— Devo tornare al Peel presto. — Toller vuotò la sua coppa di porcellana e la mise sotto la panchina perché i venditori la ritirassero. — Glo vuole fare il bagno prima della piccola notte.
— Sono felice di non doverti aiutare.
— Ha un suo genere di coraggio, sai. Penso che io non sarei capace di sopportare una vita da storpio, ma quanto a lui, non l’ho ancora sentito lamentarsi una volta.
— Perché continui a parlare di malattie quando sai che non mi piace? — Fera si alzò e lisciò il sottile piumaggio del suo vestito. — Abbiamo il tempo di fare una passeggiata fino alle Fontane Bianche?
— Veloce, però. — Toller prese sua moglie sottobraccio, attraversarono la Piazza dei Navigatori e camminarono lungo i viali affollati che portavano ai giardini municipali. Le fontane scolpite in marmo Padaliano, candide come la neve, riempivano l’aria di una freschezza corroborante. Gruppi di persone, a volte con bambini, stavano passeggiando tra le macchie di luminoso fogliame, e il suono di estemporanee risate sottolineava la serenità idilliaca della scena.
— Suppongo che questo possa essere visto come il compendio della vita civilizzata — commentò Toller. — La sola cosa sbagliata, ma questo è solo il mio punto di vista, è che è troppo… — Si bloccò quando la nota alta e rauca di un corno d’allarme risuonò dalla punta di un tetto vicino e riecheggiò sonora da altre in punti più distanti della città.
— Ptertha! — Toller alzò lo sguardo al cielo.
Fera gli si fece più vicina. — È uno sbaglio, vero, Toller? Non vengono dentro la città.
— Faremmo comunque meglio a metterci al riparo — disse lui spingendola verso le costruzioni a nord dei giardini. La gente intorno stava scrutando il cielo, ma, tale era il potere della convinzione e dell’abitudine, solo qualcuno si stava affrettando a mettersi al coperto. I ptertha erano un implacabile nemico naturale, ma molto tempo prima si era stabilito quasi un compromesso, e l’esistenza stessa della civiltà era stata basata sui modelli di comportamento dei ptertha, presumendoli costanti e prevedibili. Era pressoché impensabile che i globi maligni dessero un’improvvisa, radicale svolta alle loro abitudini, e quanto a questo Toller la pensava come la gente attorno a lui, ma le notizie dalle province avevano piantato semi d’inquietudine nella sua mente. Se i ptertha potevano cambiare in un modo, perché non in un altro?
Una donna urlò, poco lontano, alla sua sinistra, e quel suono inarticolato gli sembrò la risposta del mondo reale alle sue meditazioni astratte. Guardò ih quella direzione e vide un ptertha scendere leggero nel cono brillante del sole. Il globo violaceo calò proprio in mezzo a una zona affollata al centro dei giardini, e ora anche gli uomini stavano gridando facendo da contrappunto al pressante squillo dei corni. Fera s’irrigidì per lo shock quando intravide il ptertha nell’attimo estremo della sua esistenza.
— Corri! — Toller le afferrò la mano e scattò in direzione dei palazzi a peristilio delle corporazioni. Nella sua corsa affannosa sul terreno aperto i suoi sensi erano all’erta per stare in guardia da altri globi, ma non c’era più bisogno di cercarli. Erano più che visibili adesso, mentre andavano alla deriva tra i tetti e le cupole e i comignoli nella calma luce del pomeriggio.
Solo pochi cittadini dell’impero Kolcorriano erano vissuti nell’incubo di essere sorpresi all’aperto da uno sciame di ptertha, e nell’ora successiva Toller non solo sperimentò quell’incubo in tutti i suoi aspetti ma andò anche oltre, entrando in nuovi regni di terrore.
Con una nuova, terrificante baldanza i ptertha stavano scendendo a livello della strada, fuori e dentro la città, silenziosi e scintillanti, invadendo giardini e recinzioni, lanciandosi lentamente nelle piazze, nascondendosi all’ombra delle arcate e dei colonnati. Venivano annientati dalla gente in preda al terrore, ma era proprio qui che i limiti dell’antico incubo si rivelavano superati, perché Toller sapeva, con una desolata, muta certezza, che gli invasori rappresentavano la nuova stirpe di ptertha.
I portatori dell’epidemia.
Nello storico dibattito sulla natura dei ptertha, i fautori dell’idea che i globi possedessero un qualche tipo di mente avevano sempre sottolineato il fatto che essi evitavano giudiziosamente le città e i grandi villaggi. Anche gli sciami relativamente numerosi sarebbero stati rapidamente distrutti se si fossero avventurati in un ambiente urbano, specialmente in condizioni di buona visibilità. La spiegazione sarebbe stata che i globi erano meno interessati a futili attacchi, chiara evidenza di attività mentale, e la teoria aveva avuto una certa attendibilità fino a quando il raggio d’azione dei ptertha rispettava una certa distanza.
Ma, come Toller aveva intuito subito, i lividi globi che scendevano su Ro-Atabri erano portatori di una diversa rovina.
Per ognuno che veniva distrutto, molti uomini sarebbero stati colpiti dal nuovo tipo di polvere venefica capace di uccidere anche a grande distanza, e l’orrore non si fermava lì, perché le nuove, spietate regole decretavano che ogni vittima diretta avrebbe contagiato e ucciso, nel breve tempo che gli rimaneva, una dozzina di altre persone.
Passò un’ora prima che il vento cambiasse e ponesse fine al primo attacco su Ro-Atabri, ma in una città dove ogni uomo, donna e bambino era diventato improvvisamente un mortale nemico e andava visto come tale, l’incubo di Toller rischiava di durare molto, molto a lungo…
Uno strato di pioggia insolitamente sottile era caduto durante la notte e ora, nei primi minuti tranquilli dopo l’alba, Toller Maraquine si ritrovò a guardare giù da Greenmount su un mondo sconosciuto. Stralci e brandelli di foschia abbracciavano il terreno e inghirlandavano il panorama sottostante, a tratti oscurando RoAtabri molto più del manto di schermi anti-ptertha installati sopra la città sin dal primo attacco, quasi due anni prima. La sagoma triangolare del Monte Opelmer sbucò a est da una bruma colorata dall’aurora, con le pendici più alte tinte dal sole rosseggiante.
Toller si era svegliato presto, e guidato dall’irrequietezza che ormai lo stava affliggendo sempre di più, aveva deciso di alzarsi e di fare una passeggiata solitaria nei terreni del Peel.
Prima di tutto passò lungo gli schermi difensivi interni, controllando che le reti fossero al loro posto. Prima del furibondo attacco della calamità, solo le case rurali avevano avuto bisogno di barriere anti-ptertha, e all’epoca semplici reti e graticci erano più che sufficienti, ma improvvisamente, sia in città che in campagna, era diventato necessario erigere schermi più elaborati che creavano una zona di sicurezza di almeno trenta iarde intorno alle aree protette. Un singolo strato di reti era ancora sufficiente per la maggior parte delle zone chiuse, perché le tossine dei ptertha venivano portate via orizzontalmente nel vento, ma era vitale che lungo i perimetri ci fossero schermi doppi, ben distanziati e sostenuti da solide impalcature.
Lord Glo aveva ricompensato Toller affidandogli, oltre ai suoi compiti normali, l’incarico delicato e qualche volta pericoloso di supervisionare la costruzione degli schermi del Peel e di qualche altro palazzo del quartiere dei filosofi. La sensazione di fare finalmente qualcosa di importante e di utile lo aveva reso meno turbolento, e i rischi di lavorare all’aperto gli avevano dato soddisfazioni di un genere tutto particolare. Il solo contributo significativo di Borreat Hargeth all’armamento anti-ptertha era stata una bacchetta da lancio dall’aspetto strano, a forma di “L”, che volava più in fretta e più lontano di quella tradizionale a forma di croce, e che nelle mani di un uomo abile poteva distruggere i globi a più di quaranta iarde. Nei suoi giri d’ispezione Toller si era esercitato a lungo con la nuova arma, e si faceva vanto di non aver perso nessun operaio a causa dei ptertha.