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A questo punto i ricordi si accavallano: io che correvo a perdifiato cercando di raggiungere i compagni già lontani, le donne sul bordo del campo che, balzate in piedi, urlavano, una che si rotolava nella terra, una figura di ragazza seminuda che si sporgeva incuriosita da una delle più alte finestrelle mentre sotto di lei già si spalancava la voragine: e, per un baleno di secondo, la visione allucinante della muraglia rovesciantesi nel vuoto. Allora, dietro gli squarci sommitali, pure la intera retrostante massa di là del cortile, si mosse lentamente, tratta da irresistibile forza di rovina.

Seguì un terrificante tuono come quando le centinaia di Liberator si scaricavano insieme delle bombe. E la terra tremò, mentre si espandeva velocissima una nuvola di polvere giallastra che nascose quella immensa tomba.

Poi mi rivedo in cammino verso casa, con l'ansia di allontanarmi dal luogo funesto e la gente, a cui la notizia era giunta con celerità prodigiosa, mi guardava spaventata, forse per i vestiti carichi di polvere. Ma soprattutto non dimentico le occhiate, cariche di orrore e di pietà, di mio cognato e delle sue due figlie. Muti, mi fissavano come si fissa un condannato a morte (o questa era una mia pura suggestione?).

A casa, quando seppero ciò che avevo visto, non si stupirono che io fossi sconvolto; né che per qualche giorno me ne stessi chiuso in camera senza parlare con nessuno e rifiutandomi anche di leggere i giornali (ne intravidi solo uno, nelle mani di mio fratello entrato a sentire come stavo; in prima pagina c'era una fotografia grandissima con una fila di furgoni neri, interminabile).

Ero stato io a provocare l'ecatombe? La rottura dell'asta di ferro aveva, per una mostruosa progressione di cause ed effetti, propagato lo sfacelo all'intero mastodontico castello? O forse gli stessi primi costruttori con diabolica malizia avevano disposto un segreto gioco di masse in equilibrio per cui bastava togliere quella minuscola asticciola per scardinare tutto quanto? Ma mio cognato, o le sue figlie, o lo Scavezzi, si accorsero di ciò che avevo fatto? E se non si accorsero di nulla, perché da allora Giuseppe sembra evitare di incontrarmi? O invece sono io stesso che, per timore di tradirmi, ho inconsciamente manovrato per vederlo il meno possibile?

In senso opposto non è inquietante l'insistenza deì professor Scavezzi nel volermi frequentare? Benché di modeste condizioni finanziarie, da allora egli si è ordinata nella mia sartoria una decina di vestiti. Alle prove ha sempre quel suo sorrisetto ipocrita e non si stanca di osservarmi. Inoltre è di una pedanteria esasperante, qui una pieghetta che non ci vorrebbe, là una spalla che non casca bene: o sono i bottoni delle maniche, o la larghezza dei revers, c'è sempre qualche cosa da aggiustare. Per ogni abito sei sette prove. E ogni tanto mi domanda: " Si ricorda di quel giorno? ". " Che giorno? " faccio io. " Eh, quel giorno alla Baliverna! " Sembra che ammicchi con furbeschi sottintesi. Io dico: " Come potrei dimenticarmi? ". Lui scuote il capo: " Già… come potrebbe? ".

Naturalmente io gli faccio degli sconti eccezionali, finisco anzi per rimetterci. Ma lui fa finta di niente. " Sì sì " dice " da lei si spende, però vale la pena, lo confesso. " E allora io mi chiedo: è un idiota o si diverte con questi piccoli ignobili ricatti?

Sì. Potrebbe darsi che egli solo mi abbia visto nell'atto di rompere la fatale asta di ferro. Forse ha capito tutto, potrebbe denunciarmi, scatenare su di me l'odio della popolazione. Ma è perfido e non parla. viene a ordinarsi un vestito nuovo, mi tiene d'occhio, pregusta la soddisfazione di inchiodarmi quando meno me lo aspetto. Io sono il topo e lui il gatto. Giocherella, finché di colpo mi darà l'unghiata. Ed aspetta il processo, preparandosi al colpo di scena. Sul più bello si alzerà in piedi. " Io soltanto so chi ha provocato il crollo " griderà " l'ho visto coi miei occhi. "

Anche oggi è venuto per provarsi un completo di flanella. Più mellifluo del solito. " Eh, siamo agli sgoccioli! " " Che sgoccioli? " " Come che sgoccioli? Il processo! Ne parla tutta la città! Si direbbe che lei viva tra le nuvole, eh, eh. " " Vuol dire il crollo della Baliverna? " " Proprio, la Baliverna… Eh, eh, chissà se salterà fuori il vero colpevole! "

Poi se ne va salutandomi con esagerate cerimonie. Lo accompagno alla porta. Aspetto a chiudere che abbia disceso una rampa di scale. Se ne è andato. Silenzio. Io ho paura.

