Angai mi fissò. — Ho visto demoni nei miei sogni. I loro occhi ardono come fuoco. Le loro mani e i loro piedi hanno lunghi artigli ricurvi. Per il resto sono simili alle persone. Non ho mai sentito parlare di un demonio senza pelo. — Fece una pausa. — Sei sicura che non siano spiriti, Nia?
— Gli spiriti hanno molti travestimenti — disse Nia. — Perfino una donna esperta può non riuscire a scoprirli. Ma ho viaggiato con queste persone per tre cicli della grande luna. Non hanno mai cambiato forma. Non hanno mai cambiato dimensioni. Mangiano. Dormono. Producono sterco e urina. Il loro sterco e la loro urina sono comuni, sebbene non emanino esattamente lo stesso odore dei nostri. Anche quando sono adirati, anche quando sembrano essere in pericolo, non fanno niente di spiritico.
Angai fece un gesto che non conoscevo. — Non sono animali. Non sono spiriti. Non sono spettri né demoni. Dunque devono essere persone. Ci hanno chiesto aiuto. È mia opinione che dovremmo aiutarli. Hanno chiesto di venire nel nostro villaggio. È mia opinione che dovremmo dar loro il permesso.
Una donna parlò ad alta voce, ma non nel linguaggio dei doni.
Angai alzò una mano. — Loro non sono come noi. Non possiamo giudicarli nello stesso modo in cui giudichiamo noi stessi.
Parecchie donne parlarono nella lingua tribale. Mi voltai a guardare la folla.
Il sole ormai era basso. Raggi di luce, quasi orizzontali, risplendevano fra le tende, illuminando lo spiazzo, la vegetazione e le persone: robuste matrone, vecchie curve, ragazze flessuose, numerosi bambini. Le donne adulte sbraitavano e gesticolavano. I loro gioielli scintillavano.
Conoscevo la maggior parte dei gesti. "Sì." "No." "Hai torto o sei pazza." "Siamo d’accordo." "L’accordo è assolutamente impossibile."
Tornai a guardare Angai. Lei osservava e ascoltava, il volto inespressivo.
— Che cosa sta succedendo? — domandai a Nia.
— Alcune di loro sono d’accordo con Angai. Altre no. Grideranno tutte finché non si saranno stancate.
Mi voltai a guardare la folla. La discussione proseguì. I bambini, quelli più grandicelli, se ne andarono alla chetichella, evidentemente annoiati. I bambini più piccoli incominciarono a piangere. Le loro madri li presero in braccio, li abbracciarono e li cullarono.
Le altre donne continuarono la discussione, ma con meno impeto a questo punto. Le voci si erano fatte più sommesse, i gesti meno ampi.
La luce abbandonò gradualmente lo spiazo. Solo le sommità delle tende erano illuminate, e le punte delle insegne di metallo. L’oro, l’argento e il bronzo luccicavano contro il cielo, che era limpido e di un intenso verdeazzurro.
Alla fine regnò il silenzio rotto solo dal piagnucolio dei neonati e dalle voci acute e chiare di un gruppetto di bambini che avevano dato inizio a un nuovo gioco.
— Hai! Hai! Ah-tsa-hai!
Le donne guardavano Angai, che parlò con voce alta e ferma.
Le donne risposero con gesti di dubbiosa approvazione.
Angai mi guardò. — La giornata è quasi finita. È una cattiva idea incominciare qualcosa di importante al buio. Pertanto, ti chiedo di fare ritorno presso le vostre barche. Torna domattina con tutti. Tutta la tua gente. Ascolteremo il vostro problema.
Feci il gesto della gratitudine e mi alzai in piedi.
— Tu, Nia. — Angai guardò la mia compagna. — Va’ con la persona senza pelo. La gente qui ti conosce da troppo tempo. Dimenticherà che ora sei una straniera e non ti tratterà con la cortesia dovuta a una viaggiatrice.
Nia fece il gesto dell’assenso.
Hua disse: — Voglio andare con loro.
Angai si accigliò.
— No — ribatté Nia. — Non voglio che la gente dica che sei uguale a me.
— Nia ha ragione — dichiarò Angai. Guardò la figlia adottiva. — Domani vedrai le persone senza pelo. Questa notte resterai qui.
Hua fece il gesto della riluttante acquiescenza. La folla si divise. Nia e io vi passammo in mezzo.
— Aiya! - esclamò Nia. — Che giornata!
Scendemmo lungo la scogliera. Le luci sulla prima imbarcazione erano state accese. Tenui e regolari, illuminavano il ponte scoperto sulla parte posteriore della barca. L’oracolo se ne stava seduto lì, rosicchiando la zampa anteriore di un bipede. Alzò lo sguardo quando salimmo a bordo. — Che cosa è successo? Ti sei procurata del cibo?
— No — rispose Nia.
— È meglio che ti sbrighi. È finito tutto a parte questa e il cibo della gente di Lixia.
— Non mi hai lasciato niente?
— Credevo che avresti mangiato al villaggio.
— Aiya!
Lui le porse l’osso.
Nia fece il gesto dell’espansiva gratitudine. Aprii la porta della cabina. Dentro c’erano Agopian e la Ivanova che giocavano a scacchi.
Agopian alzò lo sguardo. — Siete tornate?
— Uuh. È andato tutto bene. Possiamo recarci al villaggio domani. Tutti quanti.
— Congratulazioni. — La Ivanova rovesciò il proprio re. — Mi arrendo. Non posso fare niente con i miei pedoni.
Agopian sorrise. — Uno dei nostri pedoni è diventato un socialista rivoluzionario e ha convinto gli altri a costituire un soviet, il che significa, naturalmente, che al bianco non sono rimasti comuni soldati.
— E il rosso vince — disse la Ivanova in tono cupo.
— Di che cosa state parlando?
— Scacchi brechtiani. — Agopian incominciò a mettere via i pezzi. — Sono stati chiamati così in onore del drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, che sosteneva che il normale gioco degli scacchi fosse noioso. I pezzi dovrebbero cambiare a seconda di dove si trovano sulla scacchiera e del tempo da cui sono lì. È stato un pazzoide di nome Robik a inventare realmente il gioco agli inizi del Ventiduesimo Secolo.
— È un gioco assolutamente irritante — osservò la Ivanova.
— Carlo Marx odiava perdere agli scacchi. La cosa non infastidiva Lenin, almeno secondo Gorki. — Agopian ripiegò la scacchiera, poi la ripiegò una seconda volta. — Lenin era interessato al modo in cui perdeva e questo gli impediva di adirarsi per il fatto di avere perso. Sosteneva che gli scacchi gli insegnavano parecchio sulla strategia e la tattica. Ma dovette rinunciarvi. Interferiva con la sua attività rivoluzionaria.
— Dove sono tutti gli altri? — chiesi.
— Sull’altra barca. Il signor Fang sta preparando la cena. Iguana con peperoni rossi e cipolle verdi. Noi volevamo finire la nostra partita.
— Anche se non so perché — disse la Ivanova. Si alzò e si stiracchiò.
— Pensavi che avresti vinto, compagna, quando il mio commissario ha incominciato a manifestare preoccupanti tendenze revisioniste.
— Commissario? — dissi.
Agopian sorrise. — Robik voleva sbarazzarsi degli elementi feudali nel gioco degli scacchi. Ha trasformati i cavalli in commissari.
— Non dirmi altro.
— Non lo farò. Vieni a cena?
— No.
— C’è della birra nella cambusa e il necessario per fare dei sandwich. — Uscì sul ponte.
La Ivanova lo seguì, indugiando sulla porta. — Hai fatto un ottimo lavoro, Lixia.
Feci il gesto che indicava l’umile accettazione di una lode.
Se ne andò. Presi una birra e la bevvi, poi mi preparai un sandwich. Me lo portai fuori sul ponte insieme a un’altra birra.
Nia e l’oracolo erano ancora lì. — Avete avuto abbastanza da mangiare?
— Io sì — rispose l’oracolo. — Ma Nia sarà affamata quando si sveglierà.
Nia fece il gesto che significava "niente di grave".
Mi sedetti di fronte ai due nativi. — Nia, perché tua figlia era turbata quando le ho chiesto se aveva conosciuto la vecchia Hua?