— Sì. — Mi alzai in piedi.
Andammo nell’altra costruzione. L’interno era vuoto, a parte un mucchio di pellicce e un paio di recipienti. Nia si tolse il grembiule, poi rovistò fra le pellicce e trovò una tunica. Se la mise.
— Ecco. — Tirò fuori del pane da un recipiente. L’altro era pieno di un liquido: il narcotico dal gusto acre che avevo bevuto alla festa.
Ci sedemmo sulla soglia e mangiammo e bevemmo.
— Da dove vieni? — s’informò Nia. Aveva la bocca piena di cibo e non riuscii a capirla, così lei dovette ripetere la domanda.
— Non sono di queste parti — risposi.
— Io appartengo al Popolo del Ferro — fece lei. — Si trova molto lontano. Laggiù. — Puntò il dito in direzione del sole. — Tu?
Feci un cenno nella direzione opposta, verso oriente.
— Già. — Bevve altro liquido. — Questa gente è difficile da capire. — Si alzò e tornò nella fucina.
Io rimasi dov’ero finché non sentii il rumore del martello di Nia. Poi tirai fuori la radio e chiamai Eddie.
Quando ebbe ascoltato ciò era accaduto, lui disse: — Dovrei tirarti fuori di lì.
— No.
— Perché no?
— Non credo di correre alcun pericolo, e se così fosse… Eddie, sapevamo tutti quanto potesse essere pericoloso. Avremmo potuto mandar giù dei robot. Abbiamo mandato delle persone perché volevamo quello che solo le persone possono apportare a una situazione. La prospettiva umana. Abbiamo deciso con una votazione di correre il rischio e c’è stata una netta maggioranza a favore.
Eddie restò in silenzio.
— Io voglio restare. È la mia prospettiva umana. È la ragione per cui ho lasciato la Terra, non per starmene seduta in una sala in una dannata nave. Finalmente sono in grado di portare avanti una conversazione, e comincio a imparare come gli indigeni lavorano il ferro. Lo sai che mi interessa la tecnologia.
Ci fu ancora silenzio, poi un sospiro. — Mi sono opposto all’impiego di robot perché ero convinto che sarebbero stati più dirompenti delle persone. D’accordo. Rimani. Ma credo che tu abbia torto.
— Riguardo a che cosa? La situazione?
— No. La tecnologia. È un tipico preconcetto occidentale. Tu credi che un utensile sia più importante di un sogno perché un utensile può essere misurato e un sogno no.
Feci un suono evasivo.
— La colpa è dei greci — disse Eddie.
— Che cosa?
— Sono stati loro a sentenziare che la realtà era matematica. Un’idea folle! Un valore etico non è come un triangolo. Un concetto religioso non si può ridurre a una formula. E tuttavia sono entrambi reali. Sono entrambi importanti.
— Non avrai modo di litigare con me. Non ne so abbastanza della filosofia occidentale per difenderla. E devo chiudere la trasmissione.
— Chiamami domani.
— D’accordo.
Nia tornò al crepuscolo. Divise in due il suo mucchio di pellicce. — Tu dormi lì. — Indicò uno dei mucchi.
Mi svegliai al levar di sole. Nia era già in piedi e si stava mettendo il grembiule. — Yohai dice che puoi imparare. Vieni.
Andammo nella fucina. Nia accese il fuoco, poi mi insegnò ad azionare il mantice. Quella mattina fece la lama per una zappa. Era appuntita e aveva due barbigli sulla parte posteriore: per sarchiare, decisi, anche se dava l’impressione di poter essere usata come arma.
Non avevo visto nessuna autentica arma. Nessuna spada. Nessuna picca. Non una scure né una mazza da combattimento. Niente che fosse palesemente concepito per fare del male a un’altra persona.
Era una cosa interessante. Forse gli uomini, ovunque si trovassero, avevano gli strumenti per uccidere.
A mezzogiorno ci interrompemmo per mangiare. Domandai a Nia il nome di parecchi oggetti: la lama della zappa, il martello, e così via. Lei aggrottava la fronte e me lo diceva. Avevo la sensazione che non sarebbe stata un’insegnante molto brava. Sembrava laconica per natura.
