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L'obiezione lasciò Appacher interdetto. Tentò allora la mozione degli affetti: " Piangevi, maestro, piangevi un mese fa, al cimitero, quando hai tenuto il discorso, prima che mi coprissero di terra… ti ricordi? Io sentivo i tuoi singhiozzi cosa credi? " " O caro, caro, non dirmelo… mi viene un tale affanno qui (e si portò una mano al petto)… Dio mio, mi pare che Blitz… "

Infatti dall'interno dell'appartamento veniva un sordo brontolio premonitore.

" Aspetta caro, entro un momento a far star quieta quella bestia insopportabile… Caro, un momento solo. "

Lesto come un'anguilla sgusciò dentro e chiuse il battente dietro a sé, sprangandolo ben bene. Poi silenzio.

Appacher aspettò qualche minuto. Poi bisbigliò: " Tamburlani, Tamburlani ". Dall'altra parte non ci fu risposta. Allora egli batté debolmente con le nocche. Ma il silenzio era assoluto.

La notte camminava. Appacher pensò di provare dalla Gianna, ragazza di facili costumi e di buon cuore, con cui era stato molte volte. Gianna abitava due stanzette in un vecchio casamento popolare fuori mano. Quando egli arrivò erano le tre passate. Per fortuna, come accadeva spesso in un simile alveare, il portello d'ingresso era socchiuso. Appacher giunse al quinto piano con fatica. Era ormai stanco di girare.

Sul ballatoio non stentò a trovare l'uscio benché fosse buio fitto. Bussò discretamente. Dovette insistere prima di udire sintomi di vita. Poi la voce di lei piena di sonno " Chi è? Chi è a quest'ora? ".

" Sei sola? Apri… sono io, Toni. "

" A quest'ora? " ripeté lei senza entusiasmo ma con la solita docile umiltà " aspetta… adesso vengo. " Uno svogliato ciabattare, lo scatto dell'interruttore della luce, la serratura che girava. " Come mai vieni a quest'ora? " E, aperto l'uscio, Gianna stava per correre al suo letto, lasciando all'uomo il disturbo di richiudere, quando lo strano aspetto di Appacher la colpì. Restò interdetta ad osservarlo e solo allora dalla nebbia della sonnolenza emerse un ricordo spaventoso. " Ma tu… ma tu… ma tu… " Voleva dire: ma tu sei morto, adesso mi ricordo. Tuttavia il coraggio le mancava. Retrocedette, le braccia tese a respingerlo se mai le si fosse avvicinato. " Ma tu… ma tu. " Poi emise una specie d'urlo. " Fuori… fuori per carità! " supplicava, gli occhi sbarrati dal terrore. E lui: " Ti prego Gianna… Volevo riposarmi solo per un poco ". " No no, fuori! Come puoi pensare… mi vuoi fare impazzire tu. Fuori! Fuori! Vuoi far svegliare tutto il casamento? "

Siccome Appacher non accennava a muoversi, la ragazza, senza togliergli gli occhi di dosso, cercò dietro a sé alla cieca con le mani, annaspando sopra una credenza. Sotto le dita le capitò una forbice.

" Vado, vado " fece lui disorientato, ma la donna, col coraggio della disperazione, già gli premeva la ridicola arma contro il petto; e la doppia lama, non incontrando resistenza, sprofondò tutta dolcemente nel fantasma. " Oh Toni, perdona, non volevo " fece la ragazza spaventata, mentre lui: " No, no… ah, che solletico, ti prego… che solletico! " e scoppiò a ridere istericamente come un pazzo. Di fuori, nel cortile, una imposta venne sbattuta con fracasso. Quindi una voce furibonda: " Ma si può sapere che succede? Sono quasi le quattro! È uno scandalo, perdio! ". Appacher già fuggiva come il vento. Da chi tentare ancora? Dal vice parroco di San Calisto, fuori porta? Dal bravo don Raimondo, suo antico compagno di ginnasio che sul letto di morte gli aveva somministrato gli ultimi conforti religiosi? " Indietro, indietro, parvenza demoniaca " fu l'accoglienza del degno sacerdote come il violinista gli comparve.

