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La necessità di tradurre ogni azione e avvenimento nel secco linguaggio della matematica, dell’ingegneria e della scienza erano in conflitto con la reazione naturale di Toller al nuovo ambiente. Trovò che poteva passare lunghi periodi sporgendosi oltre il bordo della navicella, senza muovere un muscolo, come incantato, completamente soggiogato da un’autentica e assoluta reverenza. Sopramondo era giusto sopra di lui, ma nascosto dalla paziente, infaticabile vastità del pallone; e giù, lontano, c’era il suo pianeta natale, che gradualmente diventava un luogo misterioso man mano che il suo aspetto familiare si sfocava sempre più in quelle miglia e miglia di vuoto.

Al terzo giorno di ascensione il cielo manteneva la sua normale colorazione sopra e sotto la nave, ma ai lati stava diventando di un blu più scuro, che scintillava di stelle sempre più numerose.

Quando Toller era perso nei suoi momenti di trance, la conversazione dei membri dell’equipaggio e persino il rombo del bruciatore svanivano dalla sua consapevolezza, e lui era solo nell’universo, unico possessore dei suoi scintillanti tesori. Una notte, mentre era al posto di pilotaggio, vide una meteora attraversare il cielo sotto la nave. Tracciò una linea di fuoco che pareva andare da un bordo all’altro dell’infinito, e qualche minuto dopo risuonò una sola nota, piena, pulsante, un suono a bassa frequenza, indistinto, velato e triste, che fece vibrare la nave e suscitò il brontolio di protesta di uno degli uomini addormentati. Un certo istinto di possesso, una specie di avidità spirituale, spinse Toller a tenere per sé quell’avvenimento.

Mentre l’ascensione continuava, Zavotle si occupava dei suoi grandi registri di volo, e molte delle annotazioni riguardavano gli effetti fisiologici sull’equipaggio. Persino sulla sommità della più alta montagna di Mondo non c’era nessun evidente calo di pressione atmosferica, ma nei precedenti voli ad alta quota qualcuno aveva accusato un senso di soffocamento e il bisogno di respirare * più profondamente. Il disturbo era stato di lieve entità, gli scienziati stimavano che l’atmosfera avrebbe continuato a permettere la vita anche nel punto di equilibrio gravitazionale tra i due pianeti, ma erano stime che andavano verificate.

Toller fu quasi confortato dalla sensazione di affaticamento dei suoi polmoni, il terzo giorno, prova ulteriore che gli aspetti del volo erano stati correttamente calcolati ma proprio per questo fu molto meno felice quando si trovò di fronte a un fenomeno inaspettato. Da un po’ di tempo si era accorto di avere freddo, ma non ci aveva badato. Adesso, però, gli altri si stavano lamentando quasi di continuo e non si poteva sfuggire all’inevitabile conclusione: mentre la nave guadagnava quota, l’aria circostante diventava sempre più fredda.

Gli scienziati della SAS, incluso Lain Maraquine, avevano invece previsto un aumento della temperatura quando la nave fosse entrata nella fascia d’aria rarefatta, con minore potere schermante dai raggi del sole. Come nativo della zona equatoriale di Kolcorron, Toller non aveva mai sperimentato un freddo realmente duro, e non aveva messo nient’altro, nel suo bagaglio personale che camicie, calzoni e un giubbotto senza maniche. Adesso, anche se non stava proprio ancora tremando, avvertiva l’aumentare del disagio, e un pensiero spaventoso stava cominciando a farsi strada nella sua mente; l’intero volo poteva fallire per la mancanza di una balla di lana.

Autorizzò l’equipaggio ad indossare tutti gli indumenti che volevano sotto le uniformi, e a Flenn di preparare tè su richiesta in qualsiasi momento. Quest’ultima decisione, ben lontana dal migliorare la situazione, portò a una serie di accaniti battibecchi. Rillomyner continuava a insistere che Flenn, per malizia o inettitudine, metteva il tè in infusione prima che l’acqua avesse bollito a dovere, oppure che lo lasciava raffreddare prima di servirlo. Fu solo quando Zavotle, ugualmente insoddisfatto, si prese la briga di osservarne la preparazione che venne fuori la sconcertante verità: l’acqua cominciava a bollire prima di aver raggiunto la giusta temperatura. Era calda, ma non bollente.

— Sono preoccupato per questa faccenda, capitano — disse Zavotle dopo avere annotato l’importante scoperta nel giornale di bordo. — La sola spiegazione è che quando l’acqua diventa più leggera bolle a una temperatura progressivamente più bassa. E se è così, cosa ci succederà quando il peso di ogni cosa sarà ridotto a zero? La saliva ci bollirà in bocca? Pisceremo vapore acqueo?

— Saremo obbligati a tornare indietro molto prima che tu debba subire questa ignominia — disse Toller, mostrando di non gradire l’atteggiamento negativo dell’altro — ma non vorrei arrivare a questo punto. Deve esserci qualche altra ragione. Forse qualcosa che ha che fare con l’aria.

Zavotle non era convinto. — Non vedo come l’aria possa contaminare l’acqua.

— Nemmeno io, quindi non perdo tempo in inutili speculazioni. — ribatté Toller tagliando corto.— Se vuoi qualcosa per occupare la mente, tieni bene d’occhio l’indicatore di quota. Dice che siamo a mille e cento miglia, e se questo è giusto vuol dire che la nostra velocità ha continuato a diminuire per tutto il giorno.

Zavotle studiò l’altimetro, toccò la fune di sgonfiamento guardò dentro il pallone, nella cavità che diventava più scura e misteriosa con l’arrivo del crepuscolo. — Ecco una cosa che potrebbe avere a che fare con l’aria — disse. — Io penso che quello che avete scoperto è che l’aria più leggera fa scendere più lentamente la corona dell’involucro e fa sembrare che stiamo andando più adagio di quanto andiamo in realtà.

Toller soppesò l’idea e sorrise. — L’hai scoperto tu non io, quindi attribuiscitene il merito nella registrazione. Direi che sarai pilota anziano nel tuo prossimo volo.

— Grazie, capitano — disse Zavotle, con aria raggiante.

— Te lo sei guadagnato — Toller toccò Zavotle sulla spalla, chiedendo tacitamente scusa per la sua irritabilità. — A questa velocità avremo passato il segno dei 1300 per l’alba, poi potremo spegnere il bruciatore e vedere come si comporta la nave con i reattori.

Più tardi, mentre si stava sistemando sui sacchi di sabbia per dormire, ripensò ai suoi balordi sbalzi d’umore e identificò la vera causa della sua aggressività. Era stato l’accumularsi di avvenimenti non previsti, il freddo in aumento, lo strano comportamento dell’acqua, le indicazioni sbagliate della velocità del pallone. E la sensazione sempre più netta di aver dato troppo credito alle previsioni degli scienziati. Lain in particolare si era dimostrato in torto ben tre volte, e se il suo supponente intelletto era stato sconfitto così in fretta, ancor prima di varcare i confini della regione misteriosa, chi poteva sapere cosa ci fosse in serbo per quelli che percorrevano il ponte di vetro pericolosamente incrinato verso un altro mondo?

Fino a quel momento, scoprì Toller, era stato istintivamente ottimista verso il futuro, convinto che il volo sperimentato avrebbe portato a una migrazione felice e alla fondazione di una colonia in cui coloro che gli stavano a cuore avrebbero condotto una vita di gioie senza fine. Aveva fatto di tutto per nascondersi che quella visione nasceva soprattutto dal suo egoismo, che il fato non aveva nessun obbligo di portare in salvo, come lui aveva deciso, persone come Lain e Gesalla, che le cose potevano accadere senza tener conto dei suoi desideri, e anche se per lui erano inimmaginabili.

Improvvisamente il futuro si presentava carico di incertezza e di pericoli.

E nel nuovo ordine delle cose, pensò Toller mentre scivolava nel sonno, uno doveva imparare a reinterpretare tutti i tipi di fenomeni. Banalità di tutti i giorni… la tensione di una fune… le bolle in un bricco d’acqua… tutti questi piccoli indizi… avvertimenti sussurrati, quasi troppo deboli da sentire…

La mattina l’altimetro segnava un’altitudine di 1400 miglia, e la scala supplementare diceva che la gravità era scesa a meno di un quarto del normale.