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Il bambino non fece altre domande. Con sagacia addirittura demoniaca sembrò capire che il disagio generale si riferiva a lui; che l'intera famiglia, per qualche motivo ignoto, si sentiva in colpa: e che lui la teneva nelle mani.

Come fece a indovinare? Fu guidato dai trepidanti sguardi dei familiari che non lo lasciavano un istante? O ci fu qualche delazione? Fatto è che, terminato il pranzo, con un ambiguo sorrisetto Giorgio andò all'armadio dei giocattoli. Spalancò gli sportelli, restò un buon minuto in contemplazione quasi sapesse di prolungare così l'ansia del colpevole. Quindi, fatta la scelta, trasse dal mobile il camioncino e, tenendolo stretto sotto un braccio andò a sedersi su un divano, donde fissava ad uno ad uno i grandi, sorridendo.

" Che cosa fai, Giorgino? " disse infine con voce spenta il nonno. " Non è ora di fare la nanna? " " La nanna? " fu la evasiva risposta del nipote che accentuò il ghigno beffardo. " E perché non giochi allora? " osò chiedere il vecchio, a quell'agonia sembrandogli preferibile una rapida catastrofe. " No " fece il bimbo dispettoso " di giocare non ho voglia. " Immobile, aspettò circa mezz'ora, quindi annunciò: " Io vado a letto ". E uscì col camioncino sotto il braccio.

Divenne una mania. Per tutto il giorno dopo, e per l'altro successivo, Giorgio non si distaccò un istante dal veicolo. Perfino a tavola volle tenerselo accanto, come non aveva mai fatto prima per nessun balocco. Ma non giocava, non lo faceva andare, né mostrava alcuna voglia di guardare dentro.

Il nonno viveva sulle spine. " Giorgio " disse più di una volta " ma perché ti porti sempre dietro il camioncino se poi non giochi? Che fissazione è questa? Su, vieni qua, fammi vedere le belle bottigliette! " Insomma, non vedeva l'ora che il nipotino scoprisse il guasto, succedesse poi quello che doveva succedere (non osando tuttavia confessare spontaneamente l'accaduto). Tanto gli pesava il tormento dell'attesa. Ma Giorgio era irremovibile. " No, non ho voglia. È mio o non è mio il camion? E allora lasciami stare. "

La sera, dopo che Giorgio era andato a letto, i grandi discutevano. " E tu diglielo! " diceva il padre al nonno " piuttosto che continuare in questo modo! E tu diglielo! Non si vive più per questo maledetto camion! " " Maledetto? " protestava la nonna. " Non dirlo neanche per scherzo… il giocattolo che gli è più caro di tutti. Povero tesoro! " Il papà non le badava: " E tu diglielo! " ripeteva esasperato. " Avrai il coraggio, tu che hai fatto due guerre, avrai il coraggio, no? "

Non ce ne fu bisogno. Il terzo giorno, comparso Giorgio col suo camioncino, il nonno non seppe trattenersi: " Su, Giorgio, perché non lo fai andare un poco? Perché non giochi? Mi fai senso, sempre con quel coso sotto il braccio! ". Allora il bambino si ingrugnò come al delinearsi di un capriccio (era sincero o faceva tutta una commedia?). Poi si mise a gridare, singhiozzando: " Io ne faccio quel che voglio del mio camion, io ne faccio! E finitela di tormentarmi. L'avete capito o no che basta?… Io lo fracasso se mi piace. Io ci pesto sopra i piedi… Là… là, guarda! ". Con le due mani alzò il giocattolo e di tutta forza lo scaraventò per terra, poi coi calcagni gli saltò sopra, sfondandolo. Divelto il tetto, il camioncino si schiantò e le bottigliette si sparsero per terra.

Qui Giorgio all'improvviso si arrestò, cessò di urlare, si chinò a esaminare una delle due pareti interne del veicolo, afferrò un'estremità del clandestino spago messo dal nonno alla saracinesca. Inviperito, si guardò intorno, livido: " Chi? " balbettò. " Chi è stato? Chi ci ha messo le mani? Chi l'ha rotto? "

Si fece avanti il nonno, il vecchio combattente, un poco chino. " O Giorgino, anima mia " supplicò la mamma. " Sii buono. Il nonno non l'ha fatto apposta, credi. Perdonagli. Giorgino mio! "

Intervenne anche la nonna: " Ah no, creatura, hai ragione tu. Fagli totò al brutto nonno che ti rompe tutti i giocattoli… Povero innocente. Gli rompono i giocattoli e poi ancora vogliono che sia buono, poverino. Fagli totò al brutto nonno! "

Di colpo Giorgio ritornò tranquillo. Guardò lentamente le facce ansiose che lo circondavano. Il sorriso gli ricomparve sulle labbra.

" L'ho detto io " fece la mamma; " L'ho sempre detto che è un angelo! Ecco che Giorgio ha perdonato al nonno! Guardatelo, che stella! "

Ma il bimbo li esaminò ancora ad uno ad uno; il padre, la mamma, il nonno, la nonna, le due cameriere. " E guardàtelo che stella… e guardàtelo che stella!… " cantarellò, facendo il verso. Diede un calcio alla carcassa del camioncino che andò a sbattere nel muro. Poi si mise freneticamente a ridere. Rideva da spaccarsi. " E guardàtelo che stella! " ripeté beffardo, uscendo dalla stanza. Terrificati, i grandi tacquero.

31. RIGOLETTO

Alla rivista militare per l'anniversario dell'indipendenza sfilò per la prima volta in pubblico un reparto dell'arma atomica.

Era un giorno chiaro ma grigio di febbraio ed una luce uniforme batteva sui polverosi palazzi del corso da cui sventolavano le bandiere. Dove io mi trovavo, il passaggio dei formidabili carri armati che aprivano il corteo rombando strepitosamente sul selciato di pietra non ebbe il solito effetto elettrizzante sulla folla. Pochi e svogliati gli applausi all'apparire delle magnifiche macchine irte di cannoni, dei bellissimi soldati che spuntavano dalla sommità delle torrette coi loro caschi di cuoio e di acciaio. Gli sguardi andavano tutti laggiù, verso la piazza del Parlamento, donde la colonna muoveva, in attesa della novità.

Circa tre quarti d'ora durò il passaggio dei carri, gli spettatori ne avevano la testa rintronata. Finalmente l'ultimo mastodonte si allontanò col suo orrendo frastuono e il corso rimase deserto. Ci fu silenzio, mentre dai balconi le bandiere dondolavano al vento.

Perché nessuno avanzava? Anche il rombo dei carri si era già perso nella lontananza tra vaghi echi di remote fanfare e la strada vuota attendeva ancora. Che fosse intervenuto un contrordine?

Ma ecco dal fondo, senza alcun rumore, venne avantì una cosa; e poi una seconda, una terza, e moltissime altre, in lunga fila. Avevano ciascuna quattro ruote gommate ma propriamente non erano né automobili, né camionette, né carri armati, né altre macchine conosciute. Piuttosto delle strane carrette erano, di aspetto inusitato e in certo modo meschine.

Mi trovavo in una delle prime file e potei osservarle bene. Ce n'erano a forma di tubo, di marmitta, di cucina da campo, di bara, tanto per darne un'idea approssimativa. Non grandi, non espressive e neppure forti di quella compattezza esteriore che spesso nobilita le più squallide macchine. Gli involucri metallici che le rivestivano sembravano anzi quasi " arrangiati " e ricordo una specie di sportellino laterale un po' ammaccato che evidentemente non si riusciva a chiudere e sbatteva con rumore di latta. Il colore era giallino con bizzarri disegni verdi che ricordavano le felci, a scopo di mimetizzazione. Gli uomini, a due a due, stavano per lo più infossati nella parte posteriore dei veicoli e ne emergeva solo il busto. Del tutto consuete le uniformi, i caschi e le armi: moschetti automatici di modello regolamentare che i soldati portavano evidentemente a scopo decorativo così come non molti anni prima si vedevano ancora cavalieri armati di sciabola e di lancia.

Due cose fecero subito una grande impressione: l'assoluto silenzio con cui avanzavano gli strumenti, mossi evidentemente da una energia sconosciuta; e soprattutto l'aspetto fisico dei militari a bordo. Essi non erano vigorosi giovanotti sportivi come quelli dei carri, non erano abbronzati dal sole, non sorridevano di ingenua spavalderia e neppure sembravano chiusi in una ermetica rigidità militaresca. Magri erano nella maggioranza, strani tipi di studenti di filosofia, fronti spaziose e grandi nasi, tutti con cuffia da telegrafista, molti con occhiali a stanghetta. E pareva ignorassero di essere soldati, a giudicare dal contegno. Una specie di rassegnata preoccupazione si leggeva sulle loro facce. Chi non badava alla manovra delle macchine si guardava intorno con espressicne incerta ed apatica. Solo i conducenti di certi piatti furgoni a scatola rispondevano un po' all'aspettativa: una sorta di schermo trasparente a forma di calice, svasato e aperto in alto, circondava la loro testa con un effetto sconcertante di mascherone.