I legamenti erano tuttavia molto meno perfetti di prima. Nello scontro iniziale il ragno maggiore aveva speso senza risparmio la sua bava e non gliene restava quasi più. Dovette limitarsi a una fasciatura sommaria, larghi varchi restando aperti tra benda e benda. Allora, alle spalle di monsignore, una piccola cosa nera si mosse, forse un uccello una foglia, cadente, una biscia. Lui si voltò di soprassalto, ma la campagna era perfettamente deserta. Il ragno che aveva vinto non tornò subito al suo seggio. Stavolta lavorava con molto impegno intorno al corpo del prigioniero e gli mordeva lentamente la schiena, allo scopo di avvelenarlo. L'altro subiva, rassegnato, e pareva non soffrisse. Lo addentò a lungo, poi tornò al centro della rete, poi sembrò pentirsi e ricominciò a morsicare. Così tre volte. Alla terza, da un breve pertugio del sacchetto, il prigioniero spinse fuori le tenaglie e abbrancò al volo una zampa del boia.
Moloc fu preso dall'orgasmo, abbandonò la vittima, cercò di ritirarsi. Ma l'altro teneva con furore. La zampa era tesa allo spasimo, ancora un po' e si sarebbe spezzata. Finché al prigioniero vennero meno le forze e le sue tenaglie mollarono.
Col dubbio che uno lo stesse fissando alle spalle, monsignore si voltò di nuovo. Ma dietro a lui non c'era nulla: tranne la campagna, il tramonto e una nuvola gialla la quale protendeva una specie di braccio lunghissimo, simile a un avvertimento. Verso di lui forse?
Zoppicando, il ragno grande risalì al suo stallo, in una abbietta costernazione. Era la paura di essere stato avvelenato, Con amore tenerissimo cominciò ad accarezzarsi la zampa che l'avversario aveva stretto. La lisciava con le altre sette, se la portava alla bocca e pareva leccarla, poi la tendeva per collaudo, come facciamo noi dopo una storta alle articolazioni. Sembrava una mamma col bambino. Dopo alcuni minuti però il suo affanno andava placandosi: ora esperimentava la zampa, se facesse ancora buona presa, sui fili stessi della rete, quasi arpeggiando. Quindi, con disgustoso trasporto, ancora la accarezzava.
Del tutto infine consolato, tornò al feroce lavoro con accresciuto accanimento. La sua tenaglia affondava nell'addome del suppliziato schiantando lo spessore della corteccia alla guisa di un apriscatole. E dalle crepe cominciava a colare un liquido denso e bianchiccio.
A questo punto, morendo il sole, lo smisurato braccio della nube, sospeso sopra la valle, divenne vivo ed ardente, cosicché il suo riflesso si posava sul mondo. Anche la siepe, nel suo piccolo ne risplendeva. Eppure tutto era adesso tornato alla quiete anche più di prima, perché prima se non altro c'erano due ragni in agguato ed ora soltanto uno, immobile e assorto come se nulla fosse accaduto. L'altro aveva cessato di essere ragno, era un bozzolo inerte e floscio, anche lo scolo delle mucillagini viscerali si andava coagulando. La morte però non ancora: rattrappite come erano nel sacchetto, le due zampe anteriori si muovevano per decimi di millimetro.
Un calesse passò nella strada vicina, il cavallino trottava allegramente e dileguò verso nord. Poi monsignore udì, di là del fiume, una contadina cantare con abbandono conturbante. Egli era solo. Con la precisione di un chirurgo ruppe, per mezzo di uno stecco, i legamenti e liberò la bestiolina torturata. Poi la adagiò su una foglia.
Ivi la creatura restò, tutta storpia, così come era stata imprigionata, quasi uscisse da una ingessatura, a motivo della invadente paralisi. Tentò poi di camminare e si rovesciò su un fianco. Le otto zampine palpitavano a ritmo tutte insieme con dolceza, come invocando: il derelitto, l'innocente, l'agnello del signore.
In ginocchio sul prato, monsignore era chino sopra quel dolore irrimediabile. Dio, che cosa aveva fatto! Poco era bastato, un piccolo scherzo sperimentale, a rovinare una vita. Così egli stava pensando, quando notò che il ragno lo guardava: dai suoi occhietti inespressivi qualcosa di duro e cocente saliva fino a lui. Si accorse pure che il sole era disceso: alberi e siepi si facevano misteriosi fra lanugini di nebbia, aspettando. E adesso chi si muoveva alle sue spalle? Chi sussurrava piano piano il suo nome? No, pareva proprio che non ci fosse nessuno.
26. ALL'IDROGENO
Fui svegliato dal te!efono. Fosse per l'interruzione brusca del sonno, o per il silenzio plumbeo che regnava intorno, mi sembrò che il campanello avesse un suono più lungo del solito, malaugurante, astioso.
Accesi la luce, in pigiama andai a rispondere, faceva freddo, vidi che i mobili erano immersi profondamente nella notte (quel senso misterioso pieno di presagi!), svegliandomi li avevo colti di sorpresa. Insomma capii subito che era una delle grandi notti, le quali vengono di raro, profondissime, e in queste notti all'insaputa del mondo il destino fa un passo.
" Pronto, pronto " c'era una voce nota, dall'altra parte, ma così insonnolito io non la riconoscevo. " Sei tu?… E allora… dimmi… Vorrei sapere… "
Era un amico, certo, però ancora non l'avevo identificato (quella odiosa mania di non dire subito il proprio nome). Lo interruppi, senza aver neppure pesato le sue parole: " Ma non potevi telefonarmi domani? Lo sai che ora è? "
" Sono le 57 e un quarto " rispose. E tacque lungamente come se avesse già detto troppo. In realtà mai io mi ero addentrato, da sveglio, in profondità così remote della notte; e provavo un certo orgasmo. " Ma cosa c'è? Cos'è successo? " " Niente, niente " rispose lui, sembrava imbarazzato "… si era sentito dire che… Ma non importa, non importa… Scusa… " E mise giù la cornetta.
Perché aveva telefonato a quell'ora? E poi, chi era? Un amico, un conoscente, certo, ma chi precisamente? Non riuscivo a localizzarlo. Stavo per rientrare in letto, il telefono suonò per la seconda volta. Era un trillo ancora più aspro e perentorio. Un altro, non quello di prima, lo intuii subito. " Pronto. " " Sei tu?… Ah, meno male. " Era una donna. E stavolta la riconobbi: Luisa, una brava ragazza, segretaria di un avvocato, che non vedevo più da anni. L'aver udito la mia voce era stato per lei, si capiva, un sollievo immenso. Ma perché? E, soprattutto, come mai si faceva viva dopo tanto tempo al colmo della notte, con una chiamata così nevrastenica? " Ma cosa c'è " feci, impazientito " si può sapere? " " Oh " rispose Luisa fievole. " sia ringraziato Dio!… Avevo fatto un sogno, sai?, un sogno orrendo… Mi ero svegliata col batticuore… Non ho potuto fare a meno di… " " Ma cosa? Sei la seconda, questa notte. Cosa c'è perdio? " " Perdonami, perdonami… Lo sai come io sono apprensiva… Va a dormire, va., non voglio farti prendere altro freddo… ciao. " La comunicazione fu interrotta. Restai là, col microfono in mano, nel silenzio, e i mobili, benché la luce elettrica li illuminasse nel modo più normale, avevano un aspetto strano, come chi sta per dire una cosa ma si interrompe, e dentro a lui la cosa rimane chiusa, senza che noi si possa sapere. Probabilmente era questa una semplice conseguenza della notte: noi ne conosciamo in realtà una parte minima, il rimanente è immenso, inesplorato, e le rarissime volte che vi entriamo, tutto ci impaurisce.
Pace e silenzio, tuttavia, questo sì: era il sonno quasi sepolcrale delle case il quale è molto più profondo, e muto, che il silenzio della campagna. Ma quei due perché mi avevano telefonato? Qualche notizia che riguardava me era giunta fino a loro? Una notizia di disgrazia? Presentimenti, forse, sogni premonitori?
Sciocchezze. Mi infilai nel letto, ritrovando con gioia il posto caldo. Spensi la luce. Mi distesi a pancia in giù, nella mia solita maniera.
A questo punto suonò il campanello della porta. Lungo. Due volte. Il rumore mi entrò proprio nella schiena, su per la colonna vertebrale. Qualcosa era dunque successo, o stava per succedermi, e doveva essere un fatto infausto per compiersi a un'ora così estrema, un fatto doloroso o turpe, senza dubbio.