— Eccoti qui, ragazzo mio! — gridò Glo vedendo Toller. — Sai che più che mai mi ricordi me stesso quando… hmm… ero giovane? — Diede di gomito a Hargeth. — Com’è questa come splendida figura di uomo, Borreat? Io ero così, una volta.
— Molto bene, mylord — rispose Hargeth, chiaramente disinteressato. — Queste ruote sono le vecchie Compound 18, ma abbiamo provato a vulcanizzarle a bassa temperatura e i risultati sono piuttosto incoraggianti, anche se questa gru è solo un modello in scala. Sono sicuro che è un passo nella giusta direzione.
— Sono sicuro che tu abbia ragione, ma fammela vedere al… hmm… lavoro.
— Certo. — Hargeth fece un cenno a Toller, che mise in moto. L’operazione avrebbe previsto due uomini, ma lui poteva sollevare il carico da solo senza sforzo, e diretto da Hargeth passò alcuni minuti a far ruotare il braccio e a dimostrare la precisione del piazzacarichi del macchinario. Ebbe cura di compiere l’operazione più dolcemente possibile, per ridurre le sollecitazioni ai denti dell’ingranaggio, e alla fine della dimostrazione le parti mobili della gru risultarono apparentemente in ottime condizioni. Il gruppo di assistenti e di operai che si erano riuniti per seguire l’esperimento cominciarono ad allontanarsi.
Toller stava riportando il carico in posizione di riposo quando, senza preavviso, la leva di controllo con la quale stava guidando la discesa s’inceppò nei denti della leva d’arresto principale, con un orrendo rumore gracchiante. Il cestino colmo di pietre precipitò d’un bel tratto prima che il cavo scattasse chiudendosi, e la gru, con Toller ancora ai comandi, si inclinò pericolosamente sulla sua base. Riuscì a non rovesciarsi solo perché alcuni degli operai presenti si buttarono di peso dall’altra parte e la riportarono a terra.
— Le mie congratulazioni — disse aspramente Hargeth mentre Toller scendeva e si allontanava dalla struttura cigolante. — Come ci sei riuscito?
Se solo voi riusciste a inventare un materiale più resistente di un porridge stantio non ci sarebbe nessun… — Toller s’interruppe: guardando alle spalle di Hargeth aveva visto Lord Glo steso a terra. Giaceva con la faccia contro una montagnetta di argilla secca, e sembrava che non riuscisse a muoversi. Timoroso che potesse essere stato colpito da un dente volante dell’ingranaggio, Toller corse ad inginocchiarsi vicino a lui. Gli occhi celesti di Glo si voltarono e girarono nella sua direzione, ma il corpo grassoccio continuo a rimanere inerte.
- Non sono ubriaco — mormorò Glo, parlando da un angolo della bocca. — Portami via da qui, ragazzo mio — penso di essere quasi morto.
Fera Rivoo si era adattata bene al suo nuovo stile di vita a Greenmount Peel, ma nessun tentativo di Toller l’aveva mai persuasa a montare a cavallo di un blucorno, e neppure di uno dei più piccoli biancocorni spesso preferiti dalle donne. Di conseguenza, quando Toller voleva uscire dal Peel con sua moglie per prendere una boccata d’aria o semplicemente per cambiare ambiente era obbligato ad andare a piedi. Per lui, il camminare, come forma di esercizio fisico o come modo di viaggiare, era poco interessante, trovava che fosse noioso e che imponesse un ritmo troppo lento, ma Fera lo vedeva come il solo modo per fare un giro nei distretti della città quando non aveva nessuna carrozza a sua disposizione.
— Ho fame — annunciò quando raggiunsero Piazza dei Navigatori, vicino al centro di Ro-Atabri.
:— Certo che ne hai — disse Toller. — Perché dev’essere passata almeno un’ora dalla tua seconda colazione.
Fera gli diede un colpo alle costole con il gomito e gli scoccò un sorrisino malizioso. — Vuoi che conservi la mia energia, vero?
— Ti è mai venuto in mente che potrebbe esserci qualcosa di più nella vita oltre al sesso e al cibo?
— Sì: il vino. — Si riparò gli occhi dal primo sole dell’antigiorno e studiò i chioschi dei pasticceri più vicini, disseminati lungo il perimetro della piazza. — Penso che prenderò un po’ di torta al miele, e forse un sorso di bianco Kailiano per mandarla giù.
