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— Tu parlane con Nia. Chiedile informazioni sugli uomini della sua società.

Promisi che l’avrei fatto, ma non lo feci. Non era mai facile parlare con Nia. Spesso si interrompeva nel bel mezzo di una frase e restava a fissare il vuoto oppure cambiava argomento. Avevo l’impressione che vivesse da sola da troppo tempo. Aveva dimenticato come si teneva una conversazione. Mi concentrai sul compito di carpirle informazioni sulla grammatica. Le domande sulle tradizioni popolari potevano aspettare ancora un po’.

Una mattina Nia rovistò fra le travi della sua casa e tirò giù due asce.

— Vieni — mi disse. — Andiamo a far legna.

Trascorremmo tutta la mattina nella foresta. Nia abbatté un albero che era alto forse dieci metri. Il tronco era diritto, i rami spogli, a parte alcune foglie appassite. L’albero era evidentemente morto, e da un po’ di tempo.

Quando l’albero fu a terra, Nia disse: — Fallo a pezzi.

— Farò del mio meglio.

Cominciai a spaccarlo. Nia si allontanò. Quando mi interruppi per fregarmi le mani, sentii la sua ascia a breve distanza. Stava abbattendo un altro albero.

A mezzogiorno ci prendemmo un po’ di riposo.

— A che cosa serve? — le domandai

— Carbonella. — Masticò un pezzo di pane. — Questo legno è già secco. Domani lo mettiamo sotto terra. Brucerà per nove, dieci giorni, adagio, sotto terra. Allora diventerà carbonella.

Si alzò, si stiracchiò e fregò le palme delle mani sulle cosce. — È ora di tornare a lavorare.

Emisi un gemito e presi la mia ascia.

Dopo qualche minuto la vescica che avevo sulla mano destra si ruppe. Misi giù l’ascia e mi guardai la vescica. C’era del sangue. Avrei dovuto medicarla. Tornai verso la casa di Nia e aprii il mio zaino. Era meglio lavare la ferita? Decisi di non farlo. Appariva pulita e non sapevo che genere di microbi vivessero nei corsi d’acqua, soprattutto quelli in prossimità di un villaggio. In teoria, niente su quel pianeta poteva nutrirsi di me. La nostra materia genetica era troppo diversa e nessun virusoide locale avrebbe potuto usare il mio Dna per riprodursi. Nessun batterioide locale avrebbe potuto usare le mie cellule per alimentarsi. Tuttavia…

Tirai fuori il barattolo del bendaggio e mi spruzzai una piccola e sottile fasciatura. Bruciava. Sarebbe servita da disinfettante. Mi sedetti e aspettai che la fasciatura si asciugasse. Era lucida e color bruno scuro: color carne, stando all’etichetta sul barattolo, e prodotto nella Confederazione Sudafricana.

— Nia! — gridò una voce.

Alzai lo sguardo. Yohai usciva dalla foresta, camminando in fretta.

— Dov’è Nia?

— Laggiù. — Glielo indicai col dito. — Puoi sentire il rumore dell’ascia.

— Cattive notizie! Devo informarla. — Corse via.

Pensai di seguirla, ma poi decisi di no, misi via il barattolo del bendaggio e feci un po’ di lavori di casa. Quel disordine incominciava a farmi impazzire. Appesi gli indumenti di Nia e sistemai le pellicce su cui dormivamo in due mucchi ordinati. Quando ebbi finito, uscii. Non riuscivo a sentire i colpi dell’accetta né alcun altro suono all’infuori dello stormire delle foglie. Il sole splendeva nel cielo, quasi radioso come il nostro Sole, e l’aria era torrida. Mi sedetti all’ombra di una parete e attesi. Dopo mezz’ora, arrivarono Nia e Yohai.

— È ora che ti dica che cosa sta succedendo — fece Nia.

— Mi farebbe piacere.

Si accosciarono entrambe. Nia depose per terra le sue due accette, poi si grattò il naso. — Nahusai si trova a letto. Non riesce ad alzarsi. Non riesce a mangiare. Hakht dice che sei stata tu a far questo. Hakht dice che devi essere cacciata. Altrimenti Nahusai morirà e altra gente dopo di lei. Tu fai delle canzoni. Le canzoni fanno del male. Rubano il respiro dalla bocca. Fanno diventare duro come pietra il sangue dentro la pancia. — Nia rivolse un’occhiata a Yohai. — È questo che hai detto.