20. IL CANE CHE HA VISTO DIO

1.

Per pura malignità, il vecchio Spirito, ricco fornaio del paese di Tis, lasciò in eredità il suo patrimonio al nipote Defendente Sapori con una condizione: per cinque anni, ogni mattina, egli doveva distribuire ai poveri, in località pubblica, cinquanta chilogrammi di pane fresco. All'idea che il massiccio nipote, miscredente e bestemmiatore tra i primi in un paese di scomunicati, si dedicasse sotto gli sguardi della gente a un'opera cosidetta di bene, a questa idea lo zio doveva essersi fatto, anche prima di morire, molte risate clandestine.

Defendente, unico erede, aveva lavorato nel forno fin da ragazzo e non aveva mai dubitato che la sostanza di Spirito toccasse a lui quasi di diritto. Quella condizione lo esasperava. Ma che fare? Buttar via tutta quella grazia di Dio, forno compreso? Si adattò, maledicendo. Per località pubblica scelse la meno esposta: l'atrio del cortiletto che si apriva dietro il forno. E qui lo si vide ogni mattina di buon'ora pesare il pane stabilito (come prescriveva il testamento), ammucchiarlo in una grande cesta e quindi distribuirlo a una turba vorace di poveri, accompagnando l'offerta con parolacce e scherzi irriverenti all'indirizzo dello zio defunto. Cinquanta chili al giorno! Gli pareva stolto e immorale.

L'esecutore testamentario, ch'era il notaio Stiffolo, veniva ben di rado, in un'ora così mattutina, a godersi lo spettacolo. La sua presenza del resto era superflua. Nessuno avrebbe potuto controllare la fedeltà ai patti meglio degli stessi accattoni. Tuttavia Defendente finì per escogitare un parziale rimedio. La grande cesta in cui il mezzo quintale di pagnotte si ammucchiava veniva messa a ridosso di un muro. Il Sapori di nascosto vi tagliò una specie di sportellino che, rinchiuso, non si poteva distinguere. Iniziata personalmente la distribuzione, prese l'abitudine di andarsene, lasciando la moglie e un garzoncello a esaurire il lavoro: il forno e il negozio, diceva, avevano bisogno di lui. In realtà si affrettava in cantina, saliva su una sedia, apriva in silenzio la grata di una finestrella al filo del pavimento del cortile contro la quale era collocata la cesta; aperto poi lo sportellino di paglia, sottraeva dal fondo quanti più pani era possibile. Il livello così calava rapidamente. Ma i poveri come potevano capire? Con la velocità con cui venivano consegnate le pagnotte, logico che la cesta si vuotasse in fretta.

Nei primi giorni gli amici di Defendente anticiparono apposta la sveglia per andarlo ad ammirare nelle sue nuove funzioni. Fermi in gruppetto sulla porta del cortile lo osservavano beffardi. " Che Dio te ne rimeriti! " erano i loro commenti. " Te lo prepari, eh, un posto in Paradiso? E bravo il nostro filantropo! "

" All'anima di quella carogna! " rispondeva lui lanciando le pagnotte in mezzo alla calca dei pezzenti che le afferravano a volo. E sogghignava al pensiero del bellissimo trucco per frodare quei disgraziati e insieme l'anima dello zio defunto.

2.

Nella stessa estate il vecchio eremita Silvestro, saputo che di Dio in quel paese ce n'era poco, venne a stabilirsi nelle vicinanze. A una decina di chilometri da Tis c'era, su una collinetta solitaria, il rudere di una cappella antica: pietre, più che altro. Qui si pose Silvestro, trovando acqua in una fonte vicina, dormendo in un angolo riparato da un resto di volta, mangiando erbe e carrube; e di giorno spesso saliva ad inginocchiarsi in cima a un grosso macigno per la contemplazione di Dio.