Era musica nuovissima per lui, e nello stesso tempo scavata nel suo cervello come un'ulcera. Era la strana musica già udita per la via, e poi a casa quella sera. Ma adesso era ancora più libera e orgogliosa, e più potente di volgarità selvaggia. Non resistevano neanche gli uomini ignoranti, i meccanici, le donnette, i camerieri. Schiavi e sconfitti, restavano là a bocca spalancata. Il genio! E questo genio si chiamava Ribbenz; e gli amici e la moglie avevano tentato di tutto affinché Gorgia non ne sapesse niente, per la pietà che avevano di lui. Era il genio che l'umanità aspettava da almeno mezzo secolo, e che non era lui, Gorgia, bensì un altro della sua stessa età, finora ignoto e disprezzato. Come gli ripugnava quella musica, che bello sarebbe stato smascherarla, dimostrarla falsa, coprirla di risate e di vergogna. Essa invece fendeva i flutti del silenzio come una corazzata vittoriosa; e presto avrebbe conquistato il mondo. Un cameriere lo prese per un braccio: " Signore, scusi, non si sente bene? ". Gorgia infatti barcollava.
" No, no, grazie. " E senza bere nulla se ne uscì, sotto la pioggia, disperato. " Madonna Santa! " mormorava tra sé, ben sapendo che per lui ogni gioia era finita. Né poteva, come liberazione, offrire a Dio questo suo dolore; perché a questi dolori Dio si indigna.
33. NOTTE D'INVERNO A FILADELFIA
Ai primi del luglio 1945 la guida alpina Gabriele Franceschini, salito da solo nell'alta Val Canali (Pale di San Martino di Castrozza) per studiare una via nuova sulla parete della Cima del Coro, scorse, a oltre cento metri dalla base delle rocce, una cosa bianca appesa a una gobba strapiombante. Guardato bene, capì che era un paracadute e si ricordò come in gennaio un quadrimotore americano di ritorno dall'Austria fosse precipitato da quelle parti: sette otto degli aviatori erano calati incolumi presso Gosaldo. Altri due, portati via dal vento, erano stati visti scendere dietro le creste del gruppo della Croda Grande e non se n'era più saputo nulla. Sotto lo strapiombo si vedevano dei fili bianchi che dondolavano sostenendo una piccola cosa nera: una borsa per le provviste d'emergenza? O il cadavere stesso dell'aviatore così ridotto dal sole, dai corvi, dalle burrasche? La parete in quel punto era ripidissima, però non molto difficile, circa di " terzo grado ". In breve Franceschini raggiunse il posto, constatò che la cosa nera era l'intrico delle cinghie che avevano sostenuto l'aviatore e che erano state tagliate nette con un coltello. Trasse giù il paracadute. In un terrazzino più sotto vide un oggetto rosso vivo: era un giubbetto di gomma doppia con due curiose leve metalliche, lui ne mosse una e con un sibilo il giubbetto si gonfiò d'aria in un istante. Sopra c'era scritto: Lt. F.P. Muller, Philadelphia (Pa). Più sotto ancora Franceschini trovò un caricatore di pistola con le cartucce tutte sparate, e in fondo, nel buco di fusione tra la roccia e la neve che riempiva il canalone, una sciarpa di flanella color verde militare. Inoltre: una piccola baionetta con l'estrema punta spezzata. Dell'uomo non una traccia. (Per primo si era lanciato Franklin G. Gogger, lui immediatamente dopo. E gli altri? Già il suo ombrello bianco si era aperto e gli altri non si erano ancora gettati. Gogger sarà stato una cinquantina di metri più in basso. Il rombo dei motori si spegneva nelle orecchie, pareva di sprofondare nell'ovatta.
Si accorse che il vento li spingeva, man mano che scendevano, fuori dalla valle, verso le montagne cariche di neve. A vista d'occhio esse si raddrizzavano: irte di punte strane, spaccate di valloni in ombra, e in fondo l'azzurro della neve.
" Gogger, Gogger! " chiamò, ma all'improvviso tra lui e il compagno si levò una muraglia che gli veniva incontro. Era una parete a picco, gialla e grigia. A un tratto gli si avventò addosso. Lui tese le mani per smorzare l'urto.)
