Ma paurose di per sé erano le ire di Giorgio. Con l'astuzia propria di questo tipo di bambini, egli misurava bene l'effetto delle varie rappresaglie. Perciò aveva guardato l'uso delle proprie armi nei seguenti termini: per le piccole contrarietà si metteva semplicemente a piangere, con dei singulti per la verità, che sembrava gli dovessero schiantare il petto. Nei casi più importanti, quando l'azione doveva prolungarsi fino all'esaudimento del desiderio contrastato, metteva il muso e allora non parlava, non giocava, si rifiutava di mangiare: ciò che in meno di una giornata portava la famiglia alla costernazione. Nelle circostanze ancor più gravi le tattiche erano due: o simulava di essere assalito da misteriosi dolori alle ossa, i dolori alla testa e al ventre non sembrandogli consigliabili per il pericolo di purghe (e già nella scelta del male si rivelava la sua forse inconsapevole perfidia perché, a torto o a ragione, si pensava subito a una paralisi infantile). Oppure, e forse era il peggio, si metteva a urlare; dalla sua gola usciva, ininterrotto e immobile di tono, un grido estremamente acuto, quale noi adulti non sapremmo riprodurre, e che perforava il cranìo. In pratica non era possibile resistere. Giorgio aveva ben presto partita vinta, con la doppia voluttà di venire soddisfatto e di vedere i grandi litigare. L'uno rinfacciando all'altro di aver fatto esasperare l'innocente.
Per i giocattoli Giorgio non aveva mai avuto una sincera inclinazione. Solo per vanità ne voleva molti e di bellissimi. Il suo gusto era di portare a casa due tre amici e di sbalordirli. Da un piccolo armadio, che teneva chiuso a chiave, estraeva ad uno ad uno, e in progressione di magnificenza, i suoi tesori. I compagni spasimavano di invidia. E lui si divertiva ad umiliarli. " No, non toccare tu che hai le mani sporche… Ti piace eh? Dà qua, dà qua, se no finisci per guastarlo… E tu, dimmi, te ne hanno regalato uno anche a te? " (ben sapendo che così non era). Dallo spiraglio della porta, genitori e nonni lo covavano teneramente con gli sguardi: " Che caro " sussurravano. " è proprio un omettino, ormai… Sentitelo come si stima!… Eh, ci tiene lui ai suoi giocattoli, eh ci tiene all'orsacchiotto che gli ha regalato la sua nonna! " Quasi che l'essere geloso dei balocchi fosse per un bimbo una virtù straordinaria.
Basta. Un conoscente portò un giorno dall'America un giocattolo meraviglioso in dono a Giorgio. Era un " camion del latte ", perfettissima riproduzione degli autofurgoni costruiti per quel servizio; verniciato di bianco e azzurro, coi due conducenti in uniforme che si potevano mettere e levare, le portiere anteriori che si aprivano, i pneumatici alle ruote; nell'interno, infilati uno sull'altro per mezzo di speciali guide, tanti canestrini di metallo, ciascuno contenente otto microscopiche bottiglie sigillate col tappo di stagnola. E sui fianchi due autentiche saracinesche a ghigliottina che, aprendosi, si arrotolavano proprio come quelle vere. Era senza dubbio il giocattolo più bello e singolare di quanti ne possedesse Giorgio, e probabilmente il più costoso.
Ebbene, un pomeriggio il nonno, colonnello in pensione, che in genere non sapeva che cosa fare dell'anima sua passando dinanzi all'armadio dei giocattoli, tirò quasi per caso, come succede, la manopola dello sportello. Sentì che cedeva. Giorgio l'aveva chiuso a chiave come al solito, ma l'anta gemella, in cui il chiavistello si incastrava, per dimenticanza non era stata fissata coi catenacci in alto e in basso. E così entrambe si aprirono.
Disposti su quattro piani stavano qui in perfetto ordine i giocattoli, tutti ancora lucidi e belli perché Giorgio non li adoperava quasi mai. Giorgio era fuori con Ida, anche i genitori erano usciti, la nonna Elena lavorava a maglia nel salotto. Anna in cucina dormicchiava. La casa era quieta e silenziosa. Il colonnello si guardò alle spalle come un ladro. Poi, con un desiderio da lungo tempo vagheggiato, le sue mani si protesero al camion del latte che nella penombra risplendeva.
Il nonno lo collocò sul tavolo, si sedette e si accinse a esaminarlo. Ma c'è una legge arcana per cui se un bambino tocca di nascosto una cosa dei grandi, questa cosa subito si rompe e simmetricamente, toccato dai grandi, si rompe il glocattolo che pure il bambino aveva senza danni maneggiato per mesi con energia selvaggia. Non appena il nonno, con la delicatezza di un orologiaio, ebbe alzato una delle piccole saracinesche laterali, si udì un clic, un listello di latta verniciata schizzò fuori e il perno su cui la saracinesca si sarebbe dovuta avvolgere ciondolò senza più sostegno.
Col batticuore, il vecchio colonnello si affannò per rimettere le cose a posto. Ma le mani gli tremavano. E gli fu ben chiaro che con la sua nessuna abilità riparare il guasto era impossibile. Né si trattava di una avaria recondita, facile a venir dissimulata. Scardinato il perno, la saracinesca non chiudeva più, pendendo tutta sghemba.
Un disperato smarrimento prese colui che un giorno ai piedi del Montello aveva condotto i suoi cavalleggeri a una disperata carica contro le mitragliatrici degli austriaci. E un brivido gli percorse le vertebre al suono di una voce che pareva quella del giudizio universale: " Gesummaria, Antonio, cos'hai fatto? ".
Il colonnello si voltò. Sulla soglia, immobile, sua moglie, Elena, lo fissava con le pupille dilatate. " L'hai rotto, di', l'hai rotto? "
" Macché, non è… ti dic… non è niente " mugolò il vecchio militare, annaspando con le mani nell'assurdo tentativo di sistemare la rottura. " E adesso? E adesso cosa fai? " incalzò la donna con affanno. " E quando Giorgio se ne accorge? Adesso cosa fai? " " L'ho appena toccato, ti giuro… doveva essere già rotto… Non ho fatto niente, io " cercò miserabilmente di scusarsi il colonnello; e se mai si era illuso di trovare nella moglie una certa solidarietà morale, questa speranza venne meno tanta fu l'indignazione della vecchia: " Non ho fatto non ho fatto, mi sembri un pappagallo!… Si sarà rotto da solo, si capisce!… E fa qualcosa almeno, e muoviti, invece di stare là come uno stupido!… Giorgio può essere qui da un momento all'altro… E chi… (la voce le si ingorgava per la rabbia)… e chi ti ha detto di aprire l'armadio dei giocattoli? "
Non occorreva altro perché il colonnello perdesse la testa del tutto. Purtroppo era domenica, impossibile trovare un operaio capace di riparare il camioncino. Intanto la signora Elena, quasi per non restare implicata nel delitto, se n'era andata. Il colonnello si sentì solo, abbandonato, nella ingrata selva della vita. La luce declinava. Tra poco notte, e Giorgio di ritorno.
Con l'acqua alla gola, il nonno allora corse in cucina in cerca di uno spago. Con lo spago, sfilato il tetto del camion, riuscì a fissare le estremità della saracinesca, così che restasse chiusa, pressapoco. Evidentemente essa non si poteva aprire più ma almeno dall'esterno non si notava nulla di anormale. Rimise il giocattolo al suo posto, chiuse l'armadio. Si ritirò nel suo studiolo. Appena in tempo. Tre lunghe scampanellate prepotenti annunciavano il ritorno del tiranno.
Se almeno la nonna avesse tenuto la bocca chiusa. Figurarsi. A ora di pranzo, tranne il piccolo, tutti erano al corrente del disastro comprese le donne di servizio. E anche un bambino meno astuto di Giorgio si sarebbe accorto che nell'aria c'era qualcosa di insolito e sospetto. Due o tre volte il colonnello tentò di avviare una conversazione. Ma nessuno lo aiutava. " Cosa c'è? " domandò Giorgio con la sua naturale improntitudine. " Avete tutti la luna piena? " " Ah quest'è bella, abbiam la luna piena, abbiamo, ah ah! " fece il nonno, cercando eroicamente di voltare tutto in scherzo. Ma la sua risata si spense nel silenzio.