Dopo un istante, Hakht si girò e uscì lentamente, con palese riluttanza. Teneva la schiena rigida e la mano che reggeva il sonaglio si muoveva leggermente. Udii un debole ronzio discontinuo.
Quando se ne fu andata, Yohai incominciò a gemere.
— Tsa! - esclamò la donna anziana.
Mi scoprii a tremare. Mi sedetti e per poco non caddi nel piegarmi. Nahusai e Yohai si misero a parlare fra loro e c’era tensione nelle loro voci. Non riuscii a capire una parola della conversazione.
Che cosa era successo, in ogni modo? Hakht mi aveva accusata di essere una qualche specie di creatura soprannaturale. Un mostro, uno spirito maligno, uno spettro. Nahusai aveva detto che non ne avevo le caratteristiche distintive, di qualunque cosa si trattasse. Aveva parlato come se fosse un dottore che discute i sintomi di una malattia. Doveva essere una maga o una sacerdotessa, e anche Hakht doveva esserlo. Una specialista rivale. In tutti i casi, Hakht si era tirata indietro, sconfitta, almeno per il momento. Ma ero abbastanza certa che la disputa non sarebbe finita lì. Dovevo chiedere a Eddie di venirmi a prelevare? Mi mordicchiai un’unghia. Non ancora.
La mia ospite parlò, con voce calma e decisa. Qualunque cosa stesse dicendo, sembrava irrevocabile. Yohai fece un gesto che io non compresi del tutto, ma pensavo che significasse "così sia".
Nahusai sospirò. Appoggiò di nuovo il bastone alla parete, poi si tolse i monili. Aveva un’aria sfinita.
— Li-sha. — Era Yohai.
— Sì?
— Dormi. — Yohai indicò col dito il mio mucchio di pellicce.
Ubbidii, ma non riuscii a prendere sonno per ore.
All’alba Yohai mi scrollò. — Svegliati. Mangia.
Mi tirai su a sedere. Il fuoco ardeva con una vivida fiamma. Sopra era appeso un paiolo, e lì accanto era seduta la mia ospite.
— Vieni — fece Yohai. — Adesso.
Andai per prima cosa alla latrina. Fuori faceva freddo. Il terreno era bagnato di rugiada e il cielo era del colore indefinibile dell’alba. Perché ero già in piedi a quell’ora? Altri guai, conclusi. Usai la latrina e tornai verso la casa. C’era dell’acqua in una grossa catinella accanto alla porta. Mi lavai ed entrai.
La colazione consisteva nella solita poltiglia. Pareva che fosse il loro cibo preferito. Finito di mangiare, la mia ospite mi guardò. La sua espressione era grave. — Li-sha. — Fece una pausa e aggrottò la fronte. — Hakht dice cose cattive. La gente ascolta. Dicono: "Sì. Li-sha è una qualcosa. È cattiva". S’interruppe di nuovo e restò a fissare il fuoco, poi tornò a rivolgersi a me. — Io sono vecchia. Loro sanno che andrò… — Batté leggermente sul pavimento. Il gesto significava sotto terra. — Io parlo. Loro non mi ascoltano. Va’ con Yohai.
— Dove?
— Un buon posto. Va’.
Misi le mie cose nello zaino, poi me lo caricai sulle spalle. Yohai indossò una semplice tunica marrone e una cintura di cuoio, alla quale era appeso un fodero, e nel fodero c’era un coltello. Aveva un manico fatto di ottone e corno.
— Vieni — disse Yohai.
Mi fermai di fronte a Nahusai. Non conoscevo la parola per dire "grazie", ma esisteva un gesto. Mi toccai il petto, poi girai la mano con il palmo rivolto verso Nahusai.
Lei ricambiò il gesto.
Le porsi un dono: una scatola. Era fatta con il legno proveniente da una delle Isole Deserte, intarsiato con frammenti di conchiglia. Erano di un rosa e di un verde iridescenti, più belle dell’aliotide e della madreperla.
Nahusai prese la scatola.
— Addio — dissi in inglese, poi seguii Yohai fuori dalla porta.
Il sole stava appena facendo la sua comparsa. Guardando verso est, lo vidi: una striscia di luce arancione sopra i tetti. Il cielo era sereno. La strada deserta, fatta eccezione per un ki giallo: un volatile domestico, qualcosa di simile a una gru. Era a caccia di insetti fra le erbacce lungo la parete di una casa. Lo spaventammo. Il volatile si allontanò impettito e noi ci affrettammo nella direzione opposta.