" Ma sono Appacher, non mi riconosci?… Don Raimondo, lascia che mi nasconda qui da te, Tra poco è l'alba. Non c'è un cane che mi voglia… Gli amici mi hanno rinnegato. Almeno tu… "

" Non so chi tu sia " rispose il prete con voce malinconica e solenne. " Potresti essere il demonio, o anche un'illusione dei miei sensi, io non so. Ma se tu sei Appacher veramente, ecco, entra pure, quello è il mio letto, distenditi e rlposa… " " Grazie, grazie, don Raimondo, lo sapevo… " " Non preoccuparti " proseguì il prete soavemente " non preoccuparti se io sono già in sospetto presso il vescovo… Non preoccuparti, te ne supplico, se la tua presenza qui potrà far nascere delle complicazioni gravi… Insomma, di me non darti cura. Se tu sei stato mandato qui per la mia rovina, ebbene sia fatta la volontà di Dio!…, Ma che fai adesso? Te ne vai? "

Ed è per questo che gli spiriti – se mai qualche anima infelice si trattiene con ostinazione sulla terra – non vogliono vivere con noi ma si ritirano nelle case abbandonate, tra i ruderi delle torri leggendarie, nelle cappelle sperdute tra le selve, sulle scogliere solitarie che il mare batte, batte, e lentamente si diroccano.

25. I REZIARII

Monsignore era solo nella campagna. si avvicinò a una siepe e con uno stecchetto tolse dalla tela un grosso ragno: era giovane, sodo, magnifico; squisiti disegni di colore delicatissimo istoriavano la cupola dell'addome. La bestiola fu tratta via per il suo stesso filo e così dondolava, appesa, senza sapere che cosa le accadesse.

Ma un altro ragno ancora più formidabile stava, in un vicino varco della siepe, al centro della sua tela, Assomigliava a Moloc, oppure anche al dragone, il serpente antico, che porta il nome di Satana. Nel grande splendore della vita esso regnava, sazio ed immobile, in quel pezzetto di mondo. Dentro alla sua rete, a scopo di esperimento, monsignore lanciò con mossa precisa il primo ragno; il quale vi restò attaccato, invischiandosi.

L'uomo non fece in tempo a vedere. Il grande ragno sembrava dormisse: invece cadde fulmineo sul forestiero. E già le sue zampe lo avvoltolavano nelle argentee garze di bava. Non ci fu lotta. In pochi istanti il ragno fu accartocciato in un pacchetto, non poteva più muoversi.

Era sera, quieta la campagna, il sole scendeva regolarmente verso le montagne, facendo rilucere la ragnatela nei minuti disegni. Tutto era tornato nella pace. Nel mezzo, come prima, il gigantesco ragno immobile, come in letargo. Più sotto quel cartoccetto sospeso, con dentro il nemico. Era morto? Ogni tanto le due zampe anteriori avevano tremiti quasi impercettibili.

Senonché all'improvviso il prigioniero si sciolse. Non fece visibili sforzi, non diede scosse. Meditando nel chiuso della trappola, ne aveva decifrato il segreto? Si sfilò fuori, apparve intatto, si incamminò senza fretta lungo uno dei fili radiali che sorreggevano la rete. Fa presto, muoviti pensò monsignore; vuoi farti riprendere? Ma il ragno non aveva premura.

Moloc, irrigidito nel trono, non batté ciglio. C'era stato un patto tra i due? Il più grande per esempio poteva aver detto all'altro: se riesci a liberarti da solo ti farò grazia, o qualcosa di simile. Restò infatti fermo come una statua, finse di non sapere, rinunciando. E già il minore si inoltrava tra le foglie.

Monsignore però fu più lesto e riuscì nuovamente a staccare dalla pianta il ragno fuggiasco, senza danneggiarlo. Lo fece oscillare due tre volte a pendolo, poi con delicatezza lo gettò per la seconda volta nella rete.

E per la seconda volta il gigante scattò. In un baleno fu sopra l'altro e aprendo le zampe cercava di avvilupparlo. Ci fu una breve lotta. Il minore era rimasto appiccicato malamente alla rete né poteva voltarsi per lottare faccia a faccia. In qualche modo tuttavia si difendeva, torcendosi all'indietro. In questa posizione sbilenca poco dopo restò inchiodato.