Il cuore mi rimbombava dentro. Riaccesi la luce della stanza, ma per prudenza non accesi in corridoio: chissà, da qualche minima fessura della porta d'ingresso potevano vedermi: " Chi è? " domandai cercando una intonazione energica; la voce invece tremò, afona, ridicola.
" Chi è? " chiamai una seconda volta. Nessuno rispondeva.
Con precauzione infinita, sempre al buio, mi avvicinai alla porta e, chinandomi, misi un occhio a un buchino quasi impercettibile da cui però si poteva guardar fuori. Il pianerottolo era vuoto, né si intravedevano ombre in movimento. C'era, sulle scale, la fioca, avara, disperata luce di sempre, per cui gli uomini, rincasando alla sera, sentono il peso della vita.
" Chi è? " domandai per la terza volta. Niente.
Allora si udì un rumore. Non veniva di là dalla porta, dal pianerottolo delle scale o dalle prossime rampe, bensì dal basso, probabilmente dalla cantina, e l'intero edificio ne vibrava. Era come se una cosa pesantissima fosse strascinata, per un passaggio angusto, con stento e travaglio grandi. Il rumore significava appunto un attrito, e c'era dentro pure – misericordia di Dio! un lungo atrocissirno scricchiolio come quando una trave sta per crepare o la tenaglia procede a scardinare un dente.
Non potevo capire che fosse, seppi però immediatamente che quella era la cosa per cui poco prima mi avevano telefonato ed era suonato il campanello della porta: in una tale oscura e misteriosa cavità della notte!
Il rumore si ripeteva, a lunghi strappi dilaceranti, sempre più forte, come se salisse. Nello stesso tempo avvertii un fitto ma estremamente basso brusìo umano, che veniva dalle scale. Non potevo resistere. Piano piano feci scorrere il chiavistello e socchiusi il battente. Guardai fuori.
La scala (ne vedevo due rampe) era gremita. In vestaglie e pigiama, qualcuno anche a piedi nudi, gli inquilini erano usciti e appoggiati alla ringhiera guardavano giù con ansia. Notai il pallore mortale delle facce, l'immobilità delle membra, che sembravano paralizzate dal terrore.
" Pss, pss " feci, dallo spiraglio, non osando uscire in pigiama, com'ero. La signora Arunda, quella del quinto piano (aveva in testa ancora i diavoletti) volse il capo con espressione di rimprovero. " Cosa c'è? " sussurrai (ma perché non parlavo a voce alta se tutti erano svegli?).
" Sss " fece lei, sottovoce, e aveva un tono di totale desolazione, immaginate un malato a cui il medico abbia fatto diagnosi di cancro. " L'atomica! " e fece un segno con l'indice verso il pianterreno. " Come, l'atomica? " " è arrivata… stanno portandola dentro… Per noi, per noi… Venga qui a vedere. " Benché mi vergognassi, uscii sul pianerottolo e facendomi largo fra due tipi che non avevo mai visto, guardai in giù. Mi parve di scorgere una cosa nera, come un cassone immenso intorno al quale con leve e corde armeggiavano alcuni uomini in tuta blu. " è quella? " domandai. " Già, dove vuole che sia? " rispose un tanghero vicino a me e poi, quasi per rimediare alla scortesia: " la drogena, sa? ".
Si udì un risolino secco, privo di allegria. " Che drogena d'Egitto! All'idrogeno, all'idrogeno. Porci maledetti, l'ultimo tipo! Tra miliardi di uomini che esistono, proprio a noi ce l'hanno mandata, proprio a noi, via San Guliano 8! "
Passato il primo gelido sbalordimento, il brusìo della gente si faceva intanto più mosso e nutrito, Distinguevo voci, repressi singhiozzi di donne, bestemmie, sospiri. Un uomo sui trent'anni piangeva senza ritegno battendo con forza il piede destro su un gradino. " è ingiusto " gemeva. " Io mi trovo qui per caso!… Io sono di passaggio!… Io non c'entro!… Domani io dovevo partire!… "
Quella sua lagna era insopportabile. " E io domani " gli disse, rude, un signore sui cinquanta, credo fosse l'avvocato dell'ottavo piano " e io domani dovevo mangiare gli agnolotti, ha capito? Gli agnolotti! E ne farò senza, ne farò! "
Una donna aveva perso la testa. Mi afferrò per un polso e lo scuoteva. " Li guardi, li guardi " disse a voce bassa accennando ai due bambini che la seguivano " li guardi questi due angioletti! Le sembra possibile? Non grida vendetta a Dio, tutta questa storia? " Io non sapevo cosa dire. Avevo freddo.