Quando il sole si fu levato del tutto, noi ci trovavamo già nella foresta. I tronchi s’innalzavano da tutti i lati come pilastri in una cattedrale dei tempi antichi. Molto più sopra di noi c’erano i rami e le loro foglie scure nascondevano il sole. Ogni tanto arrivavamo in una radura, illuminata dal sole e piena di insetti volanti. Doveva esserci una nidiata, oppure stavo assistendo a una migrazione? In ogni caso, gli insetti erano tutti della stessa specie. Il corpo era di un blu elettrico, le ali trasparenti e incolori, fatta eccezione per due grosse chiazze rosse.
In una radura gli insetti erano particolarmente numerosi. Si libravano tutt’attorno a noi. Uno mi si posò sul braccio. Mi fermai, affascinata. L’insetto agitò le ali. Contai otto zampe e due antenne.
— Vieni — mi sollecitò Yohai.
Mi affrettai a seguirla. L’insetto volò via.
A mezzogiorno giungemmo nei pressi di una costruzione che sorgeva in una radura più vasta del consueto. Tutt’attorno crescevano erbacce e sul retro scorreva un torrente. Udivo il rumore dell’acqua corrente.
— È questo il posto — mi disse la mia compagna.
La costruzione era piccola e vecchia. Un tronco sosteneva una parete e il tetto era di cuoio. Ero abbastanza certa che non fosse il tetto originario, ma piuttosto una riparazione di fortuna, fatta da qualcuno che non era un carpentiere. Su un lato, a poca distanza, c’era una seconda costruzione, una specie di capanno dal quale proveniva del fumo. Che cosa poteva essere? Ebbi la risposta un momento dopo: il suono di un martello. Una fucina.
La mia compagna si diresse verso il punto da cui proveniva il suono e io la seguii. Ci fermammo davanti all’entrata del capanno e guardammo dentro. Un fuoco ardeva in una fucina di pietra e c’era una persona china sopra un’incudine di ferro. C’era del metallo sull’incudine, di un intenso giallo incandescente. La persona sollevava un martello, poi lo abbatteva, lo sollevava e lo abbatteva di nuovo.
Yohai alzò una mano in un cenno di ammonimento. "Aspetta" significava quel gesto. E io aspettai.
Dòpo un po’ la persona mise giù il martello, si raddrizzò, si stiracchiò, emise un mormorio e infine si girò e ci vide. — Uh!
Yohai disse qualcosa che non compresi.
Il fabbro, uomo o donna che fosse, fece un gesto.
Yohai disse ancora qualcosa. Intanto io osservavo con attenzione il fabbro. Indossava sandali e un grembiule di cuoio; nient’altro. Lo guardai bene: ampie spalle, un grande torace, braccia possenti. Era una creatura imponente. Il pelame che la ricopriva era di un bruno rossiccio, un colore insolito. Non c’era stato qualcuno di simile alla festa la sera in cui ero arrivata?
Yohai smise di parlare.
Il fabbro fece un altro gesto, poi mi guardò. — Io sono Nia. Resterai qui.
Feci il gesto dell’assenso.
Yohai disse qualcosa rivolta a me. Era un addio? Si voltò e si allontanò, camminando in fretta. Nel giro di uno o due minuti era sparita.
— Siediti — mi disse Nia. — Io… — Fece un cenno in direzione del fuoco.
— Capisco.
Mi sistemai in un angolo. Nia aggiunse altra carbonella al fuoco, poi cominciò ad azionare il mantice: una grossa sacca fatta di cuoio con attaccato un bastone. Nia alzava e abbassava il bastone. La sacca si riempiva e si svuotava. Il fuoco si ravvivò. Dopo qualche istante, Nia raccolse le tenaglie e depose il metallo nel fuoco.
— Che cos’è quello? — domandai, indicandolo col dito.
Nia mi disse la parola che significava ferro, poi riprese a lavorare. Batté il pezzo di ferro finché non fu piatto, poi lo riscaldò e lo ripiegò, quindi ricominciò a batterlo fino ad appiattirlo. L’operazione si ripeté più e più volte. Mi stancai di osservare.
A un certo punto del pomeriggio Nia smise di lavorare. Tirò un sospiro e si stiracchiò. — Cibo.