Yohai fece il gesto dell’approvazione. — Credo che sia stata Hakht a comporre le canzoni. È lei quella che sta facendo del male. Mia madre è vecchia. Non può difendersi. Io non ho il potere. Le persone che non sono più qui non parlano con me. Non posso difendere mia madre.

Bene, la cosa era abbastanza chiara. Nahusai era ammalata. Hakht mi stava accusando di aver gettato un incantesimo sull’anziana donna. Ero una strega, secondo Hakht, in ogni caso.

— Perché Hakht sta facendo questo?

Fu Nia a rispondermi. — Non sa aspettare. Vuole essere la donna più importante del villaggio. E lo sarà, quando Nahusai andrà… — S’interruppe, poi batté con la mano sul terreno. — Le ha insegnato Nahusai. Nahusai ha detto: "Questa sarà quella che verrà dopo di me". Ma lei non sa aspettare. — Nia aggrottò la fronte. Dopo un momento, aggiunse: — Ci sono persone così.

Feci il gesto dell’approvazione.

— Lei cerca di immischiarsi in ogni cosa. Se Nahusai dice "sì" a qualche cosa, quella donna dice "no". Nahusai ti ha accolta. Per questo Hakht dice che sei un demonio.

— È la verità — disse Yohai.

— Che cosa facciamo? — domandai.

— Riesco a pensare a una cosa soltanto — disse Nia. — Dobbiamo aspettare. Se Nahusai starà meglio, farà tacere Hakht. Se non… — Nia fece un gesto che non riconobbi.

— Che cosa significa?

— Chi può dirlo?

Stavo per ripetere la mia domanda quando mi resi conto che Nia aveva già risposto. Il gesto, la mano tesa, poi inclinata di qua e di là, significava "chi può dirlo?".

Nia si alzò in piedi. — Yohai, tu torna a casa. Io e Li-sa saremo prudenti. Grazie per l’avvertimento.

Yohai fece il gesto dell’intesa, quindi se ne andò. Attesi finché non fu partita, poi guardai Nia. — Credi che abbia ragione?

— In che senso?

— È stata Hakht a provocare tutto questo? Ha fatto del male a Nahusai?

Nia aggrottò la fronte. — Io non so se le canzoni facciano qualcosa. O se le persone che non sono più qui ascoltino qualcuno. Ma una donna come Hakht conosce cose da mettere nel cibo. È una brutta situazione. — Serrò il pugno e colpì la parete sopra di me. — Odio questo posto! Sono stanca degli alberi scuri. Sono stanca delle persone. Stanno sempre a raccontarsi storie sull’una o sull’altra. Stanno sempre a progettare come farsi del male a vicenda. — Si chinò e afferrò un’ascia, poi se ne andò. Un po’ più tardi sentii il rumore di un’accetta. Nia stava abbattendo un altro albero.

Pensai di chiamare Eddie, ma poi decisi di no. Dieci a uno che avrebbe voluto farmi tornare sulla nave. Non pensavo che la situazione fosse pericolosa e volevo sapere che cosa sarebbe successo in seguito.

Me ne andai sulla riva del fiume e feci i miei esercizi di yoga. Quindi meditai, osservando l’acqua corrente. Al crepuscolo comparvero degli insetti: erano piccoli, simili a zanzare. Non morsicavano, ma mi s’infilavano nel naso e negli occhi. Mi alzai e tornai verso casa, sentendomi rilassata. La mia mente, solitamente attiva e un po’ ansiosa, ora sembrava sgombra e serena come il cielo sopra di me. Mi fermai e guardai in su. C’era una luna sopra la foresta, una sottile falce, meno di un quarto. Era di un giallo tenue e brillava della luce di un sole sparito. Tutt’a un tratto mi sentii colma di una gioia intensa. Da un momento all’altro le cose avrebbero cominciato ad avere senso, avrei visto il disegno nei fenomeni rilevabili, o al di là di questi, avrei capito il mistero della vita, il segreto dell’universo.

Poi la sensazione sparì. La luna era solo una luna. Scrollai le spalle. Una volta ancora non ero arrivata fino in fondo. A che cosa, in ogni caso? Non ero davvero sicura che questi momenti di quasi rivelazione significassero qualcosa.

Entrai e trovai Nia che preparava la cena: una pappa d’aveva brodosa con mescolate dentro delle bacche. I suoi movimenti erano bruschi e il suo corpo pareva teso. Era ancora infuriata. Decisi di restare in silenzio. Mangiammo e andammo a dormire.