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Tutti istintivamente tacquero. Il fruscio di prima rodeva intorno, misterioso, come se i secoli assediassero lentamente il santuario cercando di riseppellirlo.

Le lame del sole si erano fatte sempre meno oblique, ora scendevano quasi a picco, parallele agli spigoli dei piloni, ma alquanto fioche, quasi il cielo si fosse appannato.

Il Leclerc aveva appena cominciato la spiegazione che il barone gettò uno sguardo all'orologio da polso. Le dieci e mezzo. Faceva un caldo d'inferno. " Vi ho fatto fare un poco tardi, signori, forse? " domandò amabilmente Leclerc. " Avrei disposto la colazione per le undici e mezzo… "

" La colazione? " esclamò il conte, in tono secco e finalmente comprensibile, rivolto al Fantin. " Ma noi dobbiamo partire… alle 11 al più taddi, al più taddi… " " Non avrò dunque l'onore?… " fece Leclerc desolato. Il barone volse la cosa in termini più diplomatici: " Siamo davvero estremamente grati… davvero commossi… ma impegni… "

A malincuore l'egittologo abbreviò i commenti, rinunciando a molte importantissime cose che gli erano care. Il gruppetto ritornò quindi sui suoi passi. Il sole si era spento, una coltre rossiccia si era stesa nel cielo, atmosfera da pestilenze. A un certo punto il conte bisbigliò qualche parola al Fantin, che lo lasciò, precedendolo. Leclerc, pensando che il vecchio avesse voglia di orinare, si avviò all'uscita con gli altri due. Il conte rimase solo, tra le antiche statue.

Uscito intanto dal chiuso, Leclerc esaminò la volta celeste: aveva un colore strano. In quel mentre una goccia gli batté su una mano. Pioveva.

" Piove " esclamò " da tre anni non si era vista una goccia!… Era un brutto segno a quei tempi… se pioveva i faraoni rinviavano qualsiasi impresa… "

Si volse per comunicare al conte, rimasto indietro nel tempio, l'eccezionale notizia; e lo vide. Stava in piedi dinanzi alla statua di Thot e parlava. La voce non giungeva fino a lui ma l'archeologo scorgeva distintamente la bocca che si apriva e chiudeva in quel curioso modo da tartaruga.

Monologava il signor conte? o veramente interpellava il dio come i remoti faraoni? Ma che cosa poteva domandargli? Non guerre da poter combattere c'erano più per lui, non leggi da promulgare, né progetti, né sogni. Il suo regno era rimasto di là dei mari, per sempre perduto. Buono e cattivo della vita era stato speso fino in fondo. Non gli restavano che dei poveri giorni superflui, proprio l'ultimo pezzettino di strada. Quale ostinazione lo teneva dunque perché osasse tentare gli dei? Oppure, svanito, non ricordava più che cosa era successo e si immaginava di vivere i bei tempi lontani? O intendeva fare uno scherzo. Ma non era il tipo.

" Signor conte! " gridò Leclerc con improvvisa inquietudine. " Signor conte, siamo qui… ha cominciato a piovere… "

Troppo tardi. Dall'interno del tempio uscì un suono orribile. Leclerc si sbiancò in volto, il barone Fantin arretrò istintivamente di un passo, la borsa bianca scivolò di sotto al braccio del giovane. E le gocce di pioggia cessarono.

Un suono di legni cavi rotolanti, o di lugubri tamburi, così pressappoco dalla cappella di Thot. E poi si ampliò in un mugolo cavernoso, confusamente articolato, simile, ma ancora peggio, al lamento delle cammelle nel parto. C'era dentro una specie di inferno.

Il conte Mandranico, fermo, guardava. Non fu visto retrocedere né accennare la fuga. Il becco mozzo di Thot si era dischiuso formando alla base un ghigno, i due moncherini si aprivano e chiudevano bestialmente; tanto più spaventosi perché il resto della statua giaceva immobile, del tutto privo di vita. E dal becco usciva la voce

Il dio parlava. Nella quiete, le sue roche maledizioni perché così parvero – avevano tetre risonanze.

Leclerc non era più capace di muoversi. Un orrore mai conosciuto lo teneva, facendogli saltare il cuore. E il conte? come il conte poteva resistere? forse perché anche lui era re, invulnerabile dal Verbo come i sepolti faraoni?

Ma la voce adesso ondeggiava in borbottii, cedeva, si spense, lasciando un terribile silenzio. Solo allora il vecchio conte si mosse, coi suoi fragili passettini si avviò all'uscita, non vacillava, non era spaventato. Avvicinatosi a Leclerc che lo fissava inorridito, disse, approvando con cenni del capo:

" Ingegnoso: proprio ingegnoso… peccato che force la molla si è rotta… biciognava ciassi tabli cicata… "

Stavolta però il barone non era pronto a tradurre gli ultimi suoi balbettii. Perfino il barone tacque, sopraffatto da quell'arido vecchio, sordo ai misteri della vita, così misero da non capire neanche che gli aveva parlato un dio. " Ma in nome del cielo " supplicò finalmente Leclerc, col vago presentimento di cose ostili. " Ma non ha sentito? "

Alzò il capo il grinzoso sovrano con atto autoritario: " Cioccheccia! na ciocchezza! " (voleva dire sciocchezza?). Poi ancora con improvviso cipiglio: " è ponta la macchina? È taddi: taddi… Fantin, cagaia fa? ". Sembrava impermalito.

