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Nel pomeriggio tornavamo a casa a riposarci. Alla sera Yohai usciva: tornava nell’orto o forse andava da qualche altra parte. Io restavo con Nahusai. Lei mi insegnava qualcosa di più della lingua. Cominciavo a capire delle frasi complete.

Non mi lasciavano mai sola, a parte quando andavo alla latrina. Non ero certa del perché. Nahusai e Yohai avevano forse paura di me? O temevano che qualcuno potesse cercare di farmi del male?

Non mi sentivo del tutto al sicuro, neppure nella latrina. Forse qualcuno mi osservava. Senza dubbio l’individuo col cappello l’aveva fatto. Le persone potevano notare se passavo parecchio tempo là dentro. Potevano decidere di avvicinarsi di soppiatto e ascoltare. Non avrebbero compreso la mia conversazione, ma avrebbero capito che parlavo con qualcuno che non era presente.

Andò a finire che chiamai dalla casa una notte in cui le mie compagne si addormentarono presto.

— Dove diavolo sei stata? — domandò Eddie.

Abbassai il volume e spiegai la situazione.

— Lixia, devi tenerti in contatto. Eravamo preoccupati. La Ivanova comincia a parlare di venire a cercarti. Riesci a immaginare la scena? Piomberebbe lì come il Settimo Cavalleria, e noi dovremmo trovare il modo di rimediare allo scompiglio che provocherebbe.

— D’accordo — dissi e abbassai ancora di più il volume. All’altra estremità della casa, Yohai e Nahusai russavano. Sembravano quasi del tutto umane.

Eddie mi riferì le notizie. Harrison Yee era tornato sulla nave e altrettanto aveva fatto Antonio Nybo. Tony era stato nell’arcipelago. Vi aveva trovato numerosi luoghi cerimoniali: massi sistemati in modo da formare dei cerchi e rocce con pittogrammi, ma nessun abitante. La sua isola era deserta.

— Di interesse esclusivamente archeologico — disse Eddie. — Lo abbiamo richiamato a bordo.

C’erano altre cinque persone della Terra ancora sul pianeta. Quattro di loro si trovavano in villaggi più o meno simili al mio. La quarta, Gregory, stava con un popolo delle montagne occidentali.

— Allevano greggi e fanno fantastici lavori di tessitura, o così almeno mi dice Gregory.

— Uhu.

— Non sembra che ci siano grandi centri abitati. Non sappiamo ancora il perché. Non abbiamo neppure delle teorie in proposito.

— Una situazione disperata — commentai.

Eddie rise.

Yohai si lamentò e si rigirò.

Dissi: — Devo andare.

Il quattordicesimo giorno del mio soggiorno nel villaggio decisi che dovevo chiamare di nuovo. Attesi finché non si fece buio, poi andai alla latrina. L’unica grande luna del pianeta stava sorgendo. Era sospesa sopra i tetti, di un arancione intenso, all’ultimo quarto. Lasciai aperto l’uscio della latrina. Entrando, il chiarore lunare, mi permetteva di vedere abbastanza bene per far funzionare la mia radio.

Quella sera Eddie aveva una nuova e interessante notizia.

— Yvonne sostiene che non ci sono uomini adulti nel suo villaggio. Ci sono alcuni vecchi. Vivono ai margini del villaggio, a quanto dice, ciascuno per proprio conto. E ci sono ragazzi, bambini di sesso maschile. Ma nessuno nell’età di mezzo.

Riflettei per un momento. — Conosco la parola che significa "ragazzo" e ho visto dei ragazzini giocare nella strada. I bambini più piccoli non portano indumenti. Il sesso è evidente, e un interessante esempio di evoluzione parallela. Ma non conosco il termine per "uomo". — Mi morsicai il labbro per uno o due minuti. — Lascia che indaghi su questo fatto.

— Okay — disse Eddie.

Chiusi il collegamento e mi appesi la radio alla spalla, quindi uscii dalla latrina. La luna era proprio sopra di me. Era più piccola della nostra Luna, ma più prossima al suo pianeta principale, con un’albedo assai maggiore. Illuminava l’area circostante: lo spiazzo di erbacce, la latrina e una mezza dozzina di abitazioni.

