L'anacoreta è piccolo e segaligno, vestito con una specie di saio; la faccia si mostra simpatica, non priva di una astuzia fanciullesca. Allora il fornaio si fa avanti, deciso a far valere le sue ragioni.
" Benvenuto, fratello " lo previene Silvestro, vedendolo avvicinare, " Come mai da queste parti? Sei forse in giro per caccia? "
" A dir la verità " risponde duro il Sapori " andavo a caccia di… di una certa bestiaccia che ogni giorno… "
" Ah, sei tu? " lo interrompe il vecchio. " Sei tu che mi procuri ogni giorno questo buon pane?… un pane da signori questo… un lusso che non sapevo di meritare!… "
" Buono? Sfido che è buono! Fresco tolto dal forno… il mio mestiere lo conosco, caro il mio signore… ma non è fatto per rubare il mio pane! "
Silvestro abbassa il capo fissando l'erba: " Capisco " dice con una certa tristezza. " Tu hai ragione di lamentarti, ma io non sapevo… Vuol dire che Galeone non andrà più in paese… lo terrò sempre qui con me… anche un cane non deve avere rimorsi… Non verrà più, te lo prometto. "
" Oh be' " dice il fornaio un poco calmato " quand'è così può anche venire il cane. C'è una maledetta faccenda di testamento, e io sono obbligato a buttar via ogni giorno cinquanta chili di pane… ai poveri devo darli, a quei bastardi senza arte né parte… Anche se una pagnotta verrà a finire quassù…, povero più povero meno… "
" Dio te ne renderà merito, fratello… Testamento o no, tu fai opera di misericordia. "
" Ma ne farei molto volentieri a meno. "
" Lo so perché parli così… C'è in voi uomini, una specie di vergogna… ci tenete a mostrarvi cattivi, peggio di quello che siete, così va il mondo! "
Ma le parolacce che Defendente si è preparato in corpo non vengono fuori. Sia imbarazzo, sia delusione, non gli riesce di arrabbiarsi. L'idea di essere il primo e il solo in tutta la contrada ad aver avvicinato l'eremita lo lusinga. Sì, egli pensa, un eremita è quello che è: non c'è da cavarci niente di buono. Chi può tuttavia prevedere il futuro? Se lui facesse una segreta amicizia con Silvestro, chissà che un giorno non gliene verrà vantaggio. Per esempio immagina che il vecchio compia un miracolo, allora il popolino si infatua di lui, dalla grande città arrivano monsignori e prelati, si organizzano cerimonie, processioni e sagre. E lui, Defendente Sapori, prediletto dal nuovo santo, invidiato da tutto il paese, fatto per esempio sindaco. Perché no, in fin dei conti?
Silvestro allora: " Che bel fucile che hai! " dice e non senza garbo glielo toglie di mano. In quest'attimo, e Defendente non capisce perché, parte un colpo che fa rintronare la valle. Lo schioppo però non sfugge di mano all'eremita.
" Non hai paura " dice questi " a girare col fucile carico? "
Il fornaio lo sguarda insospettito: " Non sono mica più un ragazzetto! ".
" Ed è vero " prosegue subito Silvestro, restituendogli il fucile " è vero che non è impossibile trovar posto, la domenica, nella parrocchiale di Tis? Ho sentito dire che non è proprio stipata. "
" Ma se è vuota come il palmo della mano " fa con aperta soddisfazione il fornaio. Poi si corregge: " Eh, siamo in pochi a tener duro! ".
" E a messa, quanti sarete di solito a messa? Tu e quanti altri? "
" Una trentina direi, nelle domeniche buone, si arriverà a cinquanta per Natale. "
" E dimmi, a Tis si bestemmia volentieri? "
" Per Cristo se si bestemmia. Non si fanno pregar davvero a tirar moccoli. " L'eremita lo guarda e scuote il capo: " Ci credono pochetto dunque a Dio, si direbbe. "
" Pochetto? " insiste Defendente sogghignando dentro di sé. " Una manica di eretici sono… "
" E i tuoi figli? Li manderai bene in chiesa i tuoi figli… "
" Cristo se ce li mando! Battesimo, cresima, prima e seconda comunione! "
" Davvero? Anche la seconda? "
" Anche la seconda, si capisce. Il mio più piccolo l'ha… " ma qui si interrompe al vago dubbio di averla detta grossa.
