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— La Ivanova rimane sull’altra barca — disse Eddie. — Credo che stia cercando di guadagnare punti con i cinesi mangiando la loro colazione.

— Mai anteporre la politica alla digestione — osservò Agopian. Si sedette e allungò la mano per prendere un panino.

Mangiammo in silenzio, consapevoli, credo, della presenza degli alieni all’esterno. Le loro voci ci giungevano attraverso la porta aperta, basse e tranquille, mentre parlavano la lingua della loro tribù.

Tatiana sparecchiò la tavola. Eddie lavò i piatti e io li asciugai. Arrivò la Ivanova e parlò con Tatiana in russo. Guardai fuori dalla cambusa. Era evidente che discutevano, parlando in tono sommeso e attento, entrambe accigliate. Agopian ascoltava e non diceva niente.

Finimmo con i piatti.

La Ivanova disse: — Ci sono stati rumori nel bosco. Voci. Ho visto un paio di bambini fra gli alberi, che ci osservavano e non facevano niente. Ma non credo che sarebbe una buona idea lasciare le barche incustodite.

— Io devo rimanere — disse Tatiana. — E anche Yunqi. Voi altri dovete andare tutti al villaggio. Ho fatto un viaggio così lungo e adesso mi tocca fare il cane da guardia mentre a poche centinaia di metri di distanza si fa la storia.

— Potrebbe rimanere Agopian — suggerii.

Agopian disse: — Non ti perdonerò mai questa osservazione.

La Ivanova scosse il capo. — Lui è uno storico. Voglio che venga con noi.

Uscii sul ponte e guardai verso l’alto. Il cielo era sereno se si escludeva un gruppetto di nuvole. Avevano la forma di squame ed erano disposte in tante file.

— Nuvole a pelle di lucertola — disse Nia. Si alzò in piedi, poi si chinò e mise un coperchio sulla pentola dello stufato. L’impugnatura era fatta a forma di bipede, un carnivoro, chino e impegnato a mangiare un altro bipede che giaceva morto, un rilievo sul coperchio ricurvo.

Il ragazzo era sparito.

Feci il gesto della domanda.

— Gli ho detto che dovremmo essere presto al villaggio. È andato avanti.

La Ivanova uscì. — È meglio che andiamo.

La seguii sulla riva. I nativi mi vennero dietro. Il signor Fang era sulla pista, appoggiato a un bastone da passeggio. Gli altri ci raggiunsero: Agopian, Eddie, Derek, che si era cambiato. Adesso era vestito completamente di bianco: jeans aderenti e una camicia ampia e sottile. Le maniche erano a pieghe sciolte. Le spalle erano ricoperte di ricami, bianco su bianco.

— Dove te la sei procurata? — gli chiesi. — Non al reparto approvvigionamento.

— Un baratto.

Le sue scarpe erano di tela bianca assai riflettente, guarnite di cuoio bianco. Scintillavano e balenavano perfino nell’ombra della foresta.

— Mmm! — esclamò Eddie.

Salimmo su per la scogliera. Nia ci precedette nel villaggio. Era deserto. Il vento sollevava polvere e la spingeva attorno a noi. Le campanelle sulle insegne metalliche tintinnavano.

Agopian disse: — Dove sono tutti quanti?

Derek fece il gesto che significava che non lo sapeva.

Arrivammo nello spazio aperto: la piazza del villaggio. Era piena di persone: donne e bambini, tutti elegantemente vestiti. Ovunque guardassi, vedevo vivaci colori, ricami, gioielli.

Una donna gridò. Tutti si voltarono a guardarci.

— Aiya! - disse l’oracolo. — Devo andare lì in mezzo?

— Puoi tornare indietro — gli rispose Derek.

— No. Il mio spirito mi ha ordinato di restare con voi.

La folla si divise. Vi passammo in mezzo. L’oracolo teneva il capo chino e non guardò nessuno finché non arrivammo di fronte ad Angai.

Lei era ritta davanti alla propria tenda, sotto il lembo che fungeva da riparo. C’erano tanti di quei ricami sulla sua veste che non riuscivo a distinguere il colore del tessuto sottostante.

I suoi gioielli erano meno solenni: una borchia d’oro nel naso e una collana che sembrava dover appartenere a una ragazza. Ogni maglia era un piccolissimo e delicato uccello d’argento. Non certo la cosa adatta a una sciamana di mezza età, abbigliata per un importante evento sociale.