Lanciando proteste simboliche Toller provvide agli acquisti, poi entrambi si sedettero su una delle panchine di fronte alle statue di illustri navigatori del passato. La piazza si apriva su un misto di costruzioni pubbliche e commerciali, che per la maggior parte esibivano, in varie sfumature di muratura e mattonelle, il tradizionale disegno Kolcorriano a diamanti interconnessi. I colori degli alberi in fasi del diverso ciclo di maturazione e l’abbigliamento variopinto dei passanti macchiavano gaiamente l’assolato chiaroscuro. Una brezza occidentale rendeva l’aria piacevole e frizzante.
— Devo ammettere — disse Toller sorseggiando un po’ di vino leggero e fresco, — che questo è molto meglio che lavorare con Hargeth. Non ho mai capito perché il lavoro di ricerca scientifica debba sempre includere odori infernali.
— Oh, povera delicata creatura! — Fera si tolse una briciola dal mento. — Se vuoi sapere cos’è davvero la puzza dovresti provare a lavorare al mercato del pesce.
— No, grazie. Preferisco rimanere dove sono — rispose Toller. Erano passati quasi venti giorni dall’improvvisa malattia di Lord Glo, ma Toller stava ancora apprezzando il conseguente cambiamento delle sue condizioni e del suo lavoro. Glo era stato colpito da una paralisi che aveva attaccato la parte sinistra del suo corpo e si era trovato ad aver bisogno di un assistente personale, preferibilmente dotato di buona forza fisica.Quando gli era stato offerto il posto, Toller aveva accettato immediatamente, e si era trasferito con Fera nella spaziosa residenza di Glo, sul lato occidentale di Greenmount. La nuova sistemazione, oltre ad essere stata accolta con sollievo a Mardavan Quays, aveva risolto la difficile situazione in casa Maraquine, e Toller stava facendo uno sforzo coscienzioso per sentirsi soddisfatto. Una tristezza senza luce si impadroniva di lui qualche volta, quando paragonava la sua vita da servo con quella che avrebbe desiderato, ma era qualcosa che teneva sempre per se stesso. C’era di buono che Glo, che aveva trovato in lui un assistente premuroso, appena aveva riacquistato una certa parte della sua autonomia aveva cercato di limitare al massimo le sue richieste.
— Lord Glo sembrava molto indaffarato stamattina — disse Fera. — Sentivo il ticchettio continuo di quell’eliografo da qualunque parte andassi.
Toller annuì. — Ha parlato a lungo con Tunsfo, ultimamente. Credo che sia preoccupato per i rapporti dalle province.
— Non ci sarà davvero un’epidemia, vero, Toller? — Fera si rannicchiò nelle spalle, disgustata, accentuando la fessura tra i seni. — Non sopporto di avere gente malata intorno a me.
Non preoccuparti! Da quello che ho sentito non resterebbero intorno a te molto a lungo; circa due ore, sembra essere la media.
— Toller! — Fera lo fissò in un rimprovero a bocca aperta, con la lingua ricoperta di un bell’impasto di dolce al miele.
— Non c’è niente per cui tu debba agitarti — disse Toller rassicurante, anche se a detta di Glo qualcosa di simile a un’epidemia era scoppiata simultaneamente in otto posti molto distanti fra loro. I primi attacchi erano stati segnalati nelle province palatine di Kail e Middac; poi nelle remote regioni di Sorka, Merrill, Padale, Ballin, Yarlofac e Loongl. Da alcuni giorni non succedeva più niente, e Toller sapeva che le autorità stavano sperando contro ogni ragione che la calamità fosse di natura passeggera, che la malattia si fosse esaurita da sola, che la grande madre Kolcorron e la sua capitale ne sarebbero uscite indenni. Toller poteva capire i loro sentimenti, ma vedeva poche ragioni di ottimismo. Se i ptertha avevano aumentato il loro raggio d’azione e il loro mortale potere fino ai valori terrificanti suggeriti dai dispacci, allora, secondo lui, non c’era la minima possibilità che si fermassero. Il momento di respiro che il genere umano stava godendo poteva anche significare che i ptertha si stavano comportando da nemici intelligenti e spietati che, avendo sperimentato con successo una nuova arma, si ritiravano per consultarsi e mettere a punto una più dirompente offensiva.