Mi incamminai verso la casa di Nahusai. Qualcosa si mosse nell’ombra lungo la parete.

— Sì? — chiamai. — Che cosa c’è?

Qualcos’altro si mosse alla mia destra, nei pressi di una delle case circostanti. Mi voltai. C’era una persona ritta nel chiarore lunare. Indossava una veste lunga.

— Che cosa c’è? — domandai.

— Sono Hakht — fece una voce aspra. O forse la voce disse "Akht". Non ero certa dell’aspirazione iniziale.

Altre figure emersero dall’oscurità. Erano una mezza dozzina e due portavano dei bastoni. Si disposero in cerchio attorno a me, a una certa distanza. Nondimeno, mi impedivano ogni via di uscita dal cortile.

— Ti abbiamo sentita. Tu vai lì… — La figura con la veste lunga additò la latrina. — Tu parli. Tu fai… — Disse qualcosa che non riuscii a capire, ma sembrava un’accusa.

— Non ho fatto niente di male — dissi.

L’individuo fece un gesto che significava "no" o "non sono d’accordo", ne ero abbastanza sicura. — Sei una qualcosa. Ti ordino di andartene!

— Non capisco — ribattei.

— Vattene! — urlò l’individuo.

Mi guardai attorno. Nessuno si avvicinava. Che cosa supponevano che fossi? Uno spirito maligno? Feci un passo avanti. Le persone davanti a me si spostarono su entrambi i lati.

— Grazie — dissi in inglese.

Alle mie spalle l’individuo dalla veste lunga sbraitò: — Qualcosa! Vattene!

Girai intorno alla casa finché non arrivai sul davanti ed entrai. Nahusai era andata a letto. Yohai sedeva accanto al fuoco. Tesseva, usando il piccolo telaio a mano. Alzò gli occhi.

— Una brutta faccenda — dissi. — Una persona chiamata Hakht o Akht.

— Tsa! - Si alzò, aiutandosi con le mani. — Che cosa?

— Ero nella latrina. Sono uscita. Hakht era lì. Hakht ha detto: "Vattene".

— Uh! — Yohai si precipitò dalla madre e scosse l’anziana donna per svegliarla. Parlarono sottovoce e in fretta. Mi morsi l’unghia del pollice.

— Nahusai! — fece una voce alle mie spalle. Era Hakht, naturalmente. Se ne stava ritta nel vano della porta, tenendo un bastone con una mano e un sonaglio con l’altra. Il sonaglio era dipinto di bianco e dall’impugnatura penzolavano delle penne nere.

— Che cos’è questa storia? — s’informò Nahusai.

Lanciai un’occhiata all’anziana donna. Adesso era in piedi. Yohai reggeva una cintura fatta d’argento. La vecchia si sistemò la lunga veste, poi prese la cintura e se la mise. Dopo di che, aprì una scatola e tirò fuori una mezza dozzina di collane. Erano in argento, rame, bronzo e conchiglie. Le indossò. Yohai le porse un bastone. Lei venne verso di noi camminando adagio, con dignità, appoggiandosi al bastone.

— È notte, figlia di mia sorella — disse rivolta a Hakht. Parlava con voce lenta e chiara. Avevo l’impressione che volesse che capissi anch’io. — Che cosa ci fai qui?

Hakht agitò il sonaglio nella mia direzione. Fece un suono ronzante. — Quella se ne andrà.

— No — rispose Nahusai.

— È una qualcosa! — dichiarò Hakht.

— No. Che cosa ti ho insegnato, figlia di mia sorella? Come riconosciamo un qualcosa? — Nahusai alzò un dito. — A loro non piace mangiare. — Alzò un secondo dito. — Non dormono mai. — Alzò un terzo dito. — Non entrano in acqua. Non è così?

Nahusai fece un cenno nella mia direzione. — Questa dorme. Mangia… — La mia ospite fece un ampio gesto, indicando che mangiavo in abbondanza. — Usa la latrina. È stata nell’acqua. L’ha vista Yohai. Non è una qualcosa. Dici una cosa sbagliata, figlia di mia sorella. Non è la verità.

Hakht si accigliò e aprì la bocca per rispondere.

Nahusai additò la porta. — Non intendo parlare di notte. Vattene!