" Sei dunque un ottimo padre " commenta grave l'eremita (ma perché sorride così?). " Torna a trovarmi, fratello. Ed ora va con Dio " e fa un piccolo gesto come per benedire.
Defendente è colto alla sprovvista, non sa cosa rispondere. Prima che se ne sia reso conto, ha abbassato lievemente il capo facendosi il segno della Croce. Per fortuna non c'è nessun testimone, eccezion fatta del cane.
L'alleanza segreta con l'eremita era una bella cosa, ma solo fin tanto che il fornaio si perdeva nei sogni che lo portavano alla carica di sindaco. In realtà c'era da tenere gli occhi bene aperti. Già la distribuzione del pane ai poveri lo aveva screditato, sia pure senza sua colpa, agli occhi dei compaesani. Se ora fossero venuti a sapere che si era fatto il segno della Croce! Nessuno, grazie al cielo, pareva si fosse accorto della sua passeggiata, neppure i garzoni del forno. Ma ne era poi sicuro? E la faccenda del cane come sistemarla? La pagnotta quotidiana non si poteva più decentemente rifiutargliela. Non però sotto gli sguardi dei mendicanti che ne avrebbero fatto una favola.
Proprio per questo il giorno dopo, prima che spuntasse il sole, Defendente si appostò vicino a casa sulla strada che menava alle colline. E come Galeone comparve, lo richiamò con un fischio. Il cane, riconosciutolo, si avvicinò. Allora il fornaio, tenendo in mano la pagnotta, lo trasse a una baracchetta di legno, adiacente al forno, che serviva di deposito per la legna. Qui, sotto una panca, egli depose il pane, ad indicare che in avvenire la bestia doveva ritirare qui il suo cibo.
Venne infatti il cane Galeone, il giorno dopo, a prendere il pane sotto la panca convenuta. E Defendente neppure lo vide, né lo videro i pezzenti.
Il fornaio andava ogni giorno a deporre la pagnotta nella baracchetta di legno che il sole non si era ancora levato. Ugualmente il cane dell'eremita, ora che avanzava l'autunno e le giornate si accorciavano, si confondeva facilmente con le ombre del crepuscolo mattutino. Defendente Sapori viveva così abbastanza tranquillo e poteva dedicarsi al recupero del pane destinato ai poveri, attraverso lo sportellino segreto della cesta.
Passarono le settimane e i mesi finché arrivò l'inverno coi fiori di gelo alle finestre, i camini che fumavano tutto il giorno, la gente imbacuccata, qualche passeretto stecchito in sul far del mattino ai piedi della siepe e una cappa leggera di neve sulle colline.
Una notte di ghiaccio e di stelle, là verso nord, in direzione della antica cappella abbandonata, furono scorte grandi luci bianche come non erano state viste mai. ci fu a Tis un certo allarme, gente che balzava dal letto, imposte che si aprivano, richiami da una casa all'altra e brusio nelle strade. Poi, quando si capì ch'era una delle solite luminarie di Silvestro, nient'altro che il lume di Dio venuto a salutare l'eremita, uomini e donne sprangarono le finestre e si rificcarono sotto le calde coperte, un po' delusi, imprecando al falso allarme.
Il giorno dopo, portata non si seppe da chi, si sparse pigramente la voce che durante la notte il vecchio Silvestro era morto assiderato.
Siccome il seppellimento era obbligatorio per legge, il becchino, un muratore e due manovali andarono a sotterrare l'eremita, accompagnati da don Tabià, il prevosto, che aveva sempre preferito ignorare la presenza dell'anacoreta entro i confini della sua parrocchia. Su una carretta tirata da un asinello fu caricata la cassa da morto.
I cinque trovarono Silvestro disteso sulla neve, con le braccia in croce, le palpebre chiuse, proprio in atteggiamento da santo; e accanto a lui, seduto, il cane Galeone che piangeva.
Il corpo fu messo nella cassa, quindi, recitate le preghiere, lo seppellirono sul posto, sotto alla superstite volta della cappella. Sopra il tumulo, una croce di legno. Poi don Tabià e gli altri tornarono, lasciando il cane raggomitolato sopra la tomba. Al paese nessuno chiese loro spiegazioni.