Di quassù egli scorgeva le case di Tis e i tetti di alcuni casolari più vicini: tra cui le frazioni della Fossa, di Andron e di Limena. Ma invano aspettò che qualcuno comparisse. Le sue calde preghiere per le anime di quei peccatori salivano al cielo senza frutto. Silvestro continuava però ad adorare il Creatore, praticando digiuni e chiacchierando, quando era triste, con gli uccelli. Nessun uomo veniva. Una sera scorse, è vero, due ragazetti che di lontano lo spiavano. Li chiamò amabilmente. Quelli scapparono.
Ma nottetempo, in direzione della cappella abbandonata, i contadini della zona cominciarono a scorgere strane luci. Pareva l'incendio di un bosco ma il bagliore era bianco e palpitava dolcemente. Il Frigimelica, quello della fornace, andò una sera, per curiosità, a vedere. A metà strada però la sua motocicletta ebbe una panne. Chissà perché, egli non si arrischiò di continuare a piedi. Ritornato, disse che un alone di luce si diffondeva dalla collinetta dell'eremita; e non era luce di fuoco o di lampada. Senza difficoltà i contadini dedussero che quella era la luce di Dio.
Anche da Tis alcune notti si scorgeva il riverbero. Ma la venuta dell'eremita, le sue stravaganze e poi le sue luci notturne affondarono nella solita indifferenza dei paesani per tutto ciò che riguardasse anche da lontano la religione. Se veniva il discorso, ne parlavano come di fatti già da lungo tempo noti, non si insisteva per trovare spiegazioni e la frase: " L'eremita fa i fuochi " divenne di uso corrente come dire: " stanotte piove o tira vento ",
Che tanta indifferenza fosse del tutto sincera lo confermò la solitudine in cui venne lasciato Silvestro. L'idea di andare da lui in pellegrinaggio sarebbe parsa il colmo del ridicolo.
Un mattino Defendente Sapori stava distribuendo le pagnotte ai poveri quando un cane entra nel cortiletto. Era una bestia apparentemente randagia, abbastanza grossa, pelo ispido e volto mansueto. Sguscia fra gli accattoni in attesa, raggiunge la cesta, afferra un pane e se ne va lemme lemme. Non come un ladro, piuttosto come uno che sia venuto a prendersi del suo.
" Ehi, Fido, qua, brutta bestiaccia! " urla Defendente tentando un nome; e balza alla rincorsa. " Son già troppi questi lazzaroni. Non mancano che i cani, adesso! Ma l'animale è già fuori tiro.
La stessa scena il giorno dopo: il medesimo cane, la medesima manovra. Questa volta il fornaio insegue la bestia fin sulla strada, gli lancia pietre senza prenderlo.
Il bello è che il furto va ripetendosi puntualmente ogni mattina. Meravigliosa la furberia del cane nello scegliere il momento giusto; così giusto che per lui non c'è neppure bisogno di affrettarsi. Né i proiettili lanciatigli dietro arrivano mai al segno. Uno sguaiato coro di risa si leva ogni volta dalla turba dei pezzenti, e il fornaio va in furore.
Imbestialito, il giorno successivo Defendente si apposta sulla soglia del cortile, nascosto dietro lo stipite, in mano un randello. Inutile. Mescolandosi forse alla calca dei poveretti, che godono della beffa e non hanno perciò motivo di tradirlo, il cane entra ed esce impunemente.
" Eh, anche oggi ce l'ha fatta! " avverte qualche accattone stazionante sulla strada. " Dove? dove? " chiede Defendente balzando fuori dal nascondiglio. " Guardi, guardi come se la batte! " indica ridendo il miserabile, deliziato dall'ira del fornaio.
In verità il cane non se la batte in alcun modo: tenendo fra i denti la pagnotta si allontana col passo dinoccolato e tranquillo di chi ha a posto la coscienza.
Chiudere un occhio? No, Defendente non sopporta questi scherzi. Poiché nel cortile non riesce a imbottigliarlo, alla prossima occasione favorevole darà la caccia al cane per la via. Può anche darsi che il cane non sia del tutto randagio, forse ha un rifugio a carattere stabile, forse ha un padrone a cui si può chiedere un compenso. Così non si può certo andare avanti. Per badare a quella bestiaccia, negli ultimi giorni il Sapori ha tardato a scendere in cantina e ha recuperato molto meno pane del solito: soldi che se ne vanno.