Leclerc, dominandosi, lo fissava con un sentimento strano, tra la costernazione e l'odio. Ma un coro di imprecazioni esplose all'estremità degli scavi. I fellah urlavano, impazziti e dal fondo del tempio accorreva a precipizio l'assistente, vociando. " Che dice? che è successo? " chiese allarmato il Fantin. " Una frana " tradusse il giovane Christani " uno dei fellah è rimasto sepolto. "

Leclerc strinse i pugni. Perché non se ne andava lo straniero? Non ne aveva avuto abbastanza? perché aveva voluto risvegliare gli incantesimi rimasti per millenni addormentati?

In realtà se n'andava il conte Mandranico, strascicando la sua gambetta su per il piano inclinato. Nello stesso tempo Leclerc si accorse che tutt'attorno, dalle bruciate ripe, il deserto si muoveva. Piccole frane smottavano qua e la, silenziosamente, simili a bestie guardinghe. In moto concentrico colavano giù per i valloncelli, canali, fessure, di terrazzo in terrazzo, ora fermandosi, poi riprendendo, strisciavano verso il monumento dissepolto. E non c'era un filo di vento. Il rumore dell'auto che si metteva in moto parve per qualche attimo una realtà rassicurante. Commiati e ringraziamenti furono formali. L'imperterrito conte aveva fretta. Non chiese perché i fellah urlassero, non guardò le sabbie, non si interessò del Leclerc che era molto pallido. La vettura uscì dal recinto, scivolò via per la pista tra mulinelli di polvere, scomparve. Rimasto solo sul ciglione, Leclerc ora fissava il suo regno. Le sabbie continuavano a franare, tratte giù da forza misteriosa. Egli vide anche i fellah lasciare in corsa disordinata il palazzo, fuggire spaventati, sparire quasi inesplicabilmente. L'assistente in gabbana bianca correva di qua e di là, con irosi richiami, cercando invano di trattenerli. Poi anche lui tacque.

Si poté quindi udire la voce del deserto che avanzava: coro sommesso di mille fruscii formicolanti. Già una piccola colata di sabbia, scivolando giù per una scarpata, toccò il piedistallo della prima colonna, un secondo rigurgito eseguì poco dopo il seppellimento dell'intero zoccolo. " Dio mio " mormorò Leclerc. " Dio mio. "

15. LA FINE DEL MONDO

Un mattino verso le dieci un pugno immenso comparve nel cielo sopra la città; si aprì poi lentamente ad artiglio e così rimase immobile come un immenso baldacchino della malora. Sembrava di pietra e non era pietra, sembrava di carne e non era, pareva anche fatto di nuvola, ma nuvola non era. Era Dio; e la fine del mondo. Un mormorio che poi si fece mugolio e poi urlo, si propagò per i quartieri, finché divenne una voce sola, compatta e terribile, che saliva a picco come una tromba.

Luisa e Pietro si trovavano in una piazzetta, tepida a quell'ora di sole, recinta da fantasiosi palazzi e parzialmente da giardini. Ma in cielo, a un'altezza smisurata era sospesa la mano. Finestre si spalancavano tra grida di richiamo e spavento, mentre l'urlo iniziale della città si placava a poco a poco; giovani signore discinte si affacciavano a guardare l'apocalisse. Gente usciva dalle case, per lo più correndo, sentivano il bisogno di muoversi, di fare qualcosa purchessia, non sapevano però dove sbattere il capo. La Luisa scoppiò in un pianto dirotto: " Lo sapevo " balbettava tra i singhiozzi " che doveva finire così… mai in chiesa, mai dire le preghiere… me ne fregavo io, me ne fregavo, e adesso… me la sentivo che doveva andare a finire così!… ". Che cosa poteva mai dirle Pietro per consolarla? Si era messo a piangere pure lui come un bambino. Anche la maggior parte della gente era in lacrime, specialmente le donne. Soltanto due frati, vispi vecchietti, se n'andavano lieti come pasque: " La è finita, per i furbi, adesso! " esclamavano gioiosamente, procedendo di buon passo, rivolti ai passanti più ragguardevoli. " L'avete smessa di fare i furbi, eh? Siamo noi i furbi adesso! " (e ridacchiavano). " Noi sempre minchionati, noi creduti cretini, lo vediamo adesso chi erano i furbi! " Allegri come scolaretti trascorrevano in mezzo alla crescente turba che li guardava malamente senza osare reagire. Erano già scomparsi da un paio di minuti per un vicolo, quando un signore fece come l'atto istintivo di gettarsi all'inseguimento, quasi si fosse lasciata sfuggire un'occasione preziosa: " Per Dio! " gridava battendosi la fronte " e pensare che ci potevano confessare. " " Accidenti! " rincalzava un altro " che bei cretini siamo stati! Capitarci così sotto il naso e noi lasciarli andare! " Ma chi poteva più raggiungere i vispi fraticelli?