi di frenesia, cominciafono ad agitarsi, vociando, in una simulazione di intenso zelo. Il re straniero guardò ancora le singolari nubi del deserto. Navigando esse tendevano a raggrupparsi in un nuvolone solo, statico e pesante, che invece non si muoveva. Sulla biancastra cornice della montagna a ovest passò l'ombra.
Leclerc, ora seguito anche dall'assistente, guidò gli ospiti a destra, in un'ala laterale, l'unico punto dove le strutture fossero in buone condizioni. Era una cappella funeraria, ancora riparata dal tetto, solo qua e là sbrecciato. Entrarono nell'ombra. Il conte si tolse lo spesso casco coloniale e il barone fu lesto ad offrirgli un fazzoletto affinché si tergesse il sudore. Il sole penetrava dagli interstizi con lamine di ardente luce che battevano qua e là sui bassorilievi rianimandoli. Intorno c'era penombra, silenzio e mistero. Nella semioscurità, ai lati, si intravedevano alte statue, irrigidite sui troni, alcune decapitate, dalla cintura in giù, esprimevano volontà cupa e solenne di imperio.
Leclerc ne indicò una, priva di braccia ma dalla testa pressoché intatta. Aveva un muso grifagno e malvagio. Avvicinatosi, il conte si accorse ch'era il volto di un uccello, solo che il becco si era spezzato. " Interessantissima questa statua " disse Leclerc. " è il dio Thot. Risale almeno alla dodicesima dinastia e doveva essere considerata preziosa se venne trasportata fin qui. I faraoni venivano a chiedergli… " si interruppe, restò immobile come tendendo le orecchie. Si udiva infatti, non si capiva bene da quale parte, una specie di sordo fruscio.
" Niente, è la sabbia, la maledetta sabbia, la nostra nemica " riprese Leclerc tornando a rasserenarsi. " Ma scusatemi… dicevano che i re, prima di partire per le guerre, chiedevano consigli a questa statua, una specie di oracolo… se la statua restava immobile la risposta era no… se muoveva la testa era approvazione… Alle volte queste statue parlavano… chissà che voce… i re soltanto riuscivano a resistere… i re perché anche loro erano dei… " Così dicendo si voltò, nel vago dubbio di aver commesso una gaffe. Ma il conte Mandranico fissava con inaspettato interesse il simulacro, toccò con la punta del bastone il basamento di porfido quasi a saggiarne la consistenza.
" Dun ciarè genigiano anteno galli? " chiese finalmente con intonazione incredula.
" Monsieur le comte chiede se i re venivano di persona a interrogarli " tradusse il barone, indovinando che il Leclerc non aveva afferrato una parola.
" Precisamente " confermò soddisfatto l'archeologo, " e dicono, dicono almeno, che Thot rispondesse… Ed ecco, ecco qui in fondo la stele di cui vi avevo parlato… voi siete i primi a vederla… " Aprì le braccia in un largo gesto, un poco teatrale, restò così immobile, di nuovo ascoltando.