Sceso a valle, Franceschini avvertì il più vicino comando americano. Tornò lassù dodici giorni dopo; nel frattempo molta neve si era sciolta. Ma cercò a lungo inutilmente. Stava per ridiscendere quando sul lato destro del vallone vide il morto mezzo fuori della neve. Era pressoché intatto, solo i globi degli occhi erano spariti; e una tremenda ferita alla sommità della testa, una fossa rotonda e larga come una ciotola. Un giovane sui ventiquattro anni, bruno, alto di statura. Già qualche mosca girava intorno.
(Batté contro la roccia, fu un colpo meno tremendo del previsto. Non riuscì ad afferrarsi; si trovò, come di rimbalzo, sospeso ancora. Ma fermo. Il paracadute ri era impigliato su una specie di minuscolo torrione sporgente in fuori. Lui pendeva così nel vuoto.
Intorno rupi assurde, frastagliate, vecchissime non si capiva come potessero stare in equilibrio. Il sole le illuminava. Ma lui guardò il fondo del vallone (dall'alto sembrava quasi piatto) quella bianca pista liscia ed affettuosa. Gli venne in mente di essere ridicolo, così sospeso come un burattino. Una guglia sghemba assomigliante a un monaco, proprio di fronte, lo fissava; però senza partecipazione.
Troppo silenzio. Si tolse il casco, sperava di udire qualche suono umano, sia pur remoto. Niente. Non un grido, uno sparo, campana, rombo di autocarro. Urlò a tutta voce: " Gogger! Gogger! " – " Gogger, Gogger, Gogger! Gog!… Gog! " ripeterono gli echi, freddi, matematici, e pareva volessero dire non ci siamo che noi, rocce, ed è inutile che tu chiami.)
Informato il comando americano, salirono col Franceschini una decina di uomini al comando di un tenente. Con grande fatica, nuovi alla montagna, giunsero sul posto. Guida e ufficiale si intendevano in un francese alquanto problematico. Il cadavere fu messo in un sacco e cominciarono a discendere il ripido canalone pieno di neve. A un certo punto però il vallone è interrotto da un salto di rocce. Qui il tenente ordinò l'alt e si fermarono. Franceschini ne approfittò per guardare la " sua " parete, esaminando un certo camino. Con la coda dell'occhio allora vide una cosa muoversi. Il sacco con la salma precipitava a balzi giù per le rocce. Franceschini guardò il tenente ma questi era impassibile.
(Un metro e mezzo sotto i suoi piedi correva una brevissima cornice, con sopra, a tratti, qualche cuscino di neve. L'unica, tentare. Tagliò le cinghie che lo trattenevano. Tenendosi sospeso con le mani alle funicelle si lasciò spenzolare fin che toccò coi piedi. Fu sulla cengia.
Ma, di sotto, la parete precipitava. Sporgendosi, egli non riusciva a vedere dove finisse. Le montagne! Mai le aveva viste da vicino; erano straniere, esageratamente belle, tutte sbagliate. Come le odiava. Pure, bisognava uscirne. Avesse potuto utilizzare le cordicelle del paracadute. Ma quelle ormai penzolavano sopra di lui; come arrampicare a prenderle?
Un abbassamento della luce perché il sole se ne stava andando gli diede la paura. Faceva freddo. " Aooh! " chiamò con una specie di furore. " Aooaaoooh! " ripeterono sette otto volte le montagne, anche dall'altra parte della valle. Allora gli venne una speranza. Trasse la rivoltella e tendendo il braccio in alto, quasi che lo potessero udir meglio, sparò, scanditi, tutti i colpi. Gli echi ripeterono. Silenzio.
Mai aveva visto cose tanto immobili come le montagne, neanche le case erano capaci di stare così ferme. La tenuta di volo non bastava, il giovane sbatté le braccia per scaldarsi. Provò una sigaretta, non ebbe sollievo. Quando si sarebbero decisi ad arrivare, per farlo prigioniero, quei porci di Tedeschi?)
Ritrovarono il corpo alla base della paretina. Nella caduta esso era uscito fuori del sacco. Lo ricomposero alla meglio. Franceschini, con l'aiuto di due cinghie da calzoni lo trascinò fin dove la neve terminava. Qui, la salma fu messa su una barella. E si fermarono di nuovo.