Tornammo al lavoro. Presto cominciarono a dolermi le braccia, poi la schiena e infine le gambe. Il fumo mi irritava gli occhi e non ero troppo entusiasta delle nuvole di vapore prodotte quando Nia immergeva la lama incandescente in un secchio d’acqua. Lo fece due volte. Alla fine portò fuori la lama. La esaminò alla luce del sole, poi fece il gesto che significava "sì".
— Va bene? — domandai.
— Sì. Ne farò un’altra.
Maledizione a lei. La fece. Quando ebbe finito, io ero ormai esausta. Andai fuori e mi sdraiai per terra mentre lei riduceva il fuoco e metteva via gli utensili. Era ordinata fin quasi alla pignoleria nel lavoro. La casa, al contrario, era in un totale disordine. Per la prima volta notai che la giornata era fresca e luminosa. Una bella giornata, quasi finita ormai. Decisi di non chiamare Eddie. Era uno sforzo troppo grande. Invece me ne andai a letto.
Il giorno seguente Nia fabbricò del filo metallico. Io lavorai al mantice e imparai una nuova frase: "Aziona in modo costante, idiota!".
Quella sera restammo sedute nella casa di Nia a bere il liquido acre. Alla fine eravamo entrambe un po’ ubriache. Nia incominciò a cantilenare fra sé e sé, battendo una mano sulla coscia per tenere il tempo. Aveva gli occhi socchiusi e un’aria trasognata.
Io ero appoggiata alla parete e osservavo il fumo che saliva dal fuoco. Era un cambiamento in meglio, decisi. Nia era taciturna e irascibile, ma non era malinconica. Nahusai era solita passare parecchio tempo seduta a rimuginare e Yohai era quasi sempre indaffarata. L’avevo trovato irritante.
Nia smise di cantilenare. La guardai. Adesso era coricata e un minuto dopo incominciò a russare. Una compagna distensiva, mi dissi.
Durante i dieci giorni che seguirono non accadde niente di rilevante. Aiutavo Nia nella fucina e la sera parlavo con Eddie.
— Non ci sono dubbi sulla tua lingua — mi disse una sera. — È una lingua franca, il che spiega perché è così facile da imparare. Anche il continente grande ha un linguaggio commerciale, uno diverso, che non è assolutamente collegato con il tuo. Yvonne e Santha lo stanno imparando. Meiling impara qualcos’altro, un linguaggio locale, terrificante nella sua complessità.
— E Gregory? — m’informai.
— Un altro linguaggio locale, ma meno difficile. Oh, a proposito, a Gregory è successa una cosa interessante…
Attesi con impazienza. Avevo imparato che Eddie tendeva a serbare le informazioni veramente importanti per la fine di una conversazione.
— Gli individui fra cui si trova hanno scoperto che è un maschio. Gli hanno detto di andarsene. Lui ha chiesto il perché. Pare che la domanda li abbia lasciati interdetti. Non riuscivano a credere che l’avesse fatta. Alla fine, però, glielo hanno spiegato. Nella loro società gli uomini vivono per proprio conto, su fra le alte montagne. Badano alle greggi e non si recano mai nelle case dove abitano le donne. L’idea stessa è ignobile. Gregory dice di non essere riuscito a pensare a un modo garbato per informarsi sulla procreazione.
— L’hanno cacciato via?
— No. Ha detto loro che non sapeva come restare vivo da solo fra le montagne. Hanno discusso a lungo, poi hanno deciso di lasciarlo restare in una delle costruzioni esterne, una specie di granaio. Ed è rimasto lì. J’y suis, j’y reste, dice.
— Gli uomini vivono totalmente da soli?
— Secondo Gregory, sì. Le donne sostengono che gli uomini hanno un brutto carattere. Non amano la compagnia.
— Ah, sì? Questo spiega ciò che è successo a Harrison.
— Uhu. Ho avvertito Derek e Santha. Yvonne parlerà con la sua ospite; è l’informatrice ideale, una cronachista tribale che non smette mai di parlare.
Feci il gesto dell’intesa, poi sorrisi e dissi: — Sì.