Anche il tentativo di sistemare la bestia con una pagnotta avvelenata, messa per terra all'ingresso del cortile, non ha avuto fortuna. Il cane l'ha annusata un istante, è subito proseguito verso la cesta: così almeno hanno poi riferito testimoni.
Per far le cose bene Defendente Sapori si mise alla posta dall'altra parte della strada, sotto un portone, con la bicicletta e il fucile da caccia: la bicicletta per inseguire la bestia, la doppietta per ammazzarla se avesse constatato che non esisteva un padrone a cui poter chiedere indennizzo. Gli doleva solo il pensiero che quel mattino la cesta sarebbe stata vuotata a esclusivo beneficio dei poveri.
Da che parte e in che modo venne il cane? Proprio un mistero. Il fornaio, che pur stava con gli occhi spalancati, non riuscì ad avvistarlo. Lo scorse più tardi che usciva placido, la pagnotta tra i denti. Dal cortile giungevano echi di alte risate Defendente aspettò che l'animale si allontanasse un poco, per non metterlo in allarme. Poi balzò sul sellino e dietro.
Il fornaio si aspettava, come prima ipotesi, che il cane si fermasse poco dopo a divorare la pagnotta. Il cane non si fermò. Aveva anche immaginato che, dopo breve cammino, si infilasse nella porta di una casa. E invece niente. Il suo pane tra i denti, la bestia trotterellava lungo i muri con passo regolare né mai sostava per annusare, o fare la piscia, o curiosare come è abitudine dei cani. Dove dunque si sarebbe fermato? Il Sapori guardava il cielo grigio. Niente da meravigliarsi se si fosse messo a piovere.
Passarono la piazzetta di Sant'Agnese, passarono le scuole elementari, la stazione, il lavatoio pubblico. Ormai erano ai margini del paese. Si lasciarono finalmente alle spalle anche il campo sportivo e si inoltrarono nella campagna. Da quando era uscito dal cortile, il cane non si era mai voltato indietro. Forse ignorava di essere inseguito.
Ormai c'era da abbandonare la speranza che l'animale avesse un padrone che potesse rispondere per lui. Era proprio un cane randagio, una di quelle bestiacce che infestano le aie dei contadini, rubano i polli, addentano i vitelli, spaventano le vecchie e poi finiscono in città a diffondere sporche malattie.
Forse l'unica era di sparargli. Ma per sparargli occorreva fermarsi, scendere di bicicletta, togliersi la doppietta di spalla. Tanto bastava perché la bestia, pur senza accelerare il passo, si mettesse fuori tiro. Il Sapori continuò l'inseguimento.
Cammina cammina, ecco che cominciano i boschi. Il cane zampetta via per una strada laterale e poi in un'altra ancora più stretta ma liscia ed agevole.
Quanta strada hanno già percorsa? Forse otto, nove chilometri. E perché il cane non si ferma a mangiare? Che cosa aspetta? Oppure porta il pane a qualcuno? Quand'ecco, il terreno facendosi sempre più ripido, il cane svolta in un sentierino e la bicicletta non può più proseguire. Per fortuna anche la bestia, per la forte pendenza, rallenta un poco il passo. Defendente balza dal velocipede e continua l'inseguimento a piedi. Ma il cane a mano a mano lo distanzia.
Già esasperato, sta per tentare una schioppettata quando, in cima a un arido declivo, vede un grande macigno: sopra il macigno è inginocchiato un uomo. E allora gli torna alla mente l'eremita, le luci notturne, tutte quelle ridicole fandonie. Il cane trotterella placido su per il magro prato.
Defendente, il fucile già in mano, si ferma a una cinquantina di metri. Vede l'eremita interrompere la preghiera e calarsi giù dal macigno con singolare agilità verso il cane che scodinzola e gli depone il pane ai pledi. Raccolta da terra la pagnotta, l'eremita ne spicca un pezzettino e lo ripone in una bisaccia che porta a tracolla. Il resto lo restituisce al cane con un sorriso.