Dal basso venne un fragore lugubre. Dovevano essere riusciti a smuovere il cassone di un buon tratto. Guardai ancora in giù. L'odioso oggetto era entrato nell'alone di una lampadina. Era verniciato di azzurro scuro e c'era una quantità di scritte e di etichette. Per vedere meglio, gli uomini si spenzolavano dalla ringhiera, col rischio di precipitare, Voci confuse: " E scoppierà quando? Questa notte?… Mariooo! Mariooo!! L'hai svegliato Mario?… Gisa, hai tu la boule con l'acqua calda?… Figli, figli miei!… Ma tu gli hai telefonato? Sì, ti dico, telefona! Vedrai che lui può far qualcosa… È assurdo, caro signore, solo noi… E chi le dice solo noi? Come fa a sapere?… Beppe, Beppe, stringimi, ti supplico, stringimi!… ". Poi preghiere, ave, litanie. Una donnetta teneva in mano un cero spento.
Ma a un tratto dal basso una notizia serpeggiò lungo la scala. Lo si capì dal concitato scambio di voci che via via salivano. Una notizia buona, si doveva dedurre dal più vivace tono che assunse subito l'aspetto della gente. " Che cosa c'è? Che cosa c'è? " chiedevano, impazienti dall'alto.
Finalmente, a frammenti, qualche eco giunse fino a noi del sesto piano. " C'è un indirizzo con il nome " dicevano. " Come, il nome? Sì, il nome di chi deve ricevere l'atomica… È personale, capisci? Non è per tutta la casa, non è per tutta la casa, solo per uno… non è per tutta la casa! " Sembravano impazziti, ridevano, si abbracciavano e baciavano.
Poi un dubbio, a gelare l'entusiasmo. ciascuno pensò a sé, dialoghi affannosi, le scale erano tutte un frenetico vocìo. " Che nome è? Non sono riusciti a leggerlo… Sì, che si legge… È un nome straniero (tutti pensammo al dottor Stratz, il dentista del piano rialzato). No, no… È italiano… Come? come? Comincia per T… No no… per B come Bergamo… E poi? e poi? La seconda lettera? U, hai detto? U come Udine? "
La gente mi fissava. Mai vidi volti umani stravolti da una felicità così selvaggia. Uno non seppe resistere e scoppiò in una risata che finì in una tosse cavernosa: era il vecchio Mercalli, quello dei tappeti all'asta. Capii. Il cassone con l'inferno dentro era per me, un esclusivo dono; per me solo. E gli altri erano salvi.
Che c'era più da fare? Mi ritrassi verso l'uscio. I coinquilini mi guardavano. Con che gioia mi guardavano. Giù in basso, i rantoli tetri del cassone, che adagio adagio stavano issando su per la scala, si mescolarono a una improvvisa fisarmonica. Era il motivo de La vie en rose.
27. L 'UOMO CHE VOLLE GUARIRE
Intorno al grande lebbrosario sulla collina, a un paio di chilometri dalla città, correva un alto muraglione e in cima al muraglione le sentinelle camminavano su e giù. Tra queste guardie ce n'erano di altezzose e intrattabili, altre invece avevano pietà. Perciò al crepuscolo i lebbrosi si raccoglievano ai piedi del bastione e interrogavano i soldati più alla mano. " Gaspare " per esempio dicevano " che cosa vedi questa sera? C'è qualcuno sulla strada? Una carrozza, dici? E com'è questa carrozza? E la reggia è illuminata? Hanno acceso le torce sulla torre? Che sia tornato il principe? " Continuavano per ore, non erano mai stanchi e, benché il regolamento lo vietasse, le sentinelle di buon cuore rispondevano, spesso inventando cose che non c'erano, passaggio di viandanti, luminarie, incendi, eruzioni perfino del vulcano Ermac, poiché sapevano che qualsiasi novità era una deliziosa distrazione per quegli uomini condannati a non uscire mai di là. Anche i malati gravi, i moribondi partecipavano al convegno portati in barella dai lebbrosi ancora validi.
Soltanto uno non veniva, un giovane entrato nel lazzaretto da due mesi. Era un nobile, un cavaliere, uomo già stato bellissimo, a quanto si poteva indovinare perché la lebbra lo aveva attaccato con una violenza rara, in poco tempo deturpandogli la faccia. Si chiamava Mseridon.