Mi ricordo, sulla seconda o terza carretta, un gobbino, seduto un po' più in alto degli altri, probabilmente un ufficiale. Senza badare alla folla continuava a voltarsi indietro per controllare i veicoli seguenti quasi temesse che restassero per via. " Dài, Rigoletto! " gridò uno dall'alto di un balcone. Lui alzò gli sguardi e con un sorriso stentato agitò una mano salutando.
Fu proprio l'estrema povertà dell'apparato mentre tutti sapevano quale infernale potenza di distruzione fosse contenuta in quei recipienti di lamiera – a mettere sgomento. Voglio dire che se i meccanismi fossero stati molto più grandiosi, probabilmente non se ne avrebbe avuto una impressione così torbida e potente. Questo spiega l'attenzione quasi ansiosa della folla. Non c'era un applauso né un evviva.
In tanto silenzio mi parve, come dire?, che un ritmico lieve cigolio uscisse dai misteriosi veicoli. Assomigliava a certi richiami di uccelli migratori, ma di uccello non era. Dapprima estremamente sottile, quindi via via più distinto, scandito però sempre col medesimo ritmo.
Guardavo l'ufficiale gobbino. Lo vidi togliersi la cuffia da telegrafista e confabulare animatamente col compagno seduto più sotto. Anche a bordo di altre carrette notai segni di nervosismo. Come se stesse accadendo alcunché di irregolare.
Fu allora che sei sette cani, dalle case intorno, cominciarono insieme ad abbaiare. Siccome i davanzali erano gremiti di spettatori e quasi tutte le finestre spalancate, gli animaleschi richiami echeggiarono largamente nella via. Che cosa avevano quelle bestiacce? Chi chiamavano in aiuto con tanto furore? Il gobbetto ebbe un gesto di impazienza.
In quel mentre – me ne accorsi con la coda dell'occhio – un oggetto scuro guizzò alle mie spalle. Voltandomi, feci in tempo a scorgere tre quattro topi che, sgusciati dal lucernario di una cantina a fior del terreno, fuggivano precipitosamente.
Un signore anziano al mio fianco alzò un braccio con l'indice teso verso il cielo. E allora vedemmo che al di sopra delle macchine atomiche, nel mezzo della via, si ergevano a picco strane colonne di polvere rossiccia, simili alle trombe d'aria dei tornados ma ferme, verticali, non vorticose. Nello spazio di pochi secondi assunsero una forma geometrica, prendendo maggiore consistenza. Descriverle è difficile: immaginate il fumo contenuto in un alto camino di fabbrica, ma senza il camino che lo racchiuda. Adesso le inquietanti torri di fitto pulviscolo, come fantasmi, si elevavano per una trentina di metri sopravanzando i tetti dei palazzi, e da una cima all'altra vedemmo altrettanti ponti della stessa nebulosa materia colore della fuliggine. Si formò così una intelaiatura di immense rigide ombre che si prolungava a perdita d'occhio in corrispondenza del corteo. E i cani chiusi nelle case continuavano a latrare. Che accadeva? La sfilata si fermò, e il gobbino, sceso dal suo veicolo, risalì di corsa la colonna gridando complicati ordini che parevano in lingua straniera.
Con malcelata ansietà i militari armeggiarono intorno ai loro apparecchi.
Ormai i minareti di nebbia o pulviscolo – evidenti emanazioni dei carri atomici – incombevano altissimi sopra la folla, con rigore di linee quanto mai sinistro. Un'altra frotta di topi balzò fuori dal lucernario dandosi a pazza fuga. Come mai non oscillavano al vento, come le bandiere, questi pinnacoli di malaugurio?
Benché inquieta, la folla ancora taceva. Dinanzi a me, al terzo piano, si aprì di schianto una finestra e vi comparve una giovane donna scarmigliata. Rimase un istante, estatica, a fissare i picchi di inspiegabile nebbia e gli aerei ponti che li congiungevano. Portò le mani ai capelli in atto di spavento e un grido desolato uscì dalla gola: " Madonna! Oh, Madonna! ".
Che voce! Cercando di dominarmi mi trassi indietro. In un ultimo sguardo vidi i militari febbrilmente agitarsi intorno agli apparecchi come se non riuscissero più a dominarli (più tardi compresi che, pur pallidi e brutti, erano anch'essi dei veri soldati). Avrei fatto in tempo? A veloci passi dapprima, attento a non farmi notare, svelto, sempre più svelto, finché mi gettai fuori della calca, infilando una strada laterale.
Udivo alle mie spalle il rombo della folla, finalmente inorridita, sotto l'urto del panico. A trecento metri circa ebbi la forza d'animo di voltarmi indietro a guardare: sopra il nero selvaggio tumulto della moltitudine in fuga, le torri di ombra rossiccia adesso dondolavano, i ponti fra l'una e l'altra contorcendosi lentamente: in uno sforzo supremo, si sarebbe detto. Il loro allucinante moto accelerava sempre più, diventando frenetico. Allora un urlo tenebroso ed atroce tuonò tra le case.
Poi accadde ciò che tutti sanno.
32. IL MUSICISTA INVIDIOSO
Il compositore Augusto Gorgia, uomo invidiosissimo, già al colmo della fama e dell'età, una sera, passeggiando da solo nel quartiere, udì un suono di pianoforte uscire da un grande casamento.
Augusto Gorgia si fermò. Era una musica moderna però diversa dal tipo che faceva lui o da quella che facevano i colleghi; di simile non ne aveva mai sentita. Non si poteva neppur dire, lì per lì, se fosse seria o musica leggera; pur ricordando certe canzoni popolari per una sua trivialità, conteneva un amaro sprezzo, e sembrava quasi che scherzasse benché nel fondo si avvertisse una convinzione appassionata. Ma soprattutto Gorgia fu colpito dal linguaggio, il quale era libero dalle vecchie leggi armoniche, spesso stridulo e arrogante, e nello stesso tempo riusciva a una massima evidenza. La caratterizzava inoltre un bello slancio, giovanile levità, senza alcuna traccia di fatica. Ma ben presto il piano tacque e inutilmente Gorgia continuò a passeggiare nella via aspettando che ricominciasse. " Chissà, sarà roba americana " pensava " laggiù, in fatto di musica, combinano i più infernali intrugli. " E si avviò per rincasare. Tuttavia gli rimase quella sera, e tutto il giorno dopo, un fastidio dell'animo; come quando, cacciando per il bosco, uno batte contro una roccia o un tronco e nella furia non ci bada ma poi, di notte, il punto duole e non si riesce a ricordare dove e come. Ci volle più di una settimana perché la cicatrice scomparisse.
Qualche tempo dopo, rincasato verso le sei del pomeriggio, aperta che ebbe la porta di casa, Gorgia udì la voce della radio accesa nel salotto: e d'un subito, con la prontezza dell'esperto, riconobbe il suono; questa volta era musica d'orchestra e non più di pianoforte solo, eppure identica al pezzo udito quella sera, lo stesso accento atletico e superbo, e sempre il bizzarro periodare, con l'autorità quasi oltraggiosa dell'idea che pareva il galoppo di un cavallo estremamente ansioso di arrivare.
Gorgia non fece in tempo a chiudere la porta che la musica cessò. E dal salotto, con precipitazione insolita, si avvicinarono i passi della moglie. " Ciao caro " disse " non sapevo che tu tornassi così presto. " Ma perché aveva quella faccia imbarazzata? Aveva qualcosa da nascondere? " Che succede? " lui domandò, perplesso. " Come che succede? E che cosa dovrebbe succedere? " Maria si era subito ripresa.