— Sedetevi. — Parlò con voce alta in modo che tutti potessero sentire. — Riferitemi il vostro problema. Il villaggio ascolterà. Faremo quello che potremo.

C’erano coperte distese sotto il riparo. Angai fece un gesto e noi ci sedemmo.

Le abitanti del villaggio si avvicinarono. Le vecchie erano le più vicine. Si sedettero per terra. Dietro di loro c’erano le matrone. Non riuscivo a vedere le ragazze o i bambini. Ma sentivo le voci dei bambini, voci acute che gridavano: — Tsa! Tsa! Tsa!

Angai disse: — Cominciate.

Mi presentai, poi presentai gli altri umani.

— Di che sesso sono? — domandò Angai.

Glielo dissi.

— Quattro uomini — dichiarò Angai. — Uno di loro sembra vecchio. È esatto?

Feci il gesto dell’affermazione.

— Ma gli altri tre?

— Non sono né vecchi né giovani.

— Due di loro — guardò di sfuggita Derek ed Eddie — hanno l’aspetto di uomini notevoli. Il modo in cui si vestono è notevole, così come il loro portamento.

— Sì.

— Ma sono capaci di stare seduti fianco a fianco, e anche accanto a donne e a un paio di uomini piccoli, senza fare nulla.

— Sì.

— Nia ha ragione. La tua gente è molto diversa. — Guardò l’oracolo. — Li-sa non mi ha detto il tuo nome. Chi sei e perché viaggi con la gente senza pelo? Perché sei venuto in questo villaggio? Sei un pervertito?

— No. Io sono santo e pazzo. Il mio nome è la Voce della Cascata. Appartengo al Popolo del Rame della Pianura. Sono un oracolo. Viaggio con la gente senza pelo perché me l’ha ordinato il mio spirito. Sono venuto in questo villagio, o sciamana, perché sono venute queste persone. Non le lascerò finché non riceverò indicazioni dal mio spirito.

Angai aggrottò la fronte. — Non ho mai sentito di uno spirito che usasse un uomo per parlare. Ma le vecchie sostengono che più un villaggio è lontano, più le cose vengono fatte in modo sbagliato. Il Popolo del Rame è molto lontano da qui. — Tornò a rivolgersi a me. — Qual è il vostro problema? Parlamene! Forse se saprò che genere di cose vi preoccupano, riuscirò a capirvi meglio. — Si volse verso Nia. — Tu!

Nia fece il gesto che significava che stava ascoltando con rispetto.

— Presta molta attenzione! Se la donna senza pelo dice qualcosa che a te non sembra giusto, parla francamente. Dimmelo!

— Sì.

— Okay — feci io in inglese. — È pronta ad ascoltare il problema.

— Parlerò io per primo — disse il signor Fang. — Ti prego di continuare a tradurre, Lixia.

Feci il gesto dell’assenso.

Lui sembrò perplesso. Annuii col capo e lui incominciò.

— Per prima cosa, ringrazia Angai per la sua accoglienza. "Spiegale che veniamo da molto, molto lontano.

"Dopo essere giunti su questo pianeta… in questo luogo… si è creata fra noi una divergenza di opinioni. Pertanto, abbiamo deciso di rivolgerci a persone al di fuori della nostra spedizione."

Tradussi.

Angai fece il gesto dell’approvazione. — Quando due donne non riescono a mettersi d’accordo, devono rivolgersi a una terza. Agire in modo diverso sarebbe agire come uomini. — Aggrottò la fronte, ricordando evidentemente che il signor Fang era un uomo. — Va’ avanti.

Il vecchio esitò. Puntini di luce riflessa danzavano sulla sua pelle bruna e sul suo vestito di cotone blu scolorito. La luce proveniva dalle decorazioni appese ai bordi del riparo: catene di bronzo che terminavano in piccoli pesci piatti e uccelli. Si muovevano al vento, emettendo un sommesso tintinnio. Oggi i capelli del vecchio erano sciolti e si muovevano a loro volta, sollevandosi quando il vento soffiava sotto il riparo: a ciuffi, disordinati, di un grigio biancastro. — Non è facile. Come si possono rimuovere le idee dal loro contesto? Come possiamo spiegare il nostro dilemma a individui la cui storia e la cui tecnologia sono diverse dalla nostra?