Avesse visto o no Dio, certo Galeone era un cane strano. Con compostezza pressoché umana girava di casa in casa, entrava nei cortili, nelle botteghe, nelle cucine, stava per interi minuti immobile osservando la gente. Poi se n'andava silenzioso.
Che cosa c'era nascosto dietro quei due occhi buoni e malinconici? L'immagine del Creatore con ogni probabilità vi era entrata. Lasciandovi che cosa? Mani tremebonde offrivano alla bestia fette di torta e cosce di pollo. Galeone, già sazio, fissava negli occhi l'uomo, quasi a indovinare il suo pensiero. Allora l'uomo usciva dalla stanza, incapace di resistere. Ai cani petulanti e randagi in Tis non venivano somministrati che bastonate e calci. Con questo non si osava.
A poco a poco si sentirono presi dentro a una specie di complotto ma non avevano il coraggio di parlarne. Vecchi amici si fissavano negli occhi, cercandovi invano una tacita confessione, ciascuno nella speranza di poter riconoscere un complice. Ma chi avrebbe parlato per primo? Soltanto il Lucioni, imperterrito, toccava senza ritegno l'argomento: " To' to'! ecco il nostro bravo cagnaccio che ha visto Dio! " annunciava sfrontatamente alla comparsa di Galeone. E ridacchiava fissando alternativamente le persone intorno con occhiate allusive. Gli altri per lo più si comportavanO come se non avessero capito. Chiedevano distratte spiegazioni, scuotevano il capo con aria di compatimento, dicevano: " Che storie! ma è ridicolo! superstizioni da donnette ". Tacere, o peggio unirsi alle risate del capomastro sarebbe stato compromettente. E liquidavano la cosa come uno stupido scherzo. Però, se c'era il cavalier Bernardis, la sua risposta era sempre quella: " Macché cane dell'eremita. Vi dico che è una bestia di qui. Sono anni che gira per Tis, lo vedevo tutti i santi giorni gironzare dalle parti del forno! ".
Un giorno, sceso in cantina per la consueta operazione di recupero, Defendente, tolta la grata della finestrella stava per aprire lo sportellino della cesta del pane. Fuori nel cortile, si udivano le grida dei pezzenti in attesa, le voci della moglie e del garzone che cercavano di tenerli in riga. L'esperta mano del Sapori liberò la chiusura, lo sportellino si aprì, i pani cominciarono a scivolare rapidamente in un sacco. In quel mentre egli vide con la coda dell'occhio una cosa nera muoversi, nella penombra del sotterraneo. Si voltò di soprassalto. Era il cane.
Fermo sulla porta della cantina, Galeone osservava la scena con placida imperturbabilità. Ma nella poca luce gli occhi del cane erano fosforescenti. Il Sapori restò di pietra.
" Galeone, Galeone " cominciò a balbettare in tono carezzevole e manierato. " Su, buono, Galeone… qua, prendi! " E gli lanciò una pagnottella. Ma la bestia non la guardò neppure. Come se avesse visto abbastanza, si volse lentamente, avviandosi verso la scala.
Rimasto solo, il fornaio uscì in orrende imprecazioni.
Un cane ha visto Dio, ne ha sentito l'odore. Chissà quali misteri ha imparato. E gli uomini si guardano l'un l'altro come cercando un appoggio ma nessuno parla. Uno sta finalmente per aprir bocca: " E se fosse una mia fissazione? " si domanda. " Se gli altri non ci pensassero neppure? " E allora fa finta di niente.
Galeone con straordinaria familiarità passa da un luogo a un altro, entra nelle osterie e nelle stalle. Quando meno ci se lo aspetta eccolo là in un angolo, immobile, che guarda fissamente e annusa. Anche di notte, quando tutti gli altri cani dormono, la sua sagoma appare all'improvviso contro il muro bianco, con quel suo caratteristico passo dinoccolato e in certo modo contadinesco. Non ha una casa? Non possiede una cuccia?
Gli uomini non si sentono più soli, neppure quando sono in casa con porte sprangate. Tendono di continuo le orecchie: un fruscio sull'erba, di fuori: un cauto e soffice zampettare sui sassi della via, un latrato lontano. Buc buc buc, fa Galeone, un suono caratteristico. Non è rabbioso, né aspro, eppure attraversa l'intero paese.
" Be', non fa niente, forse ho sbagliato io i conti " dice il sensale dopo avere litigato rabbiosamente con la moglie per due soldi. " Insomma, per questa volta te la voglio passar liscia. Alla prossima fili, però… " annuncia il Frigimelica, quello della fornace, rinunciando di colpo a licenziare il manovale. " Tutto sommato è una gran cara donna… " conclude inaspettatamente, in contrasto con quanto detto prima, la signora Biranze, in conversazione con la maestra, a proposito della moglie del sindaco. Buc buc buc, fa il cane randagio, e può darsi che abbai a un altro cane, a un'ombra, a una farfalla, o alla luna, non è però escluso che abbai a ragion veduta, quasi che attraverso i muri, le strade, la campagna, gli sia giunta la cattiveria umana. Nell'udire il rauco richiamo, gli ubriachi espulsi dall'osteria rettificano la posizione.
Galeone compare inatteso nello sgabuzzino dove il ragionier Federici sta scrivendo una lettera anonima per avvertire il suo padrone, proprietario del pastificio, che il contabile Rossi ha rapporti con elementi sovversivi, " Ragioniere, che cosa stai scrivendo? " sembran dire i due occhi mansueti. Il Federici gli indica bonariamente la porta. " Su, bello, fuori, fuori! " e non osa profferire gli insulti che gli nascono nel cuore. Poi sta con l'orecchio all'uscio per assicurarsi che la bestia se ne sia andata. E poi, per maggior prudenza, butta la lettera nel fuoco.
Compare, assolutamente per caso, ai piedi della scala di legno che porta all'appartamentino della bella sfrontata Flora. È già notte alta ma i gradini scricchiolano sotto i piedi di Guido, il giardiniere, padre di cinque figli. Due occhi dunque brillano nel buio. " Ma non è qui, accidenti! " esclama l'uomo a voce alta perché la bestia oda, quasi sinceramente irritato dal malinteso. " Col buio ci si sbaglia sempre… Non è questa la casa del notaio! " E ridiscende a precipizio.
Oppure si ode il suo sommesso abbaiare, un dolce brontolio, a guisa di rimprovero, mentre Pinin e il Gionfa penetrati nottetempo nel ripostiglio del cantiere, hanno già messo mano su due biciclette. " Toni, c'è qualcuno che viene " sussurra Pinin in assoluta malafede. " Mi è parso anche a me " dice il Gionfa " meglio filare. " E scivolano via senza nulla di fatto.
Oppure manda un lungo mugolio, una specie di lamento, proprio sotto i muri del forno all'ora giusta, dopo che Defendente, chiuse questa volta a doppia mandata porte e cancelletti dietro di sé, è disceso in cantina per fregare il pane dei poveri dalla cesta durante la distribuzione mattutina. Il fornaio allora stringe i denti: come fa a saperlo, quel cagnaccio della malora? E tenta di alzare le spalle. Ma poi gli vengono i sospetti: se in qualche modo Galeone lo denunciasse, tutta l'eredità andrebbe in fumo. Col sacco vuoto piegato sotto il braccio, Defendente risale in bottega.
Quanto durerà la persecuzione? Il cane non se ne andrà mai più? E se resta in paese, quanti anni potrà ancora vivere? Oppure c'è il modo di toglierlo di mezzo?
Fatto è che, dopo secoli di negligenza, la chiesa parrocchiale ricominciò a popolarsi. La domenica, a messa, vecchie amiche si incontravano. Ciascuna aveva la sua scusa pronta: " Sa che cosa le dico? Che con questo freddo l'unico posto dove si sta ben riparati è la chiesa. Ha i muri grossi, ecco la questione… il caldo che hanno immagazzinato d'estate, lo buttano fuori adesso! ". E un'altra: " Un benedetto uomo qui il prevosto, don Tabià… Mi ha promesso le sementi di tredescanzia giapponese, sa, quella bella gialla?… Ma non c'è verso… Se non mi faccio vedere un po' in chiesa, lui duro, fa finta di essersi dimenticato… ". Un'altra ancora: " Capisce, signora Erminia? Voglio fare un entredeux di pizzo come quello là, dell'altare del Sacro Cuore. Portarmelo a casa da copiare non posso. Bisogna che venga qui a studiarmelo… Eh non è mica semplice! ". Ascoltavano, sorridendo, le spiegazioni delle amiche, preoccupate soltanto che la propria sembrasse abbastanza plausibile. Poi " Don Tabià ci guarda! " sussurravano come scolarette, concentrandosi